sabato 22 luglio 2017

“Origo modernitâtis”







Da L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico e  scientifico, vol. 2 Il Cinquecento – Il Seicento, Garzanti Editore, Milano 1970, p. 181, la didascalia, sotto, spiega da dov’è tratta la figura.




In relazione al precedente post, Lenin e la Russia





In relazione al precedente post, cf.
“Nell’agosto 1887, Lenin s’iscrisse all’università di Kazan che, per quanto sotto severo controllo, era un fervido centro d’idee che attirava i giovani. Anche Gorkij era stato a Kazan; il suo libro Moi Universitéti comincia appunto: ‘dunque, io vado a studiare all’università di Kazan, nientemeno’; e lì aveva imparato molto presto ‘che l’uomo è plasmato dalla sua resistenza all’ambiente che lo circonda’. Ma, più che all’università, Gorkij se ne andava spinto dalla fame, sulle rive del Volga, negli imbarcaderi dove era facile guadagnare quindici o venti copeki. ‘Là, fra i caricatori, i vagabondi, i marioli, mi sentivo come un pezzo di ferro, cacciato a forza tra carboni accesi, ogni giorno mi impregnavo di una quantità d’impressioni acute e roventi. Là, davanti a me, come in un vortice, passavano uomini apertamente avidi, uomini di istinti grossolani; il loro rancore contro la vita, il loro modo ironico e ostile di considerare tutte le cose del mondo e la loro spensieratezza per quanto li riguardava, mi piacevano. Tutto ciò che avevo sopportato e veduto direttamente mi spingeva verso quegli uomini, suscitando in me il desiderio di sprofondarmi in quel loro ambiente corrosivo’. Lenin non ha mai raccontato di se stesso, di queste cose [non è del tutto vero, come si dice nel post qui sopra citato, comunque non nelle opere pubbliche, questo sì]: poiché ‘la nota soggettiva non trova mai posto nei suoi scritti e nei suoi pensieri’; ma, in quell’ambiente, fra quegli uomini rudi e amari, c’era anche lui, e le sue idee furono forgiate su quegli stessi carboni accesi. Fu lì, a Kazan, ch’egli s’identificò col lavoratore russo, e il popolo russo s’identificò in lui. In quelle terre, un secolo prima, la grande rivolta popolare del cosacco Emeljan Pugacëv (1773-1775) aveva trovato forti sostenitori. L’immenso Volga è il fiume simbolo della Russia; i suoi battellieri, i suoi canti, la sua storia, il suo immenso fluire: i veri pensieri di un uomo sono quelli che sono parte di un destino comune di tutto un popolo, di una vita comune che è un immenso movimento senza fine”[1].








[1] V. Tonini, “Che cosa ha veramente detto” Lenin, Casa Editrice Astrolabio Ubaldini Editore, Roma 1967, pp. 6-7, corsivi in originale, grassetto mio: notiamo questa ricorrenza del numero 7 quest’anno … che anch’esso termina con questo stesso numero sette. 







giovedì 20 luglio 2017

Ricordando le “GIORNATE DI LUGLIO” della Rivoluzione RUSSA, che [È] solo RUSSA, E RUSSERÀ PER SEMPRE …







Sul fiume, la luna che risplende; fra i pini, il vento che sospira;
per tutta la notte così tranquilla – perché? E per chi? –[1].

Potete fare un’insurrezione proletaria a condizione che
gli altri diano l’ordine di non sparare,
se vi mettono davanti  due battaglioni di carri armati
la rivoluzione proletaria o niente
sono la stessa cosa …
André Malraux[2].

“ ‘Non ragionate! ’.
Federico II ai suoi soldati”[3].

“Nel periodo della guerra nazionale la lotta di classe
assume la forma di lotta nazionale”
Mao Tse-tung [Mao Zedong][4].

“Per i notabili del Cremlino il corpo imbalsamato e il culto di Lenin portato
all’eccesso, al di là della bizzarra fusione tra rituali politici e religiosi,
importanti messaggi. […] Il mausoleo in legno fu sostituito negli anni
Trenta con quello in marmo e granito che, a quasi un secolo dalla morte di
Lenin, continua a dominare la Piazza Rossa. Fu il suo vecchio amico
Leonid Krasin a concepire l’idea di aggiungere un podio dal quale, nei
giorni di festa dell’Unione Sovietica, le future generazioni di zar comunisti
avrebbero tenuto i propri discorsi al popolo. […] I capi sovietici che
gli succedettero erano convinti che i risultati ottenuti da Lenin
fossero sufficienti a legittimare il loro governo. A un secolo di distanza,
Lenin viene ancora sfruttato da una nuova stirpe di autocrati
ultranazionalisti che fa volentieri a meno del comunismo, ma
continua a venerarlo come uomo forte della gloriosa storia russa[5].

“La prima grande sventura è stata la nascita di
Lenin. La seconda è stata la sua morte”,
W. Churchill[6].

“George-Henri Rivière costatava, non senza ironia: ‘Troppi musei son giudicati
in funzione del loro indice di frequentazione (così come le televisioni
in funzione del loro indice di ascolto!)’. tutto questo la dice lunga.
Gli Occidentali non sapevano più che una cultura è un’unità vivente;
né sapevano che l’arte non è un semplice ornamento o un semplice
‘prodotto di bellezza’ ma l’espressione di un progetto spirituale”[7].

“ ‘Il grande fallimento degli Occidentali affermava il professor Dupin –
non è il fatto che abbiano saputo trovare delle soluzioni, ma il fatto
che non siano neanche stati capaci di cogliere i problemi[8].






NB. Spesso le citazioni di libri riportano solo i numeri di pagina e non il passo in extenso: ciò per due motivi principali: 1) per non “appesantire” il blog, già sin troppo “pesante” per un blog: infatti, occorre sempre considerare il “mezzo” che si usa e la sua natura specifica; 2) per stimolare chi fosse interessato a ricercare da sé, posto, chiaramente, che sia interessato: se non lo fosse, nessun problema. Oggi purtroppo è fin troppo diffusa la mania: “siediti che la cosa ti va in bocca”; “laggente” è abituata così, a non fare alcun sforzo di ricerca in proprio. Ma qualsiasi “comprensione” che non ti metta in questione, è vana; passato il “titillamento” temporaneo, non rimane nulla. Ben diverso se tu, da te, da solo, ti metti in ricerca, vedi, t’interessi, critichi, non “per essere contrari” e basta – l’italietta: la patria dei “bastian contrari” e poi fa sempre ciò che ci aspetta da lei!! -, ma invece per divenire consapevoli della natura delle questioni di cui si parla. Nove periodico su dieci: si vedrà che ben poco è come sembra … 
Ciò detto, veniamo al punto.
Il nostro sarà ricordo “impressionista”, “a pezzi” e flashes, volutamente “frammentario” secondo i “crismi” e lo style del “nostro” tempo.


“Al termine della Guerra Fredda ha trionfato il neoliberismo e con esso l’idea di democrazia, mentre il socialismo e le sue varianti sono caduti in disgrazia. Sembrava non esserci alcuna alternativa alle soluzioni politiche ed economiche offerte dai mercati finanziari, ma le cose sono cambiate dopo la crisi finanziaria del 2007-2008 e la conseguente recessione. In gran parte dell’Occidente si è manifestata una perdita di fiducia nel processo democratico. Per milioni di persone, le certezze che due generazioni avevano accettato come presupposti incontestabili hanno iniziato a vacillare [solo a vacillare, però; nota mia]. Lenin, probabilmente, avrebbe considerato il mondo del 2017 maturo per una rivoluzione [probabilmente sì, ma oggi non accade: in parte, ma solo in parte, ciò è dovuto al fatto che, nell’epoca di Lenin, non vi erano quei mezzi per “sfogarsi” – del tipo dei “social” – come ci son oggi: insomma, la tecnica fa la differenza; nota mia]. E ora il mondo guarda a lui [Lenin] non per le sue risposta fallaci, sanguinariamente mal indirizzate, ma perché si poneva le nostre stesse domande[9]
E chi, oggi, risponde – davvero – a queste domande?? Domanda retorica, la cui risposta è:
Nessuno. Nessuno. Nessuno.
Di più: il mondo che c’è oggi non può rispondere a queste domande. Sta qui la sua vera crisi. “Si” vede “in chiaro”, allora, che siamo in una crisi di civiltà.
Che non si risolverà: ricordiamoci sempre come civiltà faccia rima con viltà …
In una tale situazione, quelli che farebbero ridere, in altra situazione, ma, in effetti, fan piangere, sono i cosiddetti “di sinistra”: chi afferma, oggi, che fra destra e sinistra, non de jure, ma de facto, le differenza reali siano sparite, dice il vero. Ripeto, de facto e non de jure, ma voler “mantenere le apparenze” non so quanto sia intelligente … Decisamente più intelligente sarebbe riconoscere la realtà e “Andar oltre” … Giungendo ai temi di “civiltà”, ai temi sostanziali, che si ritrovano in nuce nella situazione attuale.


“A Mosca, da un lato della Piazza Rossa, si assiste ancor oggi a uno spettacolo familiare a chi conobbe l’Unione Sovietica negli anni del comunismo. Ogni giorno, una lunga fila di persone, attende pazientemente d’acquistare il biglietto per accedere al mausoleo dove le spoglie mortali di Lenin giacciono all’interno di un’imponente costruzione di marmo eretta alla fine degli anni Venti. I visitatori entrano in un seminterrato e percorrono alcuni metri lungo un corridoio immenso in una semioscurità innaturale e inquietante prima di raggiungere il sarcofago. Qui, illuminato da potenti luci, il corpo imbalsamato di Lenin riposa da quasi novant’anni, adagiato su morbido velluto rosso. La calca è tale che ciascuno ha a disposizione cinque minuti al massimo per rendere omaggio alla salma, o semplicemente soddisfare la propria curiosità. Molti sono turisti stranieri, ma la stragrande maggioranza sono cittadini russi. Nel XXI secolo, a prescindere da chi vi è sepolto, costituisce una tappa macabra di un tour a Mosca, ma, a venticinque anni dal crollo dell’Urss, appare anacronistico che Lenin […] riesca ancora ad attrarre folle simili. Tutti conoscono gli sconvolgimenti che ha provocato; pochi, oggi, credono nella fede che sposò. Nel suo Paese, tuttavia, suscita ancora attenzione, persino affetto [come dicono in Russia: “è storia”]. L’attuale leader russo, Vladimir Putin, non ha alcuna intenzione di liberarsi della tomba. Anzi, nel 2011, ha autorizzato l’esborso di un’ingente somma per ripristinare il mausoleo che sembrava su punto di crollare. Il culto di Lenin sopravvive, anche se in altra forma. Il nonno di Putin, Spiridon, fu i cuoco di Lenin dopo la Rivoluzione russa, ma non è per l’antico legame di famiglia che l’attuale presidente ha mantenuto in situ i resti di Lenin: è il segnale evidente di voler mostrare una continuità storica, l’idea che la Russia abbia bisogno – così com’è sempre stato – di un leader spietato e autocratico, ovvero, in russo, Vožd’. Un tempo la tomba di Lenin era il simbolo dell’ideologia internazionalista del comunismo mondiale; ora è diventato un altare al rinascente nazionalismo russo”[10]
Tutti i “democratici” russi son così lontani dal “sentire” del loro popolo, che non andranno mai troppo lontano: non condivido il neonazionalismo russo non perché la Russia “dovrebbe divenire democratica”, men che meno perché la Russia sia una sorta di “modello” neonazionalista - come i vari “populismi” europei vagheggiano -, ma perché, pur essendo la Russia semplicemente tornata alla sua strada tipica, dove, di solito, le fasi “nazionaliste” si son sempre accompagnate con delle tendenze espansionistiche: per questo son contrario. 
Il problema della Russia è: può quel paese credere in se stesso divenendo un fattore di stabilità, in luogo di ridarsi al perenne, e perennemente frustrato, espansionismo? 
La parte pensante di quel paese dovrebbe rispondere. Al momento, non n’è assolutamente in grado, e il neonazionalismo si accompagna con il più classico “espansionismo russo” a danno dei vicini: di conseguenza, non posso condividerlo, ma non perché “non è democratico”, quando mai la Russia lo è stata?

La “fine del comunismo” – ma non del nazionalismo russo, meditate razza d’ottusi[11], più che ovviamente risorto, facilissimo era vederlo già illo tempore - non solo non ha risolto questi vecchi problemi della storia – la tendenza centralizzatrice tedesca e l’espansionismo nazionalistico russo son tutt’altro che dellenovità”!! -, ma invece ci ha portato all’attuale fase di stallo globale, che, a sua volta, non può portare se non delle pseudo soluzioni fasulle. Non può esser diversamente in quanto si adottano tutti palliativi, false soluzioni, cose molto parziali, questo a causa del fatto che è il sistema stesso è in crisi.



“Lenin tiene un discorso nella Piazza rossa”. Copertina del Dizionario del comunismo nel XX secolo, a cura di S. Pons e R. Service, Volume primo A-L, Einaudi editore, Torino 2007 (diec’anni fa esatti …).
R. Service, autore dell’articolo “Lenin, Vladimir Il’ič”, ivi, pp. 503-509, grassetto in originale, sostiene, cf. ivi, pp. 506-507 (in parte diversamente ad un suo vecchio testo, citato qui di seguito nella nota n°11 qui sotto), che la convinzione, di Lenin, di dover abbattere il governo provvisorio seguito alla prima Rivoluzione, quello di febbraio del 2017, sorse in lui prima del famoso “treno blindato”, la qua cosa non è impossibile: direi, o poco prima del “treno blindato” o sul “treno blindato” stesso, non però dopo, come sostiene Rosenberg (sempre nella nota n°11 qui sotto). In una parola: quando Lenin mise piede in terra russa, e questo Churchill l’aveva visto bene sin dall’inizio (frase riportata qui sopra nella nota n°6), “sapeva” che cosa avrebbe dovuto fare. Non sapeva se i fatti gli avrebbero dato ragione o non, ma sapeva che cosa fare …
Sulla formazione culturale di Lenin, interessante quest’osservazione di Service:
“In effetti, fin dall’inizio, nell’armamentario teorico di Lenin erano entrati non solo il marxismo ma anche il giacobinismo, l’estremismo socialista degli inizi del xix secolo, il socialismo agrario russo [componente non d a sottovalutarsi, nota mia] e persino l’antica tradizione intellettuale (e anche ecclesiastica) secondo cui la Russia aveva un proprio destino, unico e universale, da realizzare nel mondo [a questo punto, non può più stupire perché il Mausoleo di Lenin sia rimasto sin ora: esso è conforme alla “Missione della Russia”, che è al centro dell’ultranazionalismo che vi domina oggi; nota mia]. Con la mente occupata da quest’eterno dibattito tra teoria e prassi, Lenin fu colto di sorpresa nel suo appartamento in Svizzera dalla notizia che la rivoluzione era scoppiata nell’impero russo nel febbraio 1917. Nei mesi precedenti aveva confessato di chiedersi se sarebbe vissuto abbastanza a lungo per vedere quel risultato e ora, inaspettatamente [ma c’era stata la Prima Guerra Mondiale, che aveva cambiato tutto; nota mia], esso si era materializzato”, ivi, p. 506, corsivi miei.
Oggi quest’ “armamentario teorico” lo definirebbero, senz’altro e senz’alcun dubbio, un “pastrocchio” confuso … Difatti nei “nostri” famosi ed “illuminatissimi” tempi, non appena si devi dall’ “ortodossia” de facto, manco teorica, si è un “pastrocchi attore” …

La “spiegazione” della Rivoluzione russa è quella che ne diede Schmitt[12].
Essa è, ed è rimasta, russa[13]. Quindi, dal loro punto di vista, bene fanno gli attuali dirigenti russi – al cui “ultranazionalismo”, sia detto con estrema chiarezza, son del tutto contrario – a considerarlo, in ogni caso, un “uomo forte” della “gloriosa” storia russa, nonostante l’ideologia comunista, infatti, senza Lenin, pur con tutti i suoi limiti, la Russia non si sarebbe potuta modernizzare, piaccia o non questa semplice constatazione, dunque sarebbe stata fatta a pezzi da forze straniere[14]. Si trattava, insomma, di rafforzare la Russia perché potesse sostenere una guerra moderna, cui non era stata “tarata”, tarata com’era da un sistema zoppicante, quello zarista, che pur aveva i suoi lati positivi dal punto di vista economico, ma, dal punto di vista militare, non era per niente all’altezza, come le vicende della Prima Guerra Mondiale dimostrano.
Grazie al sistema sovietico, la Russia riuscì a resistere a Hitler e contribuì non poco alla sua – di Hitler – sconfitta.

Questi son fatti, e ricordarsene a cent’anni dall’inizio non è di secondaria importanza. Fuor di dubbio che “prender partito” qui, davvero, non ci può fregar di meno. Nell’ambito di questo blog l’interesse verso questo tema sta “in altro”: che la Rivoluzione russa ruppe in due la modernità, mentre oggi noi viviamo dopo la ricostituzione dell’unità della modernità, la modernità “tarda” è una. E le varie forme di “tradizionalismo”, in luogo di sognare impossibili ritorni di regnanti sui troni, s’inseriscono per puntellare la crisi della modernità “una” per far sì ch’essa ritorni allo stato precedente, delle “nazioni”: splendidi perenne combattenti della battaglia del giorno prima …  

Andrea A. Ianniello












[1] In A. W. Watts, La Via dello Zen, Feltrinelli Editore, Milano 1989, p. 191, corsivi in originale. Per chi: per Nessuno, ovvero per Ognuno …
Per quel che mi riguarda, queste brevi parole seguenti le ho sempre considerate un utile aiuto nella vita, ed ho cercato di seguirle dove possibile:
“40. Vivere senza infelicità. Disse Huitang:
Le cose trascurate per lungo tempo non si possono ripristinare in un batter d’occhio.
I mali che si sono andati accumulando per anni non possono essere spazzati via in un attimo.
Non ci si può divertire sempre.
Le emozioni umane non sono perfette.
Non si evita la sventura cercando di sfuggirla.
Chiunque insegni e abbia capito queste cinque cose, potrà vivere senza infelicità”, Lezioni si Zen. L’Arte di governare, Eddear, Milano 1996, p. 46, corsivi miei.
[2] In P. Virilio, Velocità e politica. Saggio di dromologia, Multhipla Edizioni, Milano 1981, p. 85, corsivi in originale. A. Malraux ancora rappresentava il volto positivo della Francia d’altri tempi, combattivo però anche generoso, volto che oggi sembra del tutto sparito dalla Francia “tecnocratica” di oggi, o , per converso, “populista” sì, ma senza visione.
[3] In ivi, p. 69, corsivi in originale.
Sia detto solo en passant, ma un piccolo racconto che “centra” l’atmosfera – svolgendosi tra il 1903 e il 1904 – della Russia di pochi anni prima della rivoluzione, è quello di J. Dicker, La tigre, Rizzoli Libri/Bompiani, Milano 2016, con la sua copertina d’un arancione brillante. Ricordiamoci, tra l’altro, di come la rivoluzione del 1905 sia stata considerata l’antesignana, per quanto fallimentare, di quella, seguente, del 1917.
[4] In J. Guillermaz, Storia del Partito comunista cinese 1921/1949, Feltrinelli Editore, Milano 1972, p. 297. Lo stesso futuro leader cinese, da giovane, aveva scritto un Elogio degli Han, il nome dell’etnia propriamente cinese: dal nazionalismo al “comunismo”, dunque; i suoi successori avrebbero intrapreso il cammino inverso, con ritmo più lento e molto prima che in Russia: in quest’ultimo paese, come da manuale, le cose son venute dopo ma, una volta venute, sono andate ben oltre i limiti autoimposti in Cina dalla mentalità cinese, che sa dar conto delle forme, in questo ben diversa dalla mentalità russa. Il ruolo del “comunismo” nella storia, dunque, non può essere stato più chiaro: ben lungi dal realizzare uno schema astratto nella storia, il “comunismo” ha consento a vecchi Imperi di rafforzarsi, sia economicamente che dal punto di vista militare, le due cose essendo legate, in una certa mentalità.
“Così nel 1921, nel momento in cui fa la sua comparsa il Partito comunista, la Cina comincia a entrare nel mondo moderno attraverso le sue classi più elevate. L’antica civiltà, comunque, è presente dappertutto. Molto spesso questo dualismo si rifletterà sulla personalità e sulla condotta dei futuri dirigenti del Partito che si sono formati o hanno finito di formarsi in quest’epoca di transizione. L’esempio di Mao Tse-tung che – nato nel 1893, aveva 18 anni alla caduta dell’Impero e 28 alla creazione del suo partito – rappresenta un esempio illustre ma anche frequente. Seguendo l’avventura di questi uomini è opportuno non dimenticare che essi sono il prodotto di una doppia o tripla formazione intellettuale: confuciana, democratico-liberale, marxista-leninista. Almeno da questo punto di vista i comunisti cinesi della nuova generazione dovrebbero essere più comprensibili di quelli della vecchia [oggi son tecnocrati]. Ma la civiltà tradizionale continua a incidere così profondamente sulla psicologia individuale e nazionale che non si può esserne certi”, ivi, p. 20. Anche fra i tecnocrati di oggi qualche influenza potrebbe continuare ad esserci, di certo indirettamente.
“Alla fine del diciannovesimo secolo, persino un provato conservatore  quale Lin Shu [1852-1924], che con talento e autorità introdusse in Cina la letteratura europea, ritenne che la società cinese avrebbe tratto vantaggio ad ‘apprendere lo spirito battagliero dei banditi occidentali per proteggersi dall’aggressione straniera’. A questo scopo tradusse con enorme successo undici romanzi di H. Rider Haggard, il suo autore straniero preferito. Fu così che Joan Haste, Lei, Ayesha, Le Miniere di Re Salomone, ecc., ebbero in Cina un impatto culturale e morale che il suo autore non avrebbe mai immaginato”, Note del curatore in I Detti di Confucio, a cura di S. Leys, Adelphi Edizioni, Milano 2006, pp. 161-162. “Il Maestro [Confucio] disse: ‘Venerare divinità che non sono le vostre, è adulazione’”, ivi, p. 44, cap. II, 24. Nelle Note, a tal proposito, si legge: “divinità che non sono le vostre: si dovrebbero venerare solo le divinità della propria terra (o gli spiriti dei propri antenati). In genere, il complesso guishen designa le divinità, mentre gui (usato da solo) indica per lo più gli spiriti degli antenati. In alcuni casi, però, gui può ammettere il senso più ampio dl composto e […] questo sarebbe uno di quei casi. Il senso generale comunque è chiaro e coincide con ciò che sappiamo a proposito della posizione di Confucio sulla religione: il faut ce qu’il faut”, ivi, p. 152.
Significativo che certi sviluppi siano iniziati dall’Oriente; “Durante questo periodo nell’altra estremità dell’Asia, la Cina era unificata sotto lo scettro di colui che è stato chiamato il ‘Cesare cinese’, Che-Houang-Ti, che aveva ordinato il Celeste Impero nel 221 a.C.”, G. Georgel, Le Quattro Età dell’umanità, introduzione alla concezione ciclica della storia, Il Cerchio Editore, Rimini 1982, p. 159. Su Qin Shihuangdi [o Ch’in Shih Huangti (à l’anglaise), da Georgel traslitterato “alla francese”, quelle Babel!!, davvero; nota mia], cf. D, Weulersee, “Ch’in Shih Huangti”, in I Protagonisti, vol. 2 L’età della Grecia, C.E.I. Milano 1966, pp. 309-336, in particolare i sottocapitoli Le teorie legaliste, ivi, pp. 328-552, grassetto in originale, e Centralizzazione e unificazione, p. 332 grassetto in originale.
Sempre a partire da Qin Shihuangdi [nella traslitterazione attuale], cui siamo giunti a sua volta dal fatto che Mao Zedong [idem] è una sorta di “piccolo” Shihuangdi – Mao, a sua volta, essendo legato a Lenin, di nuovo “in piccolo” –, giungiamo a queste altre, molto interessanti, considerazioni: “Nello stesso modo in cui la divisione ternaria del Manvantara [un’ “era” di un Mânu] s’applica egualmente a un ciclo secondario come il Kali Yuga, a priori sarà così pure per la divisione quaternaria in 4 periodi di durata decrescente, esprimente l’idea di una progressiva degenerazione. In questo modo l’insieme del Kali Yuga, cioè il periodo protostorico e storico che va dal 4.450 a.C. al 2030 d.C. della durata di 6.480 anni, si suddividerebbe in 4 sotto-età di durata proporzionale ai numeri 4, 3, 2 e 1; avendo così l’ultima sotto-età una durata (in numero tondo [con il che vuol dire che trattasi sempre di una certa “approssimazione”, in linguaggio matematico; nota mia]) di 6.480 : 10 = 649 anni.
Ne consegue la cronologia seguente:
1° sotto-età (d’oro): durata 4 × 648 = 2.592 anni, dal 4.450 al 1.858 [un errore di stampa nel testo riporta scritto il numero di 1.850, provvedo a correggere] a.C.
2° sotto-età (d’argento): durata 3 × 648 = 1.944 anni, dal 1.858 a.C. all’86 d.C. [coincidenza, più o meno, con la fine del nomen estruscum, secondo le dottrine della Etrusca Disciplina, per l’ appunto].
3° sotto-età (di bronzo): durata 2 × 648 = 1.296 anni, dall’86 al 1.382 d.C. [coincidenza con la crisi del XIV secolo che, secondo Guénon, avrebbe posto le basi del, successivo, sviluppo della modernità, tra l’altro è poi l’epoca seguente alla “peste nera” che viene dopo la fine dell’Ordine dei Templari; nota mia].
4° sotto-età (di ferro): durata 1 × 648 = 648 anni, dal 1.382 al 2.030 d.C.”, G. Georgel, Le Quattro Età dell’umanità, cit., p. 160, corsivi in originale. La data del 2030 – ragionando per “intorni”, come nel calcolo differenziale, dunque non per date “fisse” – conferma altre visioni, come quella di Newton (o quelle da me ricordate in una nota nel mio scritto su Evola dadaista), ma è anche conforme a cambiamenti già in atto, ma ben lungi dall’esser compiuti. Se, poi, consideriamo non l’intero Manvântara ma il “semiperiodo del ciclo di precessione degli equinozi”, ovvero il “Grande Anno” di 12.960 anni, arrotondandolo a tredicimila anni, cf. ivi, p. 199, si arriva a denotare come Kali-Yuga il periodo ultimo, dal 700 d.C., sempre al 2.030, il punto conclusivo coincide nei due computi, e cioè dall’epoca carolingia ad oggi: significativo.
Dal puto di vista delle “era zodiacali”, poi, l’ “età dei Pesci” va dal 130 a.C. al 2.030 d.C., cf. ivi, p. 203. Se, a sua volta, dividiamo il periodo dal 700 al 2.030 – sempre d.C., eh – in quattro allo scopo d’individuare il “Kali-Yuga relativodi ed in questo “nostro” ultimo periodo della storia umana, otteniamo 332 ca. (332,5 per l’esattezza, interessante quell’1/2 anno, ricorda il tempo “biblico” ed “apocalittico” dei tre anni e mezzo), e dunque: 2.030 – 332 = 1.698. Il 1.698 è, tra l’altro, la data in cui Pietro I il Grande, parlando di Russia, giungendo a Mosca, sconfisse gli “strelizzi” (Strel’cy) ed impose la sua tassa sulla barba; tra l’altro, T. Savory inventò la prima macchina a vapore per uso pratico, ma la cosa più importante è che il 1.698 è cinquant’anni dopo il 1.648, la data importante della Pace di Westfalia, con la quale, secondo Guénon – ma non certo solo lui, è una data condivisa – prende inizio l’effettivo e pieno mondo moderno. Su Pietro il Grande, cf. A. Tolstoj, Pietro il Grande, edizioni e/o, Roma 1986, che sottolinea l’ “esplosione delle forze creative” della Russia di Pietro il Grande. Tra l’altro, Aleksej Tolstoj era direttamente imparentato con il più famoso Lev Tolstoj.
Sull’antica religione cinese, cf. E. Erkes, Credenze religiose della Cina antica, traduzione di J. Evola, Edizioni di Ar, Salerno 2005, in particolare le pp. 89-91, che parlano del precoce passaggio dalla religione alla filosofia in Cina, e della nascita di una visione etica dell’agire umano; il che però, paradossalmente, avvenendo in un’epoca così antica, non intaccò la religione, che, di converso, a sua volta, si vede però spinta sempre più nel rito. Questa sottolineatura del rito non poteva passare inosservata ad Evola che tanto apprezzava le romane antiquitates – di qui la sua traduzione del testo di Erkes –, dove, si sa, come al centro della religione romana non vi fossero “dottrine”, quanto il rito. Questa sottolineatura avrebbe profondamente influenzato anche il Cristianesimo specificamente romano. Sull’aspetto rituale della religione romana, il miglior studio recente disponibile oggi, a mio avviso, è quello di D. Porte, Il sacerdote a Roma, Editrice Victrix, Forlì 2013, studio ampio e circostanziato.
Interessante il legame fra “Lunga Marcia” e la ribellione dei “T’ai-p’ing” (alla lettera, “Grande Pace”): cf. J. Guillermaz, Storia del Partito comunista cinese 1921/1949, cit., p. 293; la cosa meriterebbe qualche riflessione in più, ma non c’è tempo. “Finché visse, Mao sembrò avere la stessa importanza di Shi Huang Ti: erano entrambi cinesi, e furono entrambi artefici di mutamenti rivoluzionario nel loro paese. Ma l’influenza di Shi Huang Ti sulla Cina durò circa ventidue secoli, mentre quella di Mao sta tramontando rapidamente. Viene spontaneo paragonarlo a Lenin, anch’egli vissuto nel xx secolo; Mao instaurò il comunismo in Cina, Lenin in Russia. A prima vista il leader cinese sembrerebbe il più importante dei due, se non altro perché la popolazione della Cina è il triplo di quella dell’Unione Sovietica. Ma Lenin lo precedette, gli fu d’esempio, e influenzò il suo pensiero;inoltre, come fondatore del primo regime comunista del mondo, l’influenza esercitata da Lenin uscì dai confini del suo paese, fu universale”, M. Hart, Gli uomini che hanno cambiato il mondo. Da Aristotele a Einstein, da Confucio a  Giovanni Paolo II, da Omero a Picasso: cento veti biografie dei grandi protagonisti della storia, della cultura, dell’arte, della scienza e della religione di ogni paese, Newton Compton editori, Roma 2006, p. 500, corsivo in originale. Ma quel che, poi, è successo, nel concreto della storia, è stato che, a differenza di Mao, ch’era stato sempre “cinese” – Schramm osservava che, quando Mao aveva un problema, tendeva sempre a rifugiarsi nel passato della Cina, e quindi non a caso Mao scrisse poesie nello stile classico cinese, non nel cinese parlato, nonostante tutta la sua esaltazione del “popolo” –, Lenin lo è diventato, intendo dire non russo (lo è sempre stato), ma solo russo, che è diverso.   
Quanto al bolscevismo, secondo Guénon, era l’emergere della “dottrina” che vedeva nell’ultima casta, gli shudra, la chiave del governare; oggi siamo invece, simbolicamente, nell’epoca del “sottocasta”, ancor più giù dello shudra, dunque: è cioè terminata pure l’epoca in cui ancora, seppur “residualmente”, si potevafrenare”, mentre oggi non si può più “frenare” alcunché, cf. M. Cacciari, Il potere che frena, Adelphi Edizioni, Milano 2013, dove Cacciari pensa che l’Anticristo voglia “dividere la Chiesa”, no: vuole il mondo, non la Chiesa, e vuole il mondo per “salvarlo” secondo i suoi criteri, ovviamente; anzi, la Chiesa “è sempre impastata con le forze che dovrebbe combattere”, cf.
https://www.adelphi.it/download.php?id=VTJGc2RHVmtYMS9wQUpPaHBhR0YxRm95d0xoY2YwRVRWK1hnQzJoM2Y3QT0=. La Chiesa non c’è mai stata per “fermare” l’Anticristo, ma per dare sempre una possibilità di salvezza fino al’ “epoca dell’Anticristo”. Poi, la Chiesa ci sta, o ci stava, per “indirizzare” il potere politico – nella sua forma “imperiale”, punto decisivo – perché, “esso lui”, “fermi” quel che deve esser fermato. Ma proprio questo è, oggi, impossibile. Ed è impossibile persino il solo “fermare” temporaneamente, come s’è detto altrove su questo “terzo tentativo” che non “Si” può “frenare”, cf.
https://associazionefederigoiisvevia.wordpress.com/2017/07/09/sulla-prima-guerra-mondiale-rivisto/.
[5] V. Sebestyen, Lenin, Rizzoli Libri, Milano 2017, pp. 453-454, corsivi miei.
[6] In ivi, p. 448. Churchill scrisse anche: “I tedeschi volsero contro la Russia la più terribile di tutte le armi. Trasportarono Lenin in un vagone piombato come un bacillo della pesta, dalla Svizzera alla Russia”, in ivi, p. 242. Questo conferma quanto detto in questo blog, in altri post: cf.
Sulla “forza di volontà ammalata”, massimamente in Francia, meno in Germania, con l’Italia che non si sapeva, all’epoca, che posizione avesse nella scala della “forza di volontà” – ma oggi si sa … –, “forza di volontà” che si stava in quel periodo accumulando in Russia – parole davvero “profetiche” –, cf. F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi Edizioni, Milano 1982, pp. 114-115. La Rivoluzione russa, di lì a trentun anni dopo – il libro di Nietzsche fu pubblicato infatti nel 1886 – avrebbe confermato le sue parole … Nella sua Introduzione, G. Colli sottolineava che, al centro del libro di Nietzsche, vi era il problema: “che cos’è aristocratico”, ovviamente non in senso “sociologico”: questo problema rimane, ahinoi, centrale ancor oggi
[7] P. Thuillier, La Grande Implosione. Rapporto sul crollo dell’Occidente 1999-2002, Asterios Editore, Trieste 1997, p. 24, corsivi in originale. Molto attuale, non è vero?? “Ne derivava un primo difetto: in mancanza di strutture mitiche abbastanza articolate non sapevano più come collocarsi (in quanto soggetti umani, in quanto attori storici responsabili) rispetto alla miriade d’ informazioni parcellari che li sommergevano”, ivi, p. 40, corsivi miei.
[8] P. Thuillier, La Grande Implosione, cit., p. 31, corsivi in originale.
[9] V. Sebestyen, Lenin, cit., p. 10, corsivi miei. Fantastico, che goduria vedere i “sommi (ed autoeletti) ‘pontefici’ del capitalismo globale” non saper che pesci prendere! Ci sarebbe stato da pagare per questo! Il che dimostra la giustezza di “certe” scelte cf. A. A. Ianniello, La gallina misteriosa, L’Autore Libri, Firenze 1996 dove, in certi passi non incerti, e sotto metafora, si parla di quelle “scelte” forzate, in realtà, e, sulle quali, “personalmente”, ho sempre nutrito molti dubbi, ma tant’è, furono in parte passi forzati. Ma così, molti anni dopo, l’ intero System ha perso credibilità e legittimità, ecco che cos’ha perso, non poco: l’ essenza = ciò senza cui alcuna cosa l’è senza, e se si è senza l’essenza, si è presi alla lenza da dell’altro, si è avvolti dal moto inerziale totale, si va verso la perdita di comando come un’auto i cui pneumatici non abbiano più aderenza: questo è il “nostro” stato, oggi. Chiaro che, ora, oggi, questo System “in panne”, ma senza panna, sia maturo per “altro”, altro che non può più esser “politica ‘moderna’”, nessuna via politica d’uscita c’è dalla “Crisi del mondo moderno” (Guénon), nemmeno quella neonazionalistica. Dio non paga la domenica. Dio non paga il lunedì: Dio paga il sabato della settimana seguente, è, insomma, un “cattivo pagatore” e, se in Paradiso vi fossero le regole finanziarie di oggi, lo avrebbero messo nella lista nera dei “cattivi pagatori”, indegni di un prossimo prestito. Ma Dio paga, alla fin fine paga, la storia segue i ritmi e le forme dei “desiderata” di tanti sognatori senza speranza: e tuttavia, la storia cambia, poi le cose accadono, a loro modo e con i loro tempi. Ed oggi ecco scodellata una “situazione rivoluzionaria globale” da manuale. Ma non c’è nessuno a raccogliere il testimone: non è certo per caso che sia così …
Sulle vie “fallaci”, questo dice Sebestyen: “Lenin si considerava un idealista. Non era un mostro, un sadico o un uomo cattivo. Nei rapporti personali era sempre gentile e si comportava nel modo in cui era stato educato: come un gentiluomo dell’ alta borghesia. Non era vanitoso. Era capace di ridere, a volte persino di se stesso. Non era crudele e a differenza di Stalin, Mao Zedong o Adolf Hitler non era interessato ai dettagli della morte delle sue vittime, perché per lui quelle soppressioni erano politicamente necessarie e gl’individui nient’altro che dei numeri. Non indossò mai uniformi militari come hanno amato fare altri dittatori. Ma negli anni delle faide tra rivoluzionari, e in seguito nel mantenere il controllo del potere, non si mostrò mai generoso verso un avversario sconfitto né compì alcun atto d’umanità, a meno che non gli tornasse utile. Costruì un sistema basato sull’idea che il terrore politico nei confronti dei nemici fosse giustificato in nome di un fine più grande. […] ‘La tragedia di Lenin era, parafrasando le parole di Goethe, che desiderò il bene … ma operò il male’. Il peggior male di tutti è aver lasciato un uomo come Stalin a guidare la Russia dopo di lui. Questo fu un crimine di portata epocale”, ivi, p. 11, corsivi miei. Per lui, la “rivoluzione” era un atto semi-mitico, un “lavacro purificatore”, che tutto travolgeva, buoni e cattivi, che non dovevano opporsi allo tsunami liberatore, e, per buoni che fossero, si opponevano alla “dea storia” che muoveva l’ingranaggio delle sue rotelle. Era la famosa “necessità storica”, sorta di dea.
Nondimeno: “Lenin è dipinto spesso come un rigido ideologo, un comunista fanatico. Ciò è vero fino a un certo punto. Declamava di continuo al teoria marxista. ‘Senza teoria rivoluzionaria non ci può essere movimento rivoluzionario’ recita una sa famosa frase. Ma spesso s’ignora un altro concetto che ripeteva ancor più di frequente ai suoi seguaci: ‘La teoria non è un dogma ma una guida all’azione’. Quando l’ideologia si scontrava con l’opportunismo, egli sceglieva invariabilmente la via della tattica rispetto alla purezza dottrinale. Era capace di mutare radicalmente opinione se ciò andava a favore del suo obiettivo. Le emozioni lo condizionavano quanto l’ideologia. La sete di vendetta suscitata in lui dall’esecuzione del fratello maggiore, giustiziato per aver preso parte a un complotto volto ad assassinare lo zar, fu per Lenin una motivazione altrettanto forte quanto la fede nella teoria marxista del plusvalore. […] Per un biografo il privato è politico, come disse alcune volte lo stesso Lenin. Egli fu il prodotto del tempo e del luogo in cui visse: una Russia violenta tirannica e corrotta. Lo Stato rivoluzionario da lui voluto rispecchiò molto di più l’autocrazia dei Romanov di quanto non incarnasse l’utopia socialista dei suoi sogni. Il fatto che Lenin fosse russo è importante quanto il suo credo marxista. All’uomo Lenin fu raramente permesso di emergere nelle biografie redatte durante la Guerra Fredda. Nessuno voleva che apparisse umano perché quest’aspetto non si sarebbe accordato con le ideologie dominanti al di qua e al di là della Cortina di ferro [non solo “al di là”, ma, soprattutto, al di qua: l’anticomunismo è servito non a far cadere il comunismo, come si dice, quanto piuttosto come collante delle società occidentali, ma si è rivelato un collant: che sia stato usato, e talvolta lo si usi ancor oggi, nel 2017!!, come “giustificazione” fa solo capire quanto le società “occidentali” cosiddette si siano allontanate dalla realtà; che lor signori drizzino le orecchie e, se sanno ancora farlo, ascoltino: è finita, l’anticomunismo non serve più a risponder alle forze disgregatrici, potentissime, interne alle società “occidentali” e caratteristiche dell’ intero mondo “globalizzato”, Game Over; si risveglino, se ne son capaci: per me, non ne son capaci, ora né mai; nota mia]. […] Scrisse moltissimi saggi di filosofia ed economia marxiste: testi così complessi che oggi la loro lettura risulterebbe ostica ai non specialisti. Ma amava le montagne almeno quanto la rivoluzione e usò toni estatici per descrivere le escursioni sulle Alpi e le gita in aperta campagna. Adorava la natura, la caccia e la pesca. Sapeva identificare centinaia di specie di piante. Le sue osservazioni naturali e le sue lettere alla famiglia rivelano un aspetto che sorprenderà chi lo considera una figura assente e insensibile”, ivi, pp. 11-12. In parte, Sebestyen cerca di riempire questo “vuoto” sul lato umano di Lenin, ed è una storia russa quella che narra, una storia assolutamente, nettamente, caratteristicamente russa. Non è un prodotto d’esportazione, richiede vodka, caviale, bliny, e l’averlo dimenticato o non mai realizzato è stato l’errore totale, madornale di tutti i Partiti comunisti occidentali, con la parziale eccezione di quello italiano, ma per l’influsso di Gramsci, non per altro.
“Il più grande esperimento di comunismo e massimo profittatore dei suoi ideali, lo stato sovietico, non andò naturalmente esente da ipocrisie particolarmente grottesche. Ma per quanto fossero indegne le pretese dei suoi leader di essere i custodi del sogno ottocentesco di libertà e eguaglianza, è probabile che, senza di loro, i primi sognatori avrebbero con l’essere nemmeno più ricordati. Non ci sarebbero stati probabilmente una via e una fermata della metropolitana a Mosca intitolate a Kropotkin, e nessun cratere, sul lato oscuro della luna, sarebbe stato battezzato col nome di Kibalcič, e chi avrebbe pensato Voškod, ovvero l’Alba, lanciato nello spazio nel 1964?”, A. Butterworth, Il mondo che non fu mai. Una storia vera di sognatori, cospiratori, anarchici e agenti segreti, Einaudi editore, Torino 2011, pp. 463-464; vasta Bibliografia ragionata. Tra l’altro, interessanti osservazioni sui Protocolli dei Savi di Sion, cf. ivi, pp. 461-463, dove Butterworth accetta solo con riserva l’idea, oggi dominante, che fossero assemblati dall’Ochrana, la Polizia segreta zarista, dalle note fonti (soprattutto M. Joly). Cita ovviamente Rosenberg come colui che avrebbe reso noti i Protocolli a Hitler, cf. ivi, p. 461. Il famoso libro di A. Rosenberg, Il Mito del XX secolo. Libri II e III, Editrice Thule Italia, 2015, dove non solo si parte dal “razzismo” per giungere all’antisemitismo, mentre per Hitler era l’ opposto, ma non si dà nessun contributo alla spiegazione del fenomeno Hitler. Stalin è infatti spiegabile, Hitler non è pienamente spiegabile: come ho detto altrove, nella Germania fra le due guerre, con i suoi giganteschi problemi, che un regime ultranazionalista di “destra estrema” prendesse il potere in realtà era del tutto concepibile; quel che non si spiega è la personalità di Hitler, quel che non si spiega è l’entità di ciò che Hitler fece a partire da basi minime: è “il problema dell’ abisso incolmabile fra i giovane Hitler inconcludente e l’Hitler degli anni successivi […]. E’ l’ eterno problema dell’ origine della metamorfosi: quando e come Hitler ha acquisito il suo demoniaco carisma?”, R. Rosenbaum, Il mistero Hitler, Mondadori editore, Milano 1998, p. 431, corsivi miei.  In realtà, tutto il libro di Rosenbaum è dedicato a questo grossissimo problema ed alle varie risposte dei vari studiosi, come alle polemiche fra le varie scuole interpretative. Interessante l’osservazione di Rosenbaum che, riportando frasi di Gerlich, dove sottolinea che la concezione “nordica” e “razziale” di A. Rosenberg fosse diversa da quella “asiatica” (o para “asiatica”) di Hitler, in questo, ma solo in questo, non diverso da Stalin: cf.  ivi, p. 253. Nel nazionalsocialismo c’era un’ unica volontà: quella di Hitler, punto e basta; e si faceva quel che lui diceva e voleva, punto e basta. Chi ripubblica oggi il testo di A. Rosenberg, in realtà, non fa che continuare a soggiacere al “fascino” – fascinum – della “sirena” Hitler, che sedusse tanti, non certo cerca di capire le cose; ma qui torniamo al testo appena ricordato di Rosenbaum, discutere del quale ci porterebbe troppo lontano. Basti qui l’averne soltanto accennato. Tra l’altro, R. Rosenbaum è stato fra i primi a scrivere sugli Skull&Bones, in un vecchio articolo sull’ Esquire del settembre 1977, ben quaranta lunghi anni fa – e non è che oggi se ne sappia molto di più, al riguardo, qualcosa in più grazie al solo A. C. Sutton –, sul quale ultimo cf.
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2016/05/reminder-economia-e-finanza.html. Al riguardo dell’articolo di Rosenbaum sugli “Skulls”, esso è stato  fortunatamenteripubblicato su Internet, cf.
http://www.bibliotecapleyades.net/sociopolitica/esp_sociopol_skullbones13.htm.    
Stalin invece si spiega pienamente, il suo carisma è costruito a tavolino – come tanti politici a lui successivi, tra l’altro – , anche se poi, alla fine, lui steso prese a credere nel suo carisma costruito. Stalin era come quei predoni del Caucaso, era georgiano, di cui parlò illo tempore Gurdjieff, lui stesso caucasico, e dunque sapeva bene di cosa parlava, gente dalla pelle incartapecorita, rotto ad ogni esperienza, e senza sentimenti, insensibili, con in più una grandissima ambizione; ma in Hitler c’è “altro”. Tra l’altro, sulla relazione fra Gurdjieff e la Rivoluzione russa, cf. A. A. Ianniello, “Andar oltre …”, in A. A. Ianniello – F. Franci, Evola dadaista, Giuseppe Vozza editore, Caserta-Casolla 2011 (solstizio d’inverno), pp. 7-8, in nota. Giustamente, nella recensione a questo testo, cf.
http://www.barbadillo.it/67529-artefatti-evola-in-dada-la-vis-pittorica-che-incontra-lavanguardia/, si segnala la difficoltà di tenere assieme – pur senza fonderle o, ancor peggio, confonderle!! – l’ “Ars Regia” con l’ “Ars nova”: giustissimo, è così. Ma quel personalmente ho sempre trovato risibile, oltre che pessimo, è la rimozione che l’adorazione opera dei problemi, dei “nodi” reali. Questo è un grosso problema e, se si volesse andare alla radice (= esser “radicali”, come chi scrive, in tal senso “radicali”), si dovrebbe riconoscere che ogni forma di “tradizionalismo” che non voglia, oscenamente, ridursi a supportare ciò che combatte a parole, si è rotto la testa, le cosce e ha perso qualsiasi forza realmente aggregativa precisamente su ed in questo puto: tenere assieme “Ars Regia” – in tutte le sue forme – e “Ars nova” – in tutte le sue forme, modernità ivi compresa … –. Questo nodo è non secondario, anzi decisivo, e volevo porlo al centro non casualmente nel mio scritto di sei anni fa ormai, ma le cose non sono cambiate, anzi, sono peggiorate. Fa piacere che il punto cominci ad emergere, per quanto possibile, ovviamente. L’ampiezza di citazioni vuol sottolineare come l’autore non si sia “inventato” nulla, ma invece i “nodi” stano nelle cose. Un caleidoscopio, certo, ma ogni immagine in un caleidoscopio ha sempre un centro.
[10] Ivi, pp. 9-10, corsivi in originale.
[11] Cf. http://associazionefederigoiisvevia.wordpress.com/2014/03/05/il-libretto-nero-il-caffe-30-dicembre-2003-anno-vi-n-48-274/.
Era chiarissimo che a Zhirinovski sarebbe successo qualcuno, di nazionalità davvero “integralmente” russa, che avrebbe ripreso il nazionalismo russo. Tra l’altro, il nonno paterno di Vladìmir Putin, Spiridon Putin, fu cuoco di Lenin, poi di Stalin, e divenne membro, dunque, stando così vicino ai più importanti capi sovietici, dell’organismo predecessore del successivo KGB, il NKVD. Insomma, buon sangue non mente … Sul KGB, cf. B, Freemantle, Il KGB. Storia della più potente organizzazione spionistica del mondo, Mursia editore, Milano 1983.
Gli antenati di Putin, più indietro del nonno, Spiridon Ivànovich Putin, non si ritrovano, cf.
https://worldhistoryproject.org/1952/10/7/vladimir-putin-is-born.
Insomma il cognome “Putin” non è noto più indietro del nonno …
[12] Cf. http://associazione-federicoii.blogspot.it/2017/07/per-la-presentazione-del-primo-numero.html, nota n°1, parte finale della nota stessa.
[13] Cf. A. Rosenberg. Storia del bolscevismo, Sansoni editore, Firenze 1969, pp. 263-265. “Nella loro premura di sottomettere lo stato arretrato della Russia, i bolscevichi si considerano gli esecutori del retaggio di Pietro il Grande”, ivi, p. 263: ma portarono la capitale a Mosca … Ancora: “Quel che i bolscevichi han fatto nel quadro della rivoluzione russa, rimane un fatto storico immortale; ma in quanto la borghesia internazionale teme ancora il bolscevismo, essa sbaglia indirizzo. Può avere motivo per temere il proletariato marxista e la rivoluzione mondiale. Ma il bolscevismo non è la stessa cosa”, ivi, p. 265. Che le due cose non siano state affatto la stessa cosa, ma che una ne abbia coperto l’altra, è oggi certissimo. Ma, mentre “il proletariato marxista e la rivoluzione mondiale” sono stati sconfitti, il Mausoleo di Lenin rimane lì e Lenin rimane “l’uomo forte” che ha consentito ad un Impero debole militarmente di poter sostenere il terribile attacco della Germania nazista. Insomma, non poi così lontano dall’ isshin, il Nuovo Corso nipponico dell’epoca Meiji: diversissimi nelle modalità ed ancor più che diversissimi per radici culturali, ma convergenti come scopo: quello di rafforzare un vecchio Impero perché sostenga “l’impatto” di una guerra moderna. 
Sull’ evento Rivoluzione d’Ottobre, Rosenberg ammette giustamente che Lenin cambiò la sua idea originaria, e questo portò all’ “Ottobre rosso”; non collima nello stabilire il momento, per Rosenberg ancor alla vigilia dell’Ottobre non aveva del tutto maturato l’idea, cf. ivi, p. 116, e cioè pone molto ardi questo cambiamento. Grosso modo, concorda con lui, ponendolo più o meno attorno all’aprile del 1917 – in questo seguendo, più o meno, Trotzky – R. Service, Lenin. L’uomo, il leader, il mito, Mondadori Editore, Milano 2001, p. 280 e sgg. Con quest’ultimo testo siamo nell’epoca della “minimizzazione” della centralità del ruolo di Lenin in questi eventi, in questo simile a Rosenberg, ma per motivi opposti: Rosenberg ancora credeva al “comunismo” e sapeva che il bolscevismo aveva solo rafforzato la Russia, trasformandola in una potenza mondiale da regionale che era; Service, invece, vive nel pieno dell’epoca dell’ “anticomunismo senza più comunismo”, epoca che ha ottenebrato a sì tal punto le menti che non si son accorti del ritorno dei nazionalismi, russo in primis, e, sull’ascesa dell’Asia orientale, tutt’al più han portato avanti una debole opera di contenimento. Invece occorre, a mio avviso, porre – come ho scritto riportando qualche autore poco noto – il “cambiamento” di Lenin nella fase del “treno blindato” cosiddetto.
Attenzione: spesse volte Lenin parlava di durezza verso la borghesia e d’insurrezione violenta, è vero (al punto che taluni ne han fatto quasi la sua “unica cifra”, cf. F. A. Ossendowski, Lenin, Ciarrapico editore, Roma 1981.
Si tratta dello stesso autore di Uomini, bestie, dèi, dalla cui pubblicazione Guénon trasse spunto per il suo Il Re del mondo, al quale libro, a sua volta, s’ispirò la musica omonima: Franco Battiato – “Il re del mondo” – cf.
https://www.youtube.com/watch?v=G1So2IFpwiY.
Tra l’altro, si notino i luoghi dove fu girato illo tempore questo video …), ma questo non ne velava mai il realismo politico. In altri termini: secondo Lenin, a quel punto si sarebbe giunti, ma “non ora”; sul “treno piombato” cambia idea, ed è disposto ad ammettere che “Ora” si dovesse giungere al redde rationem.
Era dunque, divenuto pronto all’insurrezione dell’Ottobre rosso, qualcosa in lui era cambiato … Fa piacere che la recente biografia di Sebestyen, citato all’inizio di questo post, riporti al centro dell’attenzione questo punto, anche in relazione al ruolo di “Parvus”, cf. . Sebestyen, Lenin, cit., pp. 242-243, e, soprattutto, p. 246, dove si parla esplicitamente dell’accordo fra Ludendorff e Lenin, via Parvus.
E questo, questo, gli avrebbe consentito di “velocizzare” i tempi … Anzi, la biografia di Sebestyen inizia con “Il colpo di stato”, ivi, pp. 15-29. In questo, a sua volta, riporta l’influenza di Trotzky, forse l’unico vero storico marxista, la cui opera sulla Rivoluzione russa rimane centrale, ma Trotxky non poteva esplicitare certi legami con un certo lato della Germania, ed è il lato dedicato all’insurrezione che Sebestyen tiene da conto, al punto da citare, in calce al capitolo appena detto, le stesse frasi di Marx ed Engels: “L’insurrezione è un’arte, come la guerra”, in ivi, p. 15, seguita da una frase di Lenin del 1918, un anno dopo l’insurrezione dell’Ottobre: “Ci sono decenni in cui non succede nulla e ci sono settimane in cui sembrano passati decenni”, in ibid.



Copertina di L. Trotzky, Storia della rivoluzione russa, Mondadori Editore “Gli Oscar”, Milano 1969; qui di seguito: vol. 1 recto, poi vol. 2 verso.

Nell’opera di Trotzky appena qui su ricordata, hanno particolar interesse i capp.: “Particolarità dello sviluppo della Russia, ivi vol. 1, pp. 17-30; poi, vol. 2, “Le ‘Giornate di luglio’: preparazione  e inizio”, e “I bolscevichi avrebbero potuto prendere il potere in luglio?”, rispettivamente ivi, pp. 541-470 e pp. 603-626, e i capp. “L’Arte dell’insurrezione” e “La presa del Palazzo d’Inverno”, rispettivamente pp. 1070-1103 e 1145-1182. In particolare, interessanti le pp. 1072-1073 e 1080-1084.
[14] Lo riconosce chiaramente G. Walter, e nel libro la cui copertina è qui: Cf. http://associazione-federicoii.blogspot.it/2016/09/una-controversia-marxista-e-i-dieci.html, nota n°1, dove si ricostruiscono i “fatti” dell’ “Ottobre rosso” sulla scorta di testimoni diretti, e la ricostruzione di Walter è confermata da delle altre fonti: furono trenta ore, non i “dieci giorni” famosi. Inoltre, furono incredibilmente non cruenti: dopo verranno i giorni cruenti, e soprattutto a Mosca, non a San Pietroburgo, che all’epoca della Rivoluzione russa di Ottobre – il 7 e l’8 novembre del Calendario gregoriano – si chiamava Pietrogrado: si è chiamato così dal 31 agosto (Gregoriano, 18 agosto del Calendario giuliano) al 26 gennaio 1924; poi dopo si chiamerà Leningrado fino al 1991. Il nome originario di San Pietroburgo è stato ripristinato il 6 settembre 1991, dopo un referendum (al contrario, la regione (“oblast’”), di cui fa parte San Pietroburgo, si continua invece a chiamare “Oblast’ di Leningrado”), tranne che per un giorno, il giorno della memoria per l’assedio della città da parte nazista nella Seconda Guerra Mondiale, il 9 maggio, per un sol giorno, si continua, però, a chiamare Leningrado … Cose russe … Rimane da sottolineare che la Rivoluzione russa è una cosa di Pietroburgo, non di Mosca: cosa simbolicamente peggiore il governo dei soviet non poteva fare che andarsi a rintanare a Mosca. Voleva dire seguire Ivan il Terribile, cosa che, però, Stalin voleva fare scientemente, volutamente. Ma ciò significava, de facto, nella perenne lotta fra “slavofili” e “occidentalisti” (sulla quale, cf. “L’Europa, la modernità e l’esperienza letteraria russa”, Introduzione di G. Cerchia in A. Orabona, Il grandioso Ottocento russo. Filosofi, filosofie, narratori da Puškin a Razonov, Editrice Zona, Arezzo 2010, p. 9), schierarsi contro Pietro il Grande.
Walter ha scritto anche l’Introduzione a P. Gaxotte, Federico II Re di Prussia, Istituto Geografico de Agostini, Novara 1972-1990, pp. 15-38, dove si occupa del padre di Federico II di Prussia, del quale invece tratta subito dopo lo Studio introduttivo di Gaxotte; eccone la copertina:

Tra l’altro,  diceva, nel suo Testamento, Federico II di Prussia; “I progetti troppo vasti e troppo complicati hanno così poco successo in politica come le evoluzioni troppo composite hanno successo in guerra. […] le grandi sistemazioni prese troppo presto, non riescono mai […] la politica essendo soggetta a troppi casi fortuiti, non dà allo spirito umano alcun potere sugli avvenimenti futuri e su tutto ciò che deve avvenire. La politica consiste piuttosto nel trarre profitto dalle circostanze favorevoli che non nel fare trattati anticipati su avvenimenti incerti; nel tenere le mani libere per poter prendere un partito secondo i tempi, […], secondo quanto il vostro interesse esigerà da voi”, ivi, pp. 320-322. Gi avrebbe riecheggiato il continuatore, Bismarck, pur con molte differenze, Federico era un rappresentante del cosiddetto “dispotismo illuminato”, Bismarck al contrario era un conservatore “di destra ‘sovranista’” si direbbe oggi (vale a dire nazionalista, oggi son neo nazionalisti, all’epoca erano “solo nazionalisti”: “Scriveva [Bismarck] nell’estate del 1869, all’apice della sua carriera politica, a un rivoluzionario del ’48, Gottfried Kinkel: ‘Io non sono tanto presuntuoso da credere che uno come noi possa fare la storia. Mio compito è osservare le correnti e governare la mia nave come posso:non di dirigerle né tanto meno di suscitarle, ché non ne sono in grado’. ‘Osservare le correnti e governare la nave’ fu invero cosa che egli seppe fare magistralmente fin dagli inizi”, L. Gall, Bismarck, Garzanti Editore, Milano 1993, pp. 23-24, corsivo in originale. In pratica è lo stesso consiglio di Federico II di Prussia, viso da una differente angolazione. Di quest’ultimo libro, eccone la copertina:

Sempre come Bismarck, ma cronologicamente si dovrebbe dire l’inverso …, Federico II di Prussia, nel suo Testamento politico, sosteneva; “E’ impossibile ottenere e sostenere un sistema politico se non esce da una testa sola, proprio come a Newton sarebbe stato impossibile metter a punto il suo sistema dell’attrazione, se avesse lavorato di concerto a Leibniz e Cartesio. Occorre che la testa sia quella del sovrano; occorre che la testa di Giove partorisca Minerva tutta armata, vale a dire che il principe metta a punto il suo sistema e lo porti a termine lui stesso”, riportato in P. Gaxotte, Federico II Re di Prussia, cit., p. 343, corsivi miei. Federico terminò la vita come “Il vecchio Fritz”, come spiega Gaxotte nel suo Studio introduttivo, cf.  ivi, pp. 102-108.
Mi son accorto che, parlando di Russia, son giunti a parlare, sin troppo, di Germania … Bisogna esser consapevoli dell’influsso tedesco, senza demonizzarlo – come oggi si è tornati a fare, soprattutto nell’italietta –, ma proprio per controllarlo e sapergli dare quel ch’è giusto senza eccessi. Allora ricordiamoci queste parole di G. Colli, cf.