martedì 22 agosto 2017

Per chi volesse comprendere le differenze, consiglierei …







A chi volesse davvero comprendere le differenze fra Evola e Guénon, consiglio: R. Guénon, Lettere a Julius Evola (1930-1950), SeaR Edizioni, Borzano (RE) 1996. Il discorso di commento su queste differenze, ci porterebbe troppo lontano.

Stupefacente l’incomprensione di R. del Ponte, curatore ed autore dell’Introduzione, la cui ironia spesso è davvero fuori luogo …

Sono quel genere di critiche che provengono da una “destra” old style che non ha più ragion d’essere, per quanti successi esteriori possa essa oggi mietere.






Andrea A. Ianniello











Federico II – il “De Arte Venandi cum Avibus” –, appunti sparsi









“Il quarto [angelo] versò la sua patera sul sole: gli fu dato di ustionare gli uomini con vampa di fuoco.
Gli uomini ne furono terribilmente ustionati e infamarono il nome di Dio che ha il potere su queste piaghe, e non si ravvidero per dargli gloria”.
Ap., 16, 8-9[1].


Ecco pena dogliosa
che nel cor mi abbonda,
e sparge per li membri
sì che a ciascun ne vien soverchia parte:

Non ho giorno di posa
come nel mare l’onda.
Core, che non ti smembri?
Esci di pena e dal corpo ti sparte.
Enzio di Hohenstaufen[2].









“In effetti, Federico – pur nel corso dell’aspra lotta che, dopo la scomunica del 1239, privato ormai della preziosa assistenza d’Ermanno di Salza (morto in quell’anno), dovette condurre contro il papato (nel quale, a Gregorio IX. Morto nel 1241, era succeduto nel 1243 Innocenzo IV, dal 1244 per cinque anni arroccato fuori d’Italia, a Lione) e contro le città lombarde […] – non trascurò mai la passione per la caccia, né venne mai meno al gusto per gli svaghi di tono orientaleggiante. Continuava a girare con la sua carovana d’animali esotici: segnalata nel 1235 in Germania, nel 1236 a Parma, nel 1238 a Padova, nel 1245 a Cremona […]. Aveva un falconiere arabo, Moamin, e un ciambellano musulmano, Giovanni Mauro. Continuava a servirsi dei soldati arabi forniti da Lucera, e aveva al suo seguito un corpo di ballo (altri lo definisce un harem) di danzatrici e musicanti saracene, che si produssero, secondo l’ammirata testimonianza del cronista inglese Matteo di Parigi, nella festa organizzata al palazzo di Foggia nel 1241, in occasione della visita di Riccardo di Cornovaglia (fratello del re Enrico III d’Inghilterra e dell’imperatrice Isabella, terza moglie di Federico […]). Al Concilio di Lione (1245) sarà accusato, fra l’altro, di vita sensuale e corrotta, alla maniera degl’infedeli; e si sussurrava che il figlio naturale Federico d’Antiochia (vicario imperiale in Toscana nel 1246) fosse nato da una sua relazione amorosa con la sorella di al-Kâmil […]. Ma soprattutto non trascurava, anzi intensificava, quello ch’è forse l’aspetto più insolito per un sovrano medievale e il più qualificante della sua personalità: l’interesse per la ricerca scientifica, cui furono chiamati a collaborare dotti arabi ed ebrei. Nel 1231 era arrivato alla sua corte, per coadiuvare come segretario e traduttore Michele Scoto, l’ebreo provenzale Jacob ben Anatoli.
Nel 1234 il sultano di Damasco gl’inviò, graditissimo dono, un planetario d’argento. Nel 1235 morì Michele Scoto, il cui posto fu preso l’anno dopo da maestro Teodoro d’Antiochia, un greco di Siria,  arrivato forse dall’Egitto o da Baghdâd, il quale, oltre a curare la corrispondenza araba  dell’imperatore, compilò per lui un trattato d’igiene, desunto dallo pseudoaristotelico Secretum secretorum, e tradusse in latino, durante l’assedio di Faenza, un trattato di falconeria redatto in arabo da Moamin (Liber magistri Moamin falconerii). Suo collaboratore fu un maestro Domenico, venuto forse dalla Spagna, citato come matematico da Leonardo Fibonacci. Da questi interessi scaturisce quella serie di quesiti (le cosiddette Quaestiones Sicilianae), che Federico sottopose, fra il 1237 e il 1242, a diversi dotti del mondo arabo. Ne scaturisce altresì, ed è il frutto più personale, quel trattato De arte venandi cum avibus cui egli attese a lungo (utilizzando il precedente scritto di Moamin e altre fonti pazientemente raccolte, ma soprattutto la sua diretta esperienza, contrapposta persino all’autorità d’Aristotele). L’originale dell’opera, preziosamente illustrato, andò perduto nel 1248, quando una sortita dei Parmigiani, mentre Federico era a caccia, distrusse il campo degli assedianti. La più efficace sintesi dello spirito autenticamente scientifico da cui Federico era animato è la dichiarazione da lui inserita nel prologo di questo trattato: ‘Intentio vero nostra est manifestare in hoc libro … ea quae sunt, sicut sunt’”[3].


Nella Biblioteca Nazionale di Napoli vi si ritrova una copia del De Arte, si tratta di una vecchia editio, pubblicata in Firenze, con foto d’epoca.
Alcuni brevi passi son forse interessanti da riportarsi:
“Sebbene il falco segua i suoi istinti, imparerà presto ad accorrere al richiamo del padrone”[4]. “Come già si è detto, il falconiere deve addestrare i suoi falchi a cacciare soltanto gli uccelli che vuole lui e nel modo che a lui piace. Questo non è un compito facile poiché è in netto contrasto con l’inclinazione naturale del rapace”[5].






Andrea A. Ianniello

















[1] In Apocalisse di Giovanni, a cura di D. Tripaldi, Carocci editore, Roma 2012, p. 75. Dopo questi versetti, poco dopo, si ha il “passaggio dell’Eufrate” da parte dei “re dell’Oriente”: “Il sesto angelo versò la sua patera sul gran fiume Eufrate: il suo corso si seccò, di modo che fosse libera la via per i re che vengono dall’Oriente”, Ap., 16, 12, in ivi, p. 77.
[2] E. Horst, Federico II di Svevia, Rizzoli Editore, Milano 1981, p. 5, corsivi e maiuscoletto in originale, riportata nel bel suo italiano medioevale. La poesia tratta della nostalgia per la terra natia da cui si è lontani, non è poesia d’amore dunque.
“Al novero dei poeti di corte appartenevano tre membri della famiglia comitale degli Aquino, con la quale Federico era imparentato, e che contava tra i suoi più fedeli seguaci”, ivi, p. 207, corsivi miei. Interessante.
[3] A. Roncaglia, Le corti medievali in Letteratura italiana vol. 1 Il letterato e le istituzioni, Einaudi editore, Torino 1982, pp. 146-147. In nota la traduzione: “La nostra intenzione è di illustrare in questo libro … le cose come sono, così come sono”, ibidem.
[4] Federico II, Arte della falconeria, Olimpia, Firenze 1968, p. 455. “Il volo dei falchi è molto vario”, ivi, p. 458.
[5] Ivi, p. 13. Qui terminiamo, in questa nota finale, con un passo di Horst: “Oltre all’apporto naturalistico e alla stupefacente quantità di dati originali, il trattato di Federico contiene anche alcune personali opinioni sull’uomo e sul suo rapporto col mondo della natura [ed ecco perché c’interessa qui, nota mia]. Il falconiere ideale corrisponde ‘al ritratto dell’uomo completo, quale l’Imperatore lo immaginava’: un uomo dedito solo all’arte venatoria, alla quale subordina la fame, la sete, persino il sonno. Tralasciando le indispensabili cognizioni pratiche, si esigeva che possedesse una perfetta padronanza di sé, solida intelligenza, acuta memoria, coraggio e tenacia, tutte qualità capace di farne un elemento adatto anche a superiori servizi di Stato e lo dimostra appunto il fatto che molti grandi funzionari imperiali si esercitarono in gioventù al duro tirocini della falconeria. Per il falconiere – scrive Federico – ‘ogni cosa deve nascere dall’amore che egli porterà alla sua arte’. Un’arte, così spesso egli la definisce, intendendo con ciò la necessità e la forza di domare, con la sola superiorità dello spirito, gli uccelli rapaci, gli animali più liberi e mobili del creato. E’ appunto questo presupposto che rende l’arte di cacciare con gli uccelli ‘nobilior et dignior’, più nobile e degna di altri metodi di caccia. Non con la forza, ma solo con la sensibilità e l’ingegno l’uomo può ammaestrare i rapace al punto di falco volare libero in cerca di preda per poi liberamente tornare a posarsi sulla sua mano. […] E’ dunque un trionfo dello spirito dell’uomo riuscire a trasformare la inclinazione naturale del rapace conferendogliene una nuova; ed è questa la ragione per la quale la caccia col falco acquista un significato che, secondo Federico, trascende il divertimento e la maestria venatoria, per assurgere ad altezza d’arte”, E. Horst, Federico II di Svevia, cit., pp. 200-201, corsivi miei. Insomma per Federico II il falconiere è un modello possibile (per lui necessario) del funzionario di alto livello e dello statista. Questa parola non può, al giorno d’oggi, essere applicata ad alcun politico vivente. Vi sono certo dei “politici” o, più spesso e senz’alcun dubbio, dei meri “politicanti”, mai però degli statisti. Lo statista, come il falconiere, sottopone la sua fame, la sua sete, i suoi interessi, insomma, al dovere della costruzione dello stato e al suo buon funzionamento. Ora, se guardiamo i nostri contemporanei, è impossibile non farsi “panze” di risate a tal proposito … 






– B. TELESIO –








“Nessun giocatore deve esser più grande del gioco stesso.
Rollerball[1].

“[…] un’umanità dagli occhi quasi spenti non regge a luci troppo gagliarde: non tollera l’idea che esistano santi, carismatici che perseguano il bene (il divino, non le buone azioni) fine a se stesso, perciò nemmeno può ammettere l’esistenza d’un satanico, consapevole esecutore di un male senza secondi fini. Che qualcuno ami la degradazione, si voti ad essa inflessibilmente, ne ordisca la trama con dissimulazione, sofferenza e prudenza, questo è troppo per l’umanità che assiste affascinata, come uno scoiattolo sotto o sguardo del serpente, alla demolizione sistematica dell’arte, della grazia contemplativa, della vegetazione stessa, di tutto ciò che è elfico al mondo. L’intelligenza maligna che conduce quest’opera di rovina è non meno sovrumana di quella divina che s’infuse nel genio degli edificatori”[2].





In uno dei casali di Caserta ­– Centurano (il cui nome chiaramente allude alla centuriazione) – vi è un portale, nella cui chiave vi è il simbolo, piuttosto interessante, della sirena ­– sulla quale vi sarebbe molto da dire ­–, con sotto una data. Esattamente sopra la data, vi passa su un cavo (di un qualche cosa qualsiasi): esattamente su
Per quel che mi ricordi, le prime due cifre sono 14 (= mille quattrocento), ma non ricordo le ultime due.
Ecco, la negazione della storia non potrebbe esser affermata con più chiarezza ed evidenza: il cavo passa sulla data.

Dirlo più chiaramente di così, e nei fatti, sarebbe impossibile. A chi ha fatto questo non è passato nemmeno per la più lontanissima anticamera del cerebro che quella data potesse avere un significato, e che lo stemma stesso fosse portatore di un qualche valore: non sia mai.
Non poteva certo passare per la testa. La pianura campana è ­– e doveva essere ­– solo e soltanto un non luogo del tutto privo di passato, una sorta di tabula rasa sulla quale poter costruire i non luoghi.
E questo è avvenuto col pieno consenso di una classe dirigente mai esistita e di una borghesia mai cresciuta, solo e soltanto “compradora”, meramente di raccordo, e per la quale, nell’epoca della “rifeudalizzazione” cosiddetta, unico scopo era stato quello di sostituire le classi nobiliari nella loro crisi dovuta alla modernità, sovrapponendo la logica economica borghese a quella della casta, ma senza implementare trasformazioni sociali di alcun genere o tipo.
Morale della favola: il “popolino” è rimasto subalterno nel profondo, in rapporto strutturalmente clientelare verso una borghesia autoreferenziale al milleun per cento.
La fase dell’industrializzazione è stata la breve ebbrezza, presto obliata, essa non ha inciso in nulla nel profondo.
Preme ricordare questo punto appena detto.

Un altro esempio di degrado, ma senza un grosso “coso” a ricordare la propria nullità, è il centro di Cosenza.
Questo ci ricorda come, nel Sud, tutta la lezione degli umanisti non vi è mai stata, né il Medioevo, tutto sommato piuttosto vivo, del Meridione pare sia mai esistito: la marginalità come dimensione della mente, la pulsione al suicidio ­– altro che Canetti!, altro che “libido dell’omicidio”!, anche se le due cose possono paradossalmente coesistere, ed ecco la forza inusitata delle organizzazioni criminali nel Sud, mai veramente non dico spiegata, dico solo affrontata ­–. E, finché il Mediterraneo rimarrà chiuso, il Meridione ne sarà la prigione. Intendo: avrà il ruolo di prigione, il luogo ­– o non luogo … ­– della “Tristitia”, nota figura geomantica … Se si pensa come Pasolini cercasse l’ “autenticità” del “popolo” fra Napoli e Caserta, si ride[3].
In tutto il mondo le cose vanno male, ma nel Meridione vanno male al quadrato, e vanno malissimo anche nelle sue zone direttive, e cioè la costa tirrenica settentrionale, e, in misura minore, l’area di Bari e cioè una parte importante, ma piccola, della costa adriatica. Queste sono sempre state le parti dove, per esempio, vi erano storicamente le migliori strade, quindi più commercio, più “sviluppo”, ecc., ecc. Ma oggi tendono a divenire dei non luoghi e con modalità irreversibili.
Una volta che tu hai fatto costruire mostruosità edili di varia forma e natura, mostruosità che non possono essere chiamate “architettura”, non è che puoi tornare indietro come se nulla fosse stato …
In questo scatafascio, visto che l’originale dell’opera più nota ed importante di Telesio è andato irrimediabilmente perduto in quest’ estate del “sabba” continuo, come la chiamo[4] ­– in cui nulla ci è stato risparmiato (anche un terremoto di natura probabilmente relativa al campo vulcanico dell’Epomeo e dell’area flegrea, Epomeo che, secondo alcuni, sarebbe una delle “porte” dell’ “Agarthi” e/o Shamballah) –, qui di seguito si riporta un’ immagine dalla copia milanese dell’opera principale di Telesio.



Frontespizio e pagina della prima edizione di B. Telesio, De natura iuxta propria principia, in L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, volume secondo Il Cinquecento – Il Seicento, Garzanti Editore, Milano 1970, p. 145[5]; fonte dell’immagine: Milano, Biblioteca Ambrosiana.


Una notazione sull’ “operaismo” degli anni Settanta, e cioè sull’epoca finale dell’industrializzazione nell’ ex “Brianza del Sud” (fa proprio ridere un nome tale, la sedicente “Brianza del Sud”, altrettanto bianco conservatrice rispetto alla Brianza originale, ma oh quanto marginale, conservatrice perché marginale, non conservatrice perché trae beneficio da un determinato sistema che, al contrario, la penalizza, e però bacia quella mano che la porta nel macello, chi è coniglio – o lepre: questo è il significato di Terra laboris, la terra della lepre – non può neanche immaginare cosa gli stiano facendo): “Il 1975 è l’anno di massima espansione del tessuto industriale casertano […]. Dieci anni dopo, giusto per fare un fixing, si stanno già raccogliendo i cocci di una crisi generalizzata del polo casertano. Non capimmo, non avevamo gli strumenti culturali per comprendere che nel campo della produzione industriale stavano prendendo corpo cambiamenti epocali […].
Nel testo di Ugo Brunello del Consiglio di fabbrica di San Siro intitolato Ristrutturazione si intuisce che sta succedendo qualcosa. […] Oggi sappiamo che in realtà la scienza è essa stessa una manifestazione dell’innovazione tecnica: si fa ricerca perché si vuole produrre una nuova molecola, non si produce una molecola perché la scienza ha ricercato. Ma allora chi di noi sarebbe stato capace di cogliere quello che stava avvenendo? Il mondo stava letteralmente cambiando sotto i nostri occhi, ma noi non riuscivamo a vederlo. Eravamo in possesso di modalità di analisi della realtà che non erano le più idonee ad interpretarla correttamente. Il tempo si è incaricato di dimostrare che la nostra prospettiva rettilinea era un sogno, forse qualche sforzo di liberarci dal nostro determinismo lo abbiamo fatto anche allora, ma nella sostanza restavamo incatenati ad un equivoco tutto ideologico”[6]. Nessun dubbio su queste due ultime affermazioni. Ma non è affatto vero che “nessuno” colse i cambiamenti in atto, forse gli “operaisti” non potevano farlo, fissati com’erano con una scienza trapassata già in quell’epoca.
Il più volte citato (su questo blog) Baudrillard se ne accorse, e per tempo, fin dagli anni Settanta; di seguito, quest’autore darebbe divenuto famoso in Italia, lui stesso si chiedeva, però, se perché fosse stato capito o per uno stile accattivante, come spesso i pensatori francesi sanno fare, in quanto, a differenza dei famosi “italici”, che si mettono paura non appena vadano fuori certi recinti strettissimi, spesso capita che i pensatori francesi non si facciano scrupolo ad esser “interdisciplinari”, il che ne rende la lettura stimolante, diversamente dai sin troppo noiosi e prevedibili italiani.
In una parola: non fu capito, men che meno dagli “operaisti”. Che il marxiano “enigma della merce” fosse divenuto “enigma del segno” era, per loro, troppo. Il che, però, ci fa capire quanto poco avessero meditato, per davvero, anche su certi aspetti di Marx, con il quale, invece, Baudrillard contendeva sì, e ci si accapigliava senza dubbio, ma conoscendolo bene.
Tu puoi tentare di superare quel che conosci davvero, non “imparicchiato” su riduzioni di riduzioni di riassunti.
Il fatto è che confrontarsi con le  cose richiede tempo, ed assenza di paura, si dev’esser disposti ad accettare anche lo scacco, se questo sarà il risultato.
Tu non puoi preventivamente (à la Bush) fissare i risultati della tua ricerca perché allora non sarebbe una ricerca. “La ricerca, come un fiume in piena, non puoi mai dire dove andrà a sfociare”, per parafrasare il professor Matteucig. Tutto si riduceva, troppo spesso, a viete formule stantie: il marxismo si è scavato la fossa in gran parte da solo. E se la stava scavando proprio in quegli anni!! Questo è un monito perenne per tutti quelli che, oggi, straparlano, in modo molto superficiale, di fine del sistema. Figurarsi se, personalmente, io sia fan di questo sistema: per nulla.
Ma ci si deve sempre guardare dalle deduzioni superficiali. Certo che è in crisi, gravissima, lo si è detto più volte. Ma ciò non è sufficiente: non è sufficiente la crisi strutturale, i fattori solo interni di dissolvimento, ci vogliono anche delle forze dall’esterno. E queste ultime, proprio queste ultime, oggi – eufemismo per non dire da venti o trent’anni – mancano quasi del tutto[7].
Manca però il compimento di detta crisi, ed anche questo lo si è detto più volte. Ciò accade non solo per la “cattiva volontà” di gruppi di potere – che ci sta, eccome -, ma pure, se non soprattutto, per ragioni strutturali, poiché il System, dagli anni Settanta – Baudrillard docet –, funziona in automatico come una macchina auto regolantesi, ovvero cyber-n(on)-etica. Vale a dire: una macchina il cui pilota è automatico, ovvero, detto ancora in un altro modo: questa è stata l’ essenza dell’opera di uomini come il recentemente scomparso D. Rockefeller.
La “globalizzazione” doveva poter avvenire non per mezzo della dominanza di una nazione, qualsiasi, anche gli Usa, ma per mezzo di “signorie globali” da parte di grossi gruppi finanziari: ecco l’essenza della tesi e della pratica di D. Rockefeller e di tutta la “ristrutturazione” anni Settanta: Mission accomplished. Ed essa fu del tutto non compresa dal marxismo – gli “alternativi” dell’epoca –, come oggi, parallelamente, non comprendono quel che sta succedendo sotto i loro stessi occhi gli pseudo “alternativi” e/o “critici” contemporanei.
Il mondo è in rovina, pressoché totale, a causa di quella vittoria, della quale il marxismo all’epoca non capì nulla, letteralmente niente. Nonostante che una rilettura critica di Marx avrebbe potuto aiutarli, ma critica, non riduttiva e neppure giustificatrice o apologetica. Dunque non è che “non potevano capire” ma, per ragioni che non potevano neppure immaginare, a cosa era radicale: non è che ad un “sistema produttivo” se ne stesse sostituendo un altro, è che il sistema produttivo tout court diveniva subalterno a quello della produzione dei segni, il che, per un marxista, era parlargli della Luna, non ti poteva capire proprio. Ed all’epoca, ancor ancora, ci stava: che continuino a non capire nulla nemmeno oggi, è gravissimo, ma quest’incomprensione fa parte del sistema di oggi, al di qua di “destra” e “sinistra”, son tutti solidali nel non capire che cosa sia successo.
In base a quel cambiamento, il lavoro, di ogni tipo, subiva lo scacco matto da parte del capitale. Punto. E basta.
Definitivo risultato ed irreversibile. Quel che accade oggi è il semplice proseguimento di quanto fatto all’epoca.
E che lo scopo del “macchinismo” fosse questo è discretamente intravisto dallo stesso Marx, nel suo Storia delle dottrine economiche. Baudrillard si è letto per bene il suo Marx, ne ha intravisto le debolezze, l’ha poi posto a confronto con la situazione reale: ne ha tratto le deduzioni che se ne imponevano, come la fine del lavoro produttivo, il passaggio di ogni lavoro a quello di “servizio”, per esempio. La cosa da ridere è che chi avrebbe dovuto leggersi bene Marx non lo fece.
Questo fa ridere … Ripeto, tuttavia, che questo è un monito perenne per chi segua delle analisi superficiali.
La pelle dell’orso si vende solo e soltanto dopo averlo ucciso, mai prima; ed è ancora ben vivo per quanto malatissimo senza dubbio.
Che debba vivere per sempre, checché ne pensi l’orso ed i suoi estimatori e illustri cantori delle sue “sorti magnifiche e progressive”, però, è del tutto escluso.

Andrea A. Ianniello






[1] In J. Baudrillard, Della seduzione, Nuova Casa editrice Cappelli, Bologna 1980, p. 181, corsivo in originale.
[2] Introduzione di E. Zolla in J. R. R. Tolkien, Il Signore degli anelli. Trilogia, Rusconi Libri, Milano 1977, p. 11, corsivo in originale.
[3] Ci si ricordi della poesia di Pasolini intitolata “Terra di lavoro”, questa terra di bufale provenienti dalla Bulgaria con gli Sclavones di Paolo Diacono, gli schiavi dei Longobardi – il bufalo è simbolo dell’ignoranza nel mondo indù, del tamas, della greve pesantezza della terra -, terra di cagnacci sempre latranti, come il Belgio così cordialmente detestato da Baudelaire: “”, E. Jünger, Avvicinamenti, droghe ed ebbrezza, , p. . Il cagnaccio sempre latrante, passato dalla campagna, dove pure può avere un senso, nelle case di piccolissimi, minimi borghesucci mal dirozzati, attesta, al di là di ogni ragionevole dubbio, quel che scriveva qualcuno molti anni fa: “In un’analisi che, com’è stato osservato, ‘mozza il fiato’, E. Galli della Loggia [Il potere degli spettri, Mondoperaio, novembre 1979, p. 87] tocca le radici della condizione politica del nostro paese, ossia ‘la perdita dell’identità collettiva, la crisi della figura nazionale, al dissoluzione della legittimità’; temi, questi ripresi anche da un altro noto osservatore di cose italiane [G. Baget-Bozzo, Questione morale e coscienza nazionale, Mondoperaio, marzo 1980, p. 94]; da tutto ciò appare un quadro più grave di quello che vuole fare risalire ad una sola forza politica responsabilità che incombono anche sulla sinistra e, in fondo, su tutto il paese; si vive ormai in uno stato di ‘diffusa illegalità’, un penoso destino di ‘diverso’ incombe sulle minoranze oneste; ‘ormai, in Italia, il codice penale è quasi la sola barriera rimasta contro la degenerazione delle strutture pubbliche e l’affermarsi in esse di una crescente tendenza al lassismo e all’indisciplina’ [G. Ferrara, L’assenteismo e il codice penale, la Repubblica, 27 gennaio 1982]. In altre parole, la questione morale è essenziale, ma non si può pensare di farla pagare solo agli altri. L’imbarbarimento culturale del paese, la soppressione della nostra cultura storica, il fatto che il ‘caso italiano’ pone anzittutto un problema di riforma intellettuale e morale, prima ancora, che politica, tutto ci riporta ad Arbasino ed alle costanti antropologiche di un paese [cfr. 1977; 1978; 1980]. Italia civile – Tre personaggi dell’ Italia civile’, sono i titoli di un volume e dell’appendice alla raccolto di articoli di N. Bobbio [1976-80, ed. 1981]; assai significativi, tanto per cominciare, giacché danno per scontato un’altra Italia, un’Italia incivile, quella del tempo in cui si scrive. Magari vi sarà una punta di comprensibile ripianto del passato, ma ciò che conta è che quest’ultimo diviene a posteriori civile, di fronte alle condizioni attuali del paese. Pochi altri come Pasolini hanno descritto, con quell’intuito di poeta che vede più a fondo degli analisti professionisti, […] un paese operato da una caricatura del capitalismo-consumismo, come appare in buona parte quello italiano; esso richiama il destino di quelle numerose civiltà contadine dell’Asia distrutte non già dal capitalismo ma dalla versione fornitane dalla classe di governo locale”, F. de Franchis, Dizionario giuridico. Law Disctionary, vol. 1, Giuffrè editore, Milano 1984 (il vol. 2 sarebbe stato del 1996), Introduzione, p. 184, corsivi in originale. Frasi del 1984: nulla di sostanziale è cambiato, tutto si è incancrenito … Quel che si può osservare è che, spesso, i nomi di chi, allora, criticava si sono allineati alla corrente, seguendo il consiglio di Totò ne “La banda degli onesti”: “adeguarsi”, adeguarsi al “ragionier Casoria”, personaggio che, nel film, rappresenta un’Italia che conosciamo sin troppo bene. O son passati a riforme notoriamente gattopardesche, insomma esche dette perché vi sia un’apparenza di cambiamento, quando, in realtà, si stabilisce che nulla cambi, che i confessabili e ben noti interessi continuino a spadroneggiare. Nel Sud la notte pare non finir mai, non solo l’epoca del terremoto che, comunque, ha davvero segnato una frattura, definitiva, cf. F. Compasso, La notte del Sud (Saggio socio-politico sulla poesia del terremoto), Galzerano Editore, Casalvelino Scalo (Sa) 1981. La “notte del Sud” non è mai finita, nel Sud.
Comunque anche nel secondo volume “del” de Franchis vi son nomi che, in seguito, sarebbero divenuti molto noti, assieme alla delusione per i sussulto mancato di “Mani pulite”, la previsione – l’unica cui un’analisi spassionata avrebbe potuto far giungere – del fallimento del “federalismo” europeo (ed anche il conflitto interessi che avrebbe segnato l’Italia, cf., F. de Franchis, Dizionario giuridico. Law Disctionary, vol. 2, Giuffrè editore, Milano 1996, p. 174). “E siamo ancora a questo: che la classe dirigente italiana (sindacati in prima fila) non ha ancora capito che una democrazia inefficiente è una non-democrazia, per molti versi addirittura peggiore del fascismo”, ivi, p. 166, corsivi in originale. Oggi siamo ben oltre quel che de Franchis all’epoca denunciava, lui stesso esempio di quella borghesia, che il progetto gramsciano chiamava a servire un progetto di sviluppo insieme alle classi “subalterne”, ma che è sempre stata minoritaria nella borghesia italiana stessa. “Si scriveva al Duce, e non di rado si otteneva giustizia. Ma in una democrazia all’italiana a chi mai si può scrivere?”, ivi, p. 167. Se si è vittima di un’ingiustizia, in Italia, paese “democratico”, qualora non si sia in possesso di grosse somme, ci si terrà l’ingiustizia, esattamente come nelle dittature. E questa è la mera realtà. Ma non solo i politici o i giornalisti o gli imprenditori, la crisi ha trovato nella decadenza della classe dei professori un elemento decisivo (cf. ivi, pp. 103-153). In tempi di turismo risorgente, e al netto dei “sepolcri recentemente imbiancati”, cambiate poche parole, rimane ancora vero: “Ma qualsiasi turista in transito per il nostro paese, purché abbia un po’ di sale in zucca, di fronte all’oda di motorini e al traffico spaventoso delle nostre sconquassate città – da Torino, Milano, Genova, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo e Catania, che tanto imbarbariscono il Giardino d’Europa – che da noi l’ economia nazionale richiama per molti versi quella di un paese del terzo Mondo, e non fatica troppo a risalire, di gradino in gradino, come in un qualsiasi paese sudamericano, fino al cuore del sistema, concepito come una colossale anomalia. Naturalmente, in un articolo non si può dire tutto, e quindi si capisce che esso non precisi […] che le nostre infrastrutture fanno schifo”, ivi, p. 169, corsivi in originale. Qualche piccolo belletto avviene troppo tardi e troppo poco, soprattutto troppo tardi: e tutto il tempo passato su infrastrutture inadeguate se non pessime? Perché non viene computato e non se ne dà un indennizzo, senza contare aumenti del tutto ingiustificati? Piccoli miglioramenti sono sbandierati come chissà che, quando sono appena una parzialissima compensazione. In Italia, infatti, si è del tutto incapaci di guardare oltre l’oggi o appena domattina, e qui vi è una differenza forte con la Germania: ad esempio, la Merkel ha tratto profitto delle riforme di Schröder, che, all’epoca, fu però molto criticato: è che guardava oltre al giorno dopo. Ma questo, a sua volta, non è una caratteristica dell’oggi: in Germania nasce da Federico II di Prussia, mentre, in Italia, questo tratto caratteriale non è mai nato, sin dalla cosiddetta “unificazione”.
“Federico è stato grande. Ma è pericoloso per una nazione lasciarsi assorbire da un solo uomo. Lo paga sempre duramente. Tuttavia bisogna riconoscere che, caduta dalle mani di Federico, la monarchia prussiana aveva in sé sufficienti risorse e sufficiente energia da poter superare una durissima sconfitta con una bellissima vittoria. Venti anni dopo la morte del vecchio Fritz, Napoleone entrava a Berlino, otto anni dopo, il re di Prussia entrava a Parigi”, P. Gaxotte, Ritratto di F II in Federico II re di Prussia, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1990, p. 108. Non si può cambiare il proprio certificato di nascita. E una lepre non può diventare un leopardo.   
[4] Siamo tornati, mutatis mutandis, e come simulazione – = per artem diabolicam –, al “festival del potere d’acquisto”, cf. J. Baudrillard, Il sogno della merce, Lupetti Editori di Comunicazione, Milano 2007 (prima ed. **1994**), pp. 119-121. Nell’Introduzione (all’edizione del 1994), il curatore, V. Codeluppi, scriveva: “L’esempio più lampante di questa progressiva ‘primitivizzazione’ del sociale ce lo dà, secondo Baudrillard, la società apparentemente più avanzata: quella americana, grado estremo della simulazione, ma anche ‘la sola società primitiva attuale’ [Baudrillard, L’America]. Si tratta di un’ipotesi eccessivamente radicale [mica poi tanto, più di vent’anni dopo possiamo ben dirlo; nota mia] anche tenendo presente che è comunque un’abitudine del sociologo francese quella di spingere sino alle loro estreme conseguenze le sue riflessioni e di giocare continuamente d’azzardo con il futuro, disegnando i contorni di una società puramente fantascientifica e ancora lontana dall’esistere [idem come sopra, nota mia]. In ciò risiede probabilmente anche il limite maggiore di Baudrillard, eppure, anche se il sociale che oggi conosciamo [in parte: conoscevamo; nota mia] è diverso, è comunque nella direzione tracciata dal sociologo francese che si sta dirigendo, e con essa l’intera comunicazione pubblicitaria. Così, se oggi [all’epoca] il pubblicitario non può credere che la gente non gli creda, […] in un domani forse non lontano incomincerà probabilmente a pensarlo anche lui”, ivi, p. 27. Ed è oggi. Tra l’altro, questo sabba chiamato estate ha visto la ripresa del consumo su basi massicce, la settimana centrale di agosto sembrava l’esser tornati a tempi molto lontani, quelli de “La donna della domenica”, film del 1975, di , che, a parte certe, datate, critiche sociali, mostra molto bene l’atmosfera di un periodo (questo è l’interesse dei film malgré eux mêmes), la Torino svuotata del tutto, però all’inizio del mese di agosto, com’era in quei tempi. Quel che conta sottolineare,è che, nel corso degli anni, e solo mercé mezzi simulativi di crediti su crediti su crediti, in definitiva il modello di fondo quello è sempre rimasto.
Contro di esso il “comunismo” era perdente sin dall’inizio. Scriveva illo tempore che: “Poiché la visione comune è quella dell’ imperialismo dei sistemi totalitari. […] Ora, il vero pericolo per le ‘democrazie’ occidentali non è quello dei carri o dei missili russi e del loro impiego eventuale, non è quello di un rapporto di forze militare e neppure quello di un irradiarsi della rivoluzione. Il modello totalitario, corpo fredda e senza irradiazione propria, è profondamente difensivo: fa già fatica a conservare il suo blocco e a raffreddare le sue stesse energie. Non ha mai avuto grandi successi sul piano dell’esportazione, con la violenza o con l’infiltrazione. La sua potenza d’irradiazione è nulla, la sua strategia politica pesante e antiquata e il vero problema è piuttosto quello della sua interna fragilità [come poi si sarebbe visto a breve, nota mia], contro la quale può essere tentato di difendersi ricorrendo a soluzioni estreme. Molti in Occidente giocano a farsi paura con argomenti del genere (per quali segrete ragioni?), ma il problema si situa altrove. E’ nella seduzione collettiva che può cominciare a esercitare, anche in Occidente, la struttura totalitaria [come si vede nel totalitarismo dell’informazione, da un lato, e, dall’altro, seppur dopo molto tempo, nel fascino dei cosiddetti “uomini forti” – che poi non lo sono mai, ma è altro discorso –, del “putinismo” e via dicendo; nota mia]”, J. Baudrillard, La sinistra divina, Feltrinelli Editore, Milano 1986, pp. 93-94, corsivi in originale. “Forse i comunisti non hanno mai veramente avuto il gusto del potere. In quanto comunisti, probabilmente non hanno mai avuto altro che il gusto del dominio burocratico”, ivi, p. 12, corsivi in originale. Ancora: “La razionalità del capitale è una baggianata: il capitale è una sfida all’ordine naturale del valore. Questa sfida non conosce limiti; essa mira al trionfo del valore (di scambio) ad ogni costo, e il suo assioma è l’investimento, non la produzione. […] Almeno è questo capitalismo, senza morale né misura, che ha dominato dal XVIII secolo agli inizi del XX. […] Il socialismo non è la forma dialettica superiore al capitale, è solo […] la forma moralizzata dell’economia politica (la quale a sua volta è stata ridotta da Marx alla dimensione critica ed ha così perduto la dimensione irrazionale, ascetica, su cui ancora insiste Weber nella sua Etica protestante) e l’economia politica stessa integralmente moralizzata dal valore d’uso. […] L’arcobaleno dialettico che tanto a lungo ha brillato sula nozione marxista della merce e sull’orizzonte sacro del valore si è dissolto e nei frantumi della sua deflagrazione possiamo oggi vedere come stanno le cose: non soltanto il valore d’uso non è nulla ma funziona da foglia di fico dell’economia politica (cosa che Marx, bisogna dirlo, ha discretamente intravisto, ma che nessuno dei suoi seguaci ha visto dopo di lui, poiché tutto il socialismo, ogni idea di rivoluzione e di fine dell’economia politica sono regolati sul trionfo del valor d’uso, […] che rimanda a ciascuno l’immagine dei propri ‘bisogni’) […] I comunisti credono al valore d’uso del lavoro, del sociale, della materia (come vuole il loro materialismo), della storia. Credono alla ‘realtà’ del sociale, delle lotte, delle classi, che so?, credono a tutto, vogliono credere a tutto,è questa la loro moralità profonda [verissimo]. Ed è questo che toglie loro oggi ogni capacità politica”, ivi, pp. 13-14, corsivi in originale. “Che Marx aveva discretamente intravisto”, parole profondamente da meditarsi. Vale a dire che la stragrande maggioranza dei marxisti non ha mai approfondito il lato “problematico”, che pure ci sta, dello stesso Marx. Ecco perché hanno creduto a tutto = fallimento politico inevitabile. Questo, però, a sua volta, pone il problema di quale sfida – per davvero – possono mai aver esercitato i comunisti; e la risposta di Baudrillard è tanto semplice quanto giusta: non era la dottrina materialistica, “dialettica” o non, il punto, e nemmeno le organizzazioni sociali pratiche; era il mito della rivoluzione che funzionava, il mito di un “cambiamento generale”, non la sua realtà, sempre deludente, o trasformatasi in nazionalismo, come, poi, è stato l’ inevitabile iter seguito dalla Russia e dalla Cina, ognuna con sue modalità proprie, ovviamente.
Copertina di L. Colletti, Il marxismo e Hegel, Editori Laterza, Bari 1969, libro molto importante per la critica alla dialettica di Marx, critica spesso giusta, però solo nella sua pars destruens, in quanto detta critica era fatta in base alla razionalità cosiddetta “scientifica”, pars construens anche meno credibile dell’altra.

[5] Su Telesio, s’insiste spesso che fosse anti aristotelico, non è del tutto esatto: “Comunque in Telesio è caratteristica questa concordia discors con Aristotele, per cui Aristotele è di continuo aspramente combattuto mentre di continuo si ritorna a spunti e processi aristotelici, onde non a torto Gentile ebbe a concludere che la differenza fra Aristotele e Telesio è, spesso, ‘più nella parola che nel concetto’ […]. Non dunque una materia come mera potenza, non una forma statica e immota, non una privazione come pura negazione, sono i principi del reale, ma nature agenti, il caldo e il freddo, e la massa che esse agitano e sollecitano”, E. Garin, Storia della filosofia italiana, vol. 2, Einaudi editore, Torino 1966, p. 651, corsivi in originale. Prova ne sia proprio questa centralità del caldo e del freddo per le trasformazioni naturali, anche “alchemiche”, cf. E. Zolla, Le meraviglie della natura. Introduzione all’alchimia, Marsilio Editori, Venezia 1991, pp. 20-24.
“Così il Telesio in definitiva è lontano dalla nuova  m e n t a l i t à [sic] da cui si origina la scienza moderna della natura, anche là dove arriva più vicino ai suoi risultati. La contraddizione insita nella sua dottrina  dal punto di vista della considerazione storica può essere definitiva sinteticamente in questo modo: il  c o n c e t t o  aristotelico di  f o r m a, superato nella fisica, conserva ancora il suo predomino nella p s i c o l o g i a. qui esso sopravvive nel  c o n c e t t o  scolastico di  s p e c i e  e nella concezione secondo la quale il processo della conoscenza non è altro che un passaggio e una trasformazione delle cose stesse nello spirito, con una parte della loro entità. Ma tale concezione non può essere separata dalla metafisica aristotelica da cui è sorta […]. L’essere sostanziale, ‘spirituale’, che questa metafisica attribuiva alle cose della natura, è scomparso: ma poiché il processo della conoscenza viene interpretato e descritto dal punto di vista tradizionale, deve necessariamente trasformarsi in un passaggio puramente  m a t e r i a l e  tra gli oggetti e la coscienza. Questi problemi […] continuano a farsi sentire anche nei seguaci di Telesio. L’Accademia di Cosenza, da lui fondata, divenne il primo centro stabile per la raccolta e la descrizione esatta di singoli fenomeni fisici, ma tutto il materiale ch e viene alla luce non è sottoposto in un primo tempo a un esame critico […]. Nel  P a t r i z z i, la cui Nova de universis philosophia è con l’opera principale di Telesio il tentativo più importante di una spiegazione unitaria e indipendente della natura, il problema dell’origine della conoscenza tende di nuovo verso il   n e o p l a t o n i s m o. sebbene il ‘Logos’ si distacchi dall’essenza divina, tuttavia non perde mai la coscienza della propria origine la ‘consapevolezza’ del suo legame con l’essere supremo e l’amore che scaturisce da questa conoscenza costituiscono l’essenza interiore e l’impulso fondamentale dell’intelletto che deve volgersi su di sé e sulla sua causa per ritrovarvi e comprendervi indirettamente tutte le altre cose. La conoscenza non tede ad altro che alla coincidenza col suo oggetto, a dissolversi, cioè, nell’essere assoluto: ‘cognitio’ – dice il Patrizzi giocando sull’etimologia – è sinonimo di ‘coitio cum suo cognobili’. Qui possiamo constatare ancora una volta quanto l’ ‘empirismo’ dell’epoca sia vicino l misticismo speculativo. Ritroviamo queste due tendenze strettamente intrecciate in una singolare espressione individuale nel pensatore che conclude lo sviluppo della filosofia della natura: nella metafisica di Campanella confluiscono tutti i motivi intellettuali dell’epoca e si raccolgono tutti i sui contrasti”, E. Cassirer, Storia della filosofia moderna, vol. 1 Il problema della conoscenza nella filosofia e nella scienza dall’Umanesimo alla scuola cartesiana, il Saggiatore Alberto Mondadori Editore, Milano 1968, pp. 171-173. Il fatto che Telesio ammettesse un “intelletto unico” è la spia che fosse vicino alla corrente “averroista” dell’aristotelismo, cui era interessato lo stesso Federico II di Svevia, oltre che un conoscitore di qualche dottrina alchemica, senza esser lui stesso alchimista, chiaramente. Che potesse poi avere tali ultime conoscenze, cui si è appena fatto riferimento, è tutto fuorché sorprendente, tale l’epoca in cui scriveva. Tra l’altro: “Nel senso alchemico del termine, la Natura non è tuttavia una forza cieca, anche se il concetto di natura che i filosofi illuministi hanno così frainteso e male utilizzato [corsivi miei] deriva indirettamente [corsivo mio] dalla natura ermetica”, T. Burckhardt, Alchimia. Significato e visione del mondo, Guanda Editore, Milano 1981, p. 105, corsivo in originale, corsivi miei detti fra parentesi quadre.
[6] A. Scarano, Introduzione: Nel cuore degli anni settanta, in P. Broccoli, L’Informatore, giornale operaio della Sit-Siemens di SMCV, Edizioni Saletta dell’Uva, Caserta 2016, pp. 16-18, corsivo in originale. Vero che, poi, la cosiddetta “sinistra” sarebbe divenuta il cagnolino più obbediente del nuovo padrone: di solito, se non ha una cultura forte alle spalle, il “sinistrato” finisce per fare “peana” al sistema, l’ho notato varie volte: è quello che assume la logica dominante senza più alcun filtro, diventa marginale, diventa una casertano onorario, in altre parole. E non vi è iattura peggiore che possa mai succedere, perché porta fatalmente alla toltale irrilevanza. Come Caserta. Come il Sud.
Per una sorta di nemesi, questa negazione del Sud porta, quindi, a divenirlo.
Siamo sempre il Sud di qualcos’altro, amo dire. Per fortuna nell’Antartide non vi sono popoli autoctoni, al momento, secondo F. Barbiero, in altro ciclo umano, le cose sarebbero state ben diverse, ma oggi così è … A tal proposito, cf. F. Barbiero, Una civiltà sotto ghiaccio, Editrice Nord, Milano 2000.  
[7]Il capitalismo non morirà dunque per un gioco di contraddizioni puramente economiche [corsivi miei]. E oggi dobbiamo cercare nel Capitale, non un sistema chiuso di leggi economiche, ma un momento di una dialettica, una metodologia dell’iniziativa storica, fondata, come lo era il Capitale, sull’analisi delle contraddizioni di un’epoca determinata per svilupparne il possibile futuro in grado di superarle”, R. Garaudy, Karl Marx, Sonzogno Editore, Milano 1974, p. 194, corsivi in originale, i miei segnalati fra parentesi quadre. Dal 1974 ad oggi non “si” è stati “in grado” di “superare” proprio un bel niente … Comunque, verissimo che “Il capitalismo non morirà dunque per un gioco di contraddizioni puramente economiche”, questo si è dimostrato, invece, verissimo, è la pars destruens, però, dell’analisi del Garaudy di quel tempo. La stessa “evoluzione” di Garaudy sta lì a dimostrare come, ed anche a fornire qualche indizio sul perché, non “si sia stati” capaci di “superare” un bel nulla. La “soluzione” alla “dissoluzione” – o anti soluzione – l’ho ripetuto varie volte: non può esser chemeta-politica” ed anche “meta-economica”. Tra l’altro, su Wikiquote vi sono delle frasi tratte proprio da questo testo, cf.
https://it.wikiquote.org/wiki/Roger_Garaudy. Su R. Garaudy (1913-2012) va detto infatti che passò dal marxismo “eretico” all’Islamismo, anche radicalmente anti israeliano, un molto indicativo iter.
La copertina di R. Garaudy, Karl Marx, cit.:

A questo punto, è bene precisar questo: non nego la presenza di “cattivi” – tanti –, e men che meno nego la presenza di “complotti” – più o meno vasti –; quel che formalmente nego è che un problema di natura sostanziale, strutturale, relativo al “come funziona” ed alla finalità (tèlos) di un fenomeno storico possano essere risolte con la mera negazione di eventi che son davvero successi, oppure con l’attribuzione di tutto ciò a “cattivi” più o meno ben identificati, che ci sono, nessun dubbio, ma la cui esistenza non può mascherare il fatto che “la Macchina funziona da sola”, cf.
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2017/07/la-spola-la-fine-della-democrazia-1994.html. Essa, infatti, è governata da una sua logica interna ed il vero “complotto” è quello che ha costruito la sua logica di funzionamento interna escludendo ogni altra logica. Hic erant Dracones … E “gli uomini sono in realtà d’accordo nel mantenere la macchina in moto. E’ ciò che chiamavamo ‘la buona volontà civilizzata’”, da La Centrale di Energia (1910) in L. Pauwels – J. Bergier, Il mattino dei maghi, Oscar Mondadori, Milano 1979 (edizione francese 1960), p. 108. E “la civiltà trionferà sempre fino al momento in cui i suoi avversari non apprenderanno da essa stessa la vera importanza della Macchina”, ivi, p. 111. Fa di seguito il caso dei “cospiratori di Ginevra” contro i Romanov, fra cui Lenin …, che ben avrebbe compreso l’importanza della “Macchina”, solo che aveva fini sbagliati. Purtroppo, dopo di lui, quest’importanza è stata sottovalutata e tutte le “rivoluzioni culturali” tentate dai “non-ufficiali” sono fallite per questo preciso punto: “la civiltà sa utilizzare le energie di cui dispone, mentre le infinite possibilità dei non-ufficiali se ne vanno in fumo”, ivi, p. 112. Intanto, alcune cose che si diceva illo tempore si sono realizzate: “Basterebbero poche modifiche minime per ridurre la Gran Bretagna al livello […] dell’Ecuador, o per dare alla Cina la chiave della ricchezza mondiale”, ivi, p. 109, corsivi miei …
In ogni caso, che la “caduta tendenziale del saggio di profitto” non sia centrale al sistema capitalistica è un grossa incomprensione di Garaudy: questo è riconosciuto dagli stessi capitalisti, che, per ciò, sono nella necessità di ricorrere o all’aiuto dello stato o all’aiuto delle consuetudini di un paese (in Italia, l’enfasi sul “made in Italy” o, in Giappone, l’aver abituato il consumatore giapponese ad una qualità “media” elevata), su ambedue gli aspetti cf. I. Wallerstein, Capitalismo storico e civiltà capitalistica, Asterios Editore, Trieste 2000, p. 112. Sulle contraddizioni dell’ “individualismo moderno” e la necessità di padroneggiarlo, cf. ivi, p. 120, sul quale problema – decisivo -, Wallerstein, proseguendo, spiegava: “Il problema per la civiltà capitalistica, sin dal principio, è costituito nel come riconciliare le conseguenze positive e negative derivanti dal fatto di aver istituito l’individuo quale soggetto della storia [con il conseguente, necessario, del “prometeismo” individuale che ha succeduto alla mentalità “faustiana” iniziale; nota mia]. Gli ideologi conservatori, naturalmente, hanno sempre messo in guardia contro l’incombente disastro, come pure hanno fatto i teorici socialisti; di fatto, tuttavia, né gli ideologi conservatori né quelli socialisti (né tantomeno i movimenti che essi hanno ispirato) sono stati disposti per lungo tempo a lottare direttamente contro questo progetto geoculturale [ed ancor oggi, sostanzialmente, non sono disposti: questo punto qui è d’importanza decisiva, davvero decisiva; nota mia]. Piuttosto, si sono adattati ad esso e hanno cercato di piegarlo ai propri fini”, ivi, pp. 120-121, corsivi miei. E sinora sempre han continuato a comportarsi così: vi è dietro una “fede”, irriflessa, come s’è detto su questo blog più volte; il grosso problema, ieri e oggi e sempre più domani, è uno solo: che i tentativi di “piegare il system ai ‘propri’ fini” son tutti fallimentari, e del tutto fallimentari. Questa è la vera ragione della “Crisi del mondo moderno” (Guénon): che nessuno può piegare “Il” System ai “propri” fini, e che esso, come “La” Macchina, ha un suo fine inscrittovi sin dal principio, talché tal “fine” non possa mai esser modificato, salvo che si entri nel “sistema operativo” della Macchina stessa, nel “bios” cosiddetto. Ora però, la politica moderna – tutta – è costitutivamente, strutturalmente, sostanzialmente, necessariamente impedita dalla sua stessa naturamoderna” che la spinge ad aggregarsi, a costituirsi attorno alla “fede irriflessa” di cui sopra.
Continua così Wallerstein, come discorso storico: “Attraverso quali meccanismi è stata dunque contenuta la contraddizione [dei due volti dell’individualismo di cui ha detto qui sopra, nota mia]? Ciò è avvenuto enfatizzando contemporaneamente due temi opposti, perseguendoli contemporaneamente, e zigzagando tra di essi. Le due enfasi, o prassi [sono state prassi, difatti], sono state l’universalismo da un lato e il razzismo-sessismo dall’altro. Entrambi son prodotti fondamentali della civiltà capitalistica. Essi sono in apparenza opposti, ma di fatto del tutto complementari. E’ grazie allo strano e precario legame tra di essi che la civiltà capitalistica ha contenuto il dilemma del progetto geoculturale che considera l’individuo quale soggetto della storia”, ivi, p. 121, corsivi miei. Eh sì, perché questo è il “progetto geoculturale” della “civiltà capitalistica”, niente di meno, niente di più, ed è stato ed è un progetto potente, un sommovimento tellurico, non un bruscolino, non la “catena degli errori del mondo moderno” evocata a ogni pie’ sospinto dai “tradizionalisti”: se questo soltanto, infatti, fosse stato, avrebbe perso, e da molto tempo; al contrario, questo progetto ha vinto popoli e tradizioni e li ha trascinanti, volenti o nolenti, con se stesso, nel suo progetto. Si osservi, poi: ha sì contenuto, ma non ha risolto … Basta girarsi attorno per vedere come, ancor oggi, queste cose siano al centro della “dynamica cibernetica di controllo” del system. Che cos’è, infatti, la questione dei “diritti” se non la prosecuzione dell’ “universalismo” capitalistico? E che cos’è il “neo-sovranismo”, o le varie forme di “neo-nazionalismo”, se non la prosecuzione del razzismo-sessismo costitutivo della civiltà capitalistica? E, seguendo l’una o l’altra cosa, che cosa si può sperare, di cambiamento systemico? O, almeno, sostanziale? Nessuna speranza. A questo punto, torniamo a quel che diceva Baudrillard nella seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso, che si sarebbe giunti ad una logica bipolare, al codice informatico applicato alla politica, con conseguente svuotamento del ruolo e dell’importanza della politica stessa: fine anni Settanta.
Consapevolezza di ciò a “sinistra”: sottozero; analisi che tenessero conto dei cambiamenti allora incipienti, solo all’inizio: sotto il sottozero. A “destra” qualcosa c’era, invece, di assolutamente zoppicante, di totalmente insufficiente, ma c’era, a “sinistra” silenzio totale, resa completa, che poi ha proceduto, per portare necessariamente all’oggi ed al mondo che c’è nel “nostro” presente. Vi è un fil rouge, un cammino necessitato, non un optional. A “destra” la “critica” non è potuta andar oltre certi “paletti”, per una ragione precisa: la sinistra “moderata” fa sempre fuori quella “estrema”, è mera storia questa; la destra “moderata” coopta quella “estrema”, pertanto al critica “a destra” non può mai esser radicale, sennò perderebbero qualsiasi chance di “visibilità” e di “rappresentanza”. Si spiegano così le “oscillazioni” di Evola, da me notate più volte nel mio scritto in A. A. Ianniello – F. Franci, Evola dadaista, Giuseppe Vozza editore, Caserta-Casolla 21 dicembre 2011. Alla fin fine, a “destra” vi è sempre l’illusione del “ritorno”, facciamo finta che la modernità non ci sia mia stata, basta denunciare la “catena degli errori del mondo moderno”, dalla Riforma all’Illuminismo, e da quest’ultimo al socialismo, poi comunismo, ed il gioco è fatto: analisi molto ma molto superficiale. Questo li porta, così, nonostante tutte le “petizioni di principio”, ad allearsi con quelle forze che han distrutto l’eredità di Roma pretendendo di appropriarsene, o con quelle che si sono appropriate dell’eredità medioevale dicendo di esserne i seguaci, quando invece l’hanno minata dall’interno. Detto tutto ciò, rimane che, a “destra”, vi è stato il tentativo di reinterpretare anche autori di cosiddetta “sinistra” – per esempio, con A. de Benoist –, cosa che, a “sinistra”, non si è mai verificato, per cui la sinistra è sparita, se si eccettua, per una certa fase soltanto, qualche autore, come Cacciari, che ha reinterpretato Schmitt e si è sentito vicino a Jünger. In ogni caso, totali eccezioni: la “sinistra” si è dunque “sinistramente” sinistrata nei cascami del XIX secolo. La “sinistra”, in conseguenze di questa trafila, non esiste più, è oggi un mero simulacro; la “destra”, laddove esista, si vende sempre per il classico piatto di lenticchie: nessuna delle due, ormai, è di alcun aiuto, e concretamente, quando la “civiltà capitalistica” (Wallerstein) è in questione. Quest’ultima, oggi, è in crisi esiziale perché ha un suo fine, un suo meccanismo fondante, che la politica da molto tempo non signoreggia, e questo fine, ormai senz’alcun controllo, distrugge il mondo, per di più anche autodistruggendosi. Attenzione: come segnalava illo tempore – e stavolta giustamente – Garaudy, le cause di crisi all’interno, i motivi di contraddizione sono insufficienti a porre sotto scacco “matto” il System. Ci vuole anche dell’ “Altro”, e questo fu ben compreso da Guénon illo tempore. Non basta, infatti, la fase di “polverizzazione” in cui siamo, ormai, proprio a partire da quella “riforma sistemica” della seconda metà degli anni Settanta, della quale D. Rockefeller, scomparso quest’anno (2017), è stato un gran facitore ed un abile tessitore. Quanto a Guénon, si rifiutava di prendere una qualche posizione “politica” ed aveva l’ambire di una “critica totale” della modernità tout court. Non sempre riuscì a venir fuori dai pregiudizi propri alla sua epoca, ma questo accade, chi più chi meno, a tutti, e tuttavia a lui soltanto dobbiamo una critica “a tutto tondo” della modernità “in quanto tale”, non come mero “fenomeno sociologico”, ma come fenomeno proprio ad una particolare fase del divenire umano complessivo, cf. R. Guénon, La crisi del mondo moderno, Mediterranee, Roma 1972, p. 22; 1972, sul limitare dell’inizio della successiva “ristrutturazione systemica” globale.