mercoledì 1 novembre 2017

“OTTOBRATA”, **EX**







I cani si ribellano ai padroni,
ma domani ritornano pecoroni.
Questo si legge su di un muro in
Via Vittorino da Feltre, Roma
(non lontano dal Colosseo)

“La notizia aveva attraversato San Pietroburgo, la capitale, come una fiammata di polvere da sparo. In quell’afoso agosto del 1903, non si parlava d’altro, sia nei saloni felpati degli aristocratici sia nelle catapecchie più misere, rabbrividendo piacevolmente al sicuro delle mura cittadine. […] Perfino lo Zar sembrava preoccupato: nella parte opposta del paese, nella misteriosa Siberia, glaciale d’inverno e rovente d’estate, un intero villaggio era stato sterminato [da una tigre]”[1].

“La tigre, enorme, era distesa sull’erba fresca, che arrossava del proprio sangue. Mortalmente ferito, il ragazzo crollò a sua volta accanto a lei.
Riversi fianco a fianco, i due si guardarono negli occhi per tutta la notte.
Poi, alle prime luci dell’alba, morirono”[2].

“Quando vi sono troppe erbacce e non abbastanza querce, quando vi son più passerotti che aquile, più topi che tigri, più granito che diamante, viene a crearsi uno squilibrio che comporta un rinnovamento della situazione mediante il gioco delle forze naturali. Nulla muore. Certe forme naturali scompaiono, sostituite da altre, ma lo spirito vivente che è in ognuna di esse non muore mai”[3]. Tal squilibrio èOggi

“Ogni volta che si evoca la distinzione fra legittimità e legalità, occorre precisare che non s’intende con ciò, secondo una tradizione che definisce il pensiero cosiddetto reazionario, che la legittimità sia un principio sostanziale gerarchicamente superiore, di cui la legalità giuridico-politica non sarebbe che un epifenomeno o un effetto. Intendiamo invece che legittimità e legalità sono le due parti di un’unica macchina politica, che non solo non devono mai essere appiattite l’una sull’altra, ma devono anche restare in qualche modo operanti perché la macchina possa funzionare. Se la Chiesa rivendica un potere spirituale al quale il potere temporale dell’Impero o degli Stati dovrebbe restare subordinato, com’è avvenuto nell’Europa medievale, o se, com’è accaduto negli Stati totalitari del Novecento, la legittimità pretende di fare a meno della legalità, allora la macchina politica gira a vuoto con esisti spesso letali; se, d’altra parte, com’è avvenuto nelle democrazie moderne, il principio legittimante della sovranità popolare si riduce al momento elettorale e si risolve in regole procedurali giuridicamente prefissate, la legittimità rischia di scomparire nella legalità e la macchina politica è ugualmente paralizzata [Mission Accomplished, nota mia]”[4].

“Qualcuno ha detto che con la democrazia vien esteso a tutti il privilegio di accedere a cose che non sussistono più”[5].

“E’ plausibile che la secolarizzazione fosse già in corso nel Paleolitico superiore – e il processo non s’è mai interrotto. Ma quando si può dire che la secolarità si sia insediata definitivamente? Negli anni in cui Adorno scriveva Minima moralia [ed ecco perché il mio sempre vagheggiato progetto di scriver Minima Immoralia è sempre naufragato: richiederebbe che la “secolarità” fosse sparita …], quindi intorno al 1950 negli Stati Uniti [quell’America studiata da G. Anders ne L’uomo è antiquato, degli anni Sessanta del secolo scorso, nota mia]. La parola ‘secolarità’ non era in uso corrente e nessuno pensò di celebrare il suo insediamento. Fu allora che il mondo delle case unifamiliari, con piccolo giardino e staccionata, diventò normalità. E la normalità prese il posto della norma. Tutto questo avrebbe potuto essere accolto con sollievo […]. Ma così non fu. Anzi, un sordo rancore, apparentemente senza oggetto, cominciò a svilupparsi molto presto. Quando nei campus e nelle aule una internazionale giovanile cominciò a rumoreggiare contro il sistema, quel rancore si stava già articolando, anche se i suoi bersagli potevano essere illusori o fuorvianti”[6].

“Accerchiando il pensiero, l’informazione tendenzialmente lo soffoca”[7].

“Se si nomina il carattere formale della democrazia, molti danno segnali d’insofferenza e si affrettano a dire che la democrazia non è mai abbastanza democratica, e che per essere vera la democrazia dovrebbe essere sostanziale, e che forse un giorno lo diventerà […] … A quel punto si potrà essere sicuri: chi parla è nemico della democrazia. In fondo, ciò che univa Lenin e Hitler era in primo luogo l’avversione per la democrazia formale. Tutto il resto ne discendeva come una conseguenza, in direzioni diverse, ma neppure tanto lontane. La meraviglia della democrazia sta nel suo essere vuota, senza contenuto. E’ una dottrina per la quale essenziale è la regola, prima ancora di ciò che la regola prescrive [ed ecco perché la democrazia in Italia è, e sempre sarà, un fallimento; nota mia]. […] La democrazia formale è senz’altro la più perfetta versione della democrazia, ma anche la più inapplicabile. Soprattutto quando è stato superato un certo meridiano della storia e le pressioni demografiche, psichiche diventano sopraffacenti. Allora risorge la chimera della democrazia diretta. Suo fondamento è l’odio per la mediazione, che facilmente diventa odio per il pensiero in sé, indissolubilmente legato alla mediazione. Tanto più preziosi sono e saranno i superstiti scogli di democrazia formale, battuti e spesso sommersi dai flutti di qualcosa che in varia misura si rivela funesto”[8].

Homo saecularis non è così contrario alle religioni in sé. Le religioni somigliano molto alle ideologie – e con queste è abituato ad avere a che fare ogni giorno. Chi dice di essere cristiano non deve essere molto diverso da chi dice di essere vegetariano. Sono tutti gruppi, comunità, confraternite. Si può essere comunisti – come anche culturisti. Ogni scelta va rispettata. Sono tutte minoranze. Nicchie. Quel che Homo saecularis invece non riesce a cogliere è il divino. Non sa situarlo. Non rientra nell’ordine delle cose. Delle sue cose”[9].

“Da tutto questo poteva derivare un rivolgimento che Benjamin condensò in una formula: ‘Acquisire alla rivoluzione la forza dell’ebbrezza’. Se mai ci fu un contributo di Benjamin a qualsiasi rivoluzione, fu questa frase. Quando la scrisse, Benjamin ignorava ancora che l’unica rivoluzione a lui cara – quella russa – si stava occupando di tutt’altro. Ma l’idea di una teologia secolarizzata, che ha ossessionato e assediato tutto il Novecento, non per questo si è esaurita. Chiunque pensi al di fuori del recinto logico-matematico sa che le categorie teologiche sono sempre vive ed operanti.
Al tempo stesso, una volta superata una certa soglia della storia, certi gesti sono colpiti da obliterazione irreversibile. E’ vano pensare, se non si tenta di pensare che cosa sia il sacrificio. Ma è ormai impossibile attuare, in qualsiasi forma [salvo in luoghi remoti, nota mia], il sacrificio cruente. Qualcosa di parallelo si porrebbe dire di altre categorie teologiche, come la grazia o il libero arbitrio. Che ormai si sono sottratte al loro quadro confessionale e punteggiano come altrettanti dolmen un vasto paesaggio selvatico e silenzioso”[10].

“La piaga aperta della democrazia è la possibilità che, per vie legali, giunga al potere chi si propone di abolire la democrazia stessa, come accadde con Hitler nel gennaio 1933. Piaga non medicabile […], perché la democrazia […] cela in sé il germe dell’autodistruzione. Nel caso si pretenda di guarire la piaga con una terapia traumatica, generalmente un colpo di Stato, si apre una via che finisce per rivelarsi la premessa di futuri disastri”[11].

“Maggio 1933. Céline scrive a Eugène Dabit: ‘C’è un non so che d’isterico e urgente nell’aria … C’è muda – E’ una nave che si allontana .[…]’. L’orrore che si stava profilando, il nuovo orrore, non era soltanto quello totalitario – termine eufemistico, delimitazione provvisoria. L’orrore non era soltanto una certa forma di società, ma la società stessa, in quanto finalmente si riconosceva autosufficiente, sovrana e divoratrice sotto qualsiasi forma. Di Hitler e di Stalin un giorno ci si sarebbe sbarazzati, non però della società. Céline, che non pensava ma intuiva, e subito oscurava quello che aveva appena intuito, lo scrisse a Élie Faure: ‘Di fatto siamo tutti assolutamente dipendenti dalla nostra Società. E’ lei che decide il nostro destino’. Per una volta, aveva anche usato una maiuscola”[12].








Come prima cosa, ricordiamo un altro post ch’è stato dedicato alla Rivoluzione russa, cf.
e che dà – quest’ultimo – accesso all’altro dedicato alla Rivoluzione russa, della quale corre il centenario.
Avvenne infatti tra il sette e l’otto novembre del 1917, ma, poiché nella Russia dell’epoca era vigente ancora il vecchio Calendario giuliano – non quello, riformato, “gregoriano”, perché riformato da papa Gregorio XIII (1572-1585) – vi avvenne tra il venticinque ed il ventisei dell’ottobre di cento anni fa.

Il bene dell’individuo è, oggi, tutto, ed esso è, ormai, “il dio” della “nostra” epoca “doxomanica”.
E qui, su questo preciso punto, Calasso, pur avendo una prospettiva “difensiva”della democrazia – pur criticandola -, in altre cose, vede giusto ma solo en passant, quando scrive – parlando di “secolarità”: “All’opposto dell’uomo vedico, che nasceva gravato da quattro ‘debiti’, […] verso gli dèi, verso i ṛṣi, verso gli antenati e verso gli uomini in genere, Homo saecularis non deve nulla a nessuno. Sta per sé. Non ha nulla dietro, se non ciò che fa. Inevitabile un senso d’incertezza, perché poggia su qualcosa d’instabile […]. Il piacere dell’arbitrio è guastato da quella inconsistenza. […] Non c’è un modello da raggiungere, neppure per il piacere. C’è la sovranità – prima dell’oggetto su cui esercitarla. Cruccio perenne di Homo saecularis, che però è restio a parlarne”[13]. Deduzione: 1) la sovranità è dell’individuo, di “ogni” individuo, “turista” per natura, secondo Calasso, secondo il quale il turismo “globale” si ricollega in modo necessari al terrorismo come due fenomeni speculari fra loro; 2) ma tale sovranità è posticcia, incerta, senza basi né modelli di riferimento, nel linguaggio di questo blog è sovranità “simulata”. La ragione vi è chiara: vi è questa sovranità costitutiva e però manca l’oggetto su cui esercitarla. Che sovranità mai è quella che non si esercita su di un qualcosa o un qualcuno … e questa è solo una domanda retorica, ovvio.
La “propria” opinione è “dio” oggi: basta girarsi intorno e andare in qualche “non luogo” (per dirla con Augé), dove ormai l’ “altro”, o gli “altri”, non esistono, c’è solo il bisogno – immediato – individuale, che è “dio”. Questo, di fatto, distrugge ogni cosa, mina il legame sociale alla radice[14]. Questa è la realtà, oggi, ma non sarà il ritorno al passato a poter salvare. Non vi più alcun passato cui tornare, quando abbiamo, invece, molte ma molte riproduzioni del passato stesso. Difatti, il “mito” fasullo della scienza e tecnica moderne sta nella “riproducibilità totale”, il più osceno ed immondo totalitarismo mai visto nella storia, che pone termine alla storia: tutto si deve poter riprodurre. Dunque “si deve”, non si può: che si possa è irrilevante che si debba ecco, qui è il punto vero. Di riproduzione in riproduzione il “mito fondante” la modernità – “l’originale” – passa e viene coperto dai prodotti della modernità stessa: questo fu ben capito da Baudrillard, quando (negli anni Ottanta!!) diceva che l’originale non esiste, che il flusso riproduttivo poneva termine alla “metafisica dell’originale”, del “vero”, del “popolo” come base, dunque alla sinistra.
Eh sì, perché sinistra e destra, pur essendo di fatto, annullate come capacità decisoria, non sono annullate come “orientamento” allo stesso modo: le destre possono sussistere, il loro richiamo “all’origine” vi è debole; le “sinistre”, sostituite dai “sinistrati”, sono invece del tutto annullate: annullate, e questo lo si sa dagli scritti di Baudrillard, degli anni Ottanta del secolo scorso: “giusto per”, come diceva qualcuno …
La “sinistra” è entrata non nella prospettiva Win/Win – in cui sono le destre, “sovraniste” o “tecnocratiche” che siano, si vince sempre -, ma in quella Lose/Lose: che siano quelle “di governo” (così duramente irrise da Baudrillard negli anni Ottanta), o chi vuol “preservare” la “propria identità”, comunque perdono, sono residuali, subalterne, marginali per definizione.
Ma il bello è che manco se ne accorgono: se uno va da un loro rappresentante, e cerca di spiegargli, ma proprio in modo piano e regolare, che cosa è che non va, il “punto” nodale, non capiscono proprio.
Ciò è dovuto all’assunzione, senz’alcun filtro critico, della logica dominante, come se quest’ultima dovesse funzionare secondo il loro assenso o meno.
Comprendan lor signori, se Vogliano farlo: la logica fondante “systemica” funziona “in automatico”, e non chiede a nessuno “il permesso”, nemmeno più il consenso, che è dato per principio, dunque non ha più neanche il bisogno di cercare il consenso. Si figurino, lor signori, il punto cui si è giunti oggi.
Ed occorre prender atto della realtà per poter elaborare qualcosa, non avere in mente una situazione del passato, ormai trapassato. Insomma, il System è cibernetico e non certo etico, dunque, ormai, autoregolatosi.
Le “distopie” novecentesche (dal film “Orwell 1984”, del 1984 appunto, a vari altri film, come, per far un esempio, “L’uomo che fuggì dal futuro” (di G. Lucas), del 1970, o “Il mondo dei robot” (di M. Crichton), del 1973) videro giusto, e in quell’epoca si era molto ma molto ma molto più espliciti di oggi, che viviamo nella realizzazione di quelle distopie. Avevano ragione, però, con un grosso errore, davvero grosso: in vista vi era lo “stato totalitario”, comunista o nazista che fosse.
Che ingenuità! Qual errore, davvero grandissimo! E che superficialità!! Ogni stato cosiddetto “totalitario” ha, infatti, un grossissimo problema: il consenso, per questo ti trovi la Gestapo a casa. Ora, il problema è risolto. Hitler doveva mandarmi al Gestapo a casa per acchiapparmi; oggi un qualunque tecnico può sapere dove sto, gli dico tutto io direttamente con i mezzi elettronici, ed “io è tutti” qui. La cosa bella è che ciò non è percepito come male: sta tutto qui “il trucco del diavolo”, davvero è diabolico tutto ciò. Come chiamarlo altrimenti … La “fine della democrazia” (il cui processo pieno inizia nel 1994, come si è detto in un passato post in questo blog) si vede dalle solite giustificazioni quando si fa notare questo genere di fatti: “Non ho nulla da nascondere” o “La sicurezza è importante” e via dicendo.
Non capiscono il punto: il controllo sociale non è più devoluto ai controllori, invece ai controllati stessi. Se questo sistema però ha molte falle, ciò è dovuto al fatto che i controllori, che sono i controllati, non si controllano a sufficienza. Al limite, lo stato e la politica possono scomparire: sì, siamo su questa via. E non da ieri. Per lo meno dalla ristrutturazione sistemica della metà degli anni Settanta del secolo scorso.
Qualche annetto fa, ormai  
Per questo, tra l’altro, la “democrazia” non è oggi che un formalismo, vuoto di senso: non può esser che così.


Qui di seguito, la copertina di un vecchio libro, una rarità ormai: I bolscevichi e la rivoluzione d’ottobre. Verbali delle sedute del Comitato centrale del Partito operaio socialdemocratico russo (bolscevico) dall’agosto 1917 al febbraio 1918, Editori Riuniti, Roma 1962.






Veniamo a un punto, forse interessante: qual è la relazione della Rivoluzione russa con il processo detto “modernità”, processo di prosecuzione nella “catena d’errori della modernità”, catena nata con Lutero, del quale quest’anno (il 31 ottobre) ricorre il cinquantenario dell’affissione (in realtà, mai avvenuta sulle famose porte della chiesa del castello di Wittenberg) della pubblicazione delle “95 Tesi”? oppure di – parziale, ovviamente – rottura?
La “catena d’errori della modernità” è la ben conosciuta tesi del “tradizionalismo” cattolico.
Il legame fra i due, diversi, eventi è solo e soltanto nella “natura rivoluzionaria”, non nelle modalità, e nemmeno nel significato.
Sia detto tutto ciò a chiarissime lettere.
Ed è, soprattutto, nella natura del “rivoluzionario”, dove, tanto Lutero che Lenin, diedero la fiamma iniziale a delle polveri che Né avevano accumulato e né avrebbero gestito loro: infatti, il parallelo sta proprio nel fatto che, ambedue, avrebbero aiutato altri a diventar potenti e centrali, in una determinata situazione che, senza di loro, non avrebbe ai potuto esserci, ma che poi non gestirono affatto. E questo è molto indicativo. Per il resto, le cose son del tutto diverse. Il protestantesimo – come la ben nota, e giusta, tesi di Weber (ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo) attesta – non ha poco contribuito alla genesi dello “spirito” (geist) del capitalismo (Kapitalismus, col kappa), mentre la Rivoluzione d’Ottobre avrebbe voluto abbatterlo, dunque l’opposto. Tra l’altro, Weber non ha mai sostenuto che il protestantesimo abbia “generato” il capitalismo, ma che, invece, abbia contribuito in modo decisivo alla sua “mentalità” (geist).
Insomma, il legame tra la Rivoluzione del 1917 e l’ “affissione” (presunta) delle “95 tesi” il 30 ottobre del 1517 non è poi molto di più che la terminazione in “17” dell’anno …
Ma si pone il problema, che in questo blog si considera molto rilevante, quasi decisivo, dell’iter, dell’andamento, dei fini, della natura del mondo moderno nel suo indefettibile, ingestibile, ineliminabile, del tutto ingovernabile, indefinitamente lungo Autunno[15].
Proprio come questo caldo autunno senza fine.
Poi cambia, certo, è vero, ma quanto “poi” … e con che ritmo … il cambiamento è oggi sfogo temporaneo: mai una cesura, mai un “irreversibile”, tutto è vi è un “flusso”, mai dunque una “rivoluzione” che segni un “limite”, mai “passaggio al limite” (Guénon), ci balocchiamo “cercando Maria per Napoli” (o Roma, c’è lo stesso detto a Roma), e Maria non ci sta più … il “limite inattingibile”, il “punto d’indecidibilità” dove la “crisi” diventa endemica ed irrisolvibile = non termina, pur iniziando, tutto è liquido. Insomma, la crisi è interminabile, labirintica, essa è come un dedalo, il famoso “labirinto della modernità”, tanto esaltato in altri anni – e ripensandoci, che risate … -, esaltato come dimensione pseudo “eroica” della modernità stessa, che, “consapevole” – mah … -, si fa “duramente” carico dell’ avventura della modernità, pur dura, e però esaltante: più o meno queste le posizioni di Cacciari, mutatis mutandis, sono sempre state, pur con modifiche varie, con vari “raggiustamenti”, anche radicali, di tiro. La cosa non convince qualora ci si chieda: e chi sono i nostri interlocutori? A chi si parla, oggi? A nessuno. A “tutti”, dunque a nessuno.
La non più esaltante “avventura” – o disavventura” … – della modernità, mettiamola così …
Non ci sono, di più, non ci possono essere interlocutori se non individuali, non “pubblici”. E ma questo silenzio, ed annulla ogni non solo democrazia, giustamente criticata in questo nell’ultimo libro, cui s’è fatto riferimento qui su, di Calasso, ma della modernità tutta intera.
Se non partiamo – solo partiamo – da questa banale consapevolezza – banale, sottolineo ma non sovrascrivo -, non andiamo d’alcuna parte. Questo può esser solo datum di partenza, giammai di arrivo, con logica informatica di “if then”, if quest’affermazione è dato di partenza, then tutto il resto.
Certo che uno può continuare nella pantomima della politica presente, che è “un gioco di simulazioni con effetti collaterali”, le “decisioni” cosiddette.
Chiaro che le destre siano favorite in un gioco autoreferenziale del genere, ma le sinistre sinistrate, pur prendendo calci nel didietro a ripetizione, mai che si chiedano il perché sono così residuali ed inefficaci e nulli, in una parola.
Stan peggio, dunque, delle destre, le quali si limitano ad approfittare della situazione, in modo semplicemente pragmatico. “Finché dura”, pensano. Quanto alle sinistre, se non penseranno mai: “Perché non funziona”, pensassero almeno: “Perché, allora, il gioco ‘a quelli lì’ gli dura così a lungo, mentre a noi ci dura così poco”, non sono in grado di fare nemmeno questo pur banale, molto pragmatico ragionamento.  
E qui ci fermiamo, chi sia interessato cerchi da se stesso.
Se non vi è interessato, nessun problema, infatti, viviamo nell’epoca in cui si è “sottoposti al mugugno di ogni stolto”, per dirla con l’ Enrico V di Shakespeare. “I fiumi sono in piena” (Battiato) “informaticamente” – dentro quel “flusso” che chiamo anche l’ “emulsione” – tanto più i fiumi corporei e fisici sono spesso in secca …   

Ultima breve annotazione: che cos’è “rivoluzionario”.
Rivoluzionario è tutto ciò che imponenon si limita, dunque, a porlo, l’ imponeil limite, o un limite.
Lutero che, facendo appello alla sua coscienza, pone un limite alle possibilità di risoluzione della crisi, in atto di là di lui stesso, per cause che vanno ben oltre lo stesso Lutero, ma impone un limes. Non si può discutere oltre, né continuare con una mera contrapposizione statica. Poi Lutero si sarebbe pentito, si sa – ed anche Lenin! E più d’una volta -, ma mai nessuno dei due rimise in questione quanto fatto, e questo è decisivo …! E cioè, il limes, poroso, passeggero, mutevole, ma, insieme, fisso. 
Che differenza con oggi: oggi le contrapposizioni possono durare senza un termine fisso. Il caso catalano, fra degli altri, è paradigmatico, pure le lotte in Medio Oriente, perenni, senza fine, son altro esempio di situazioni virtualmente illimitate, come lo sviluppo della tecnica, virtualmente, chiaro. Un po’ tutto funziona così, oggi, perché i “bordi”, i confini, son saltati. E’ sempre un confine labile, liquido, impreciso alla radice. Skildir ro klofnir, diceva la Völva, la Sybilla del Nord, “Gli scudi (come in inglese, “shield”) son rotti”, i limiti, ovvero i confini sociali, che fra gli antichi Etruschi Giove stesso (chiamato “Tinia”, oppure “Tin”, e, secondo alcuni, la “tigna” deriverebbe dal nome che gli Etruschi davano a Giove) aveva tracciato i “confini”, sacri, sulla Terra …
Tutto il mondo “tradizionale” si basava sui confini. Ma questo discorso ci porterebbe lontano: torniamo a noi.
In modo analogo la Rivoluzione russa: pone un limite. Un limite “invalicabile”, ma storicamente parlando, non certo in modo “tradizionale”, però è stato un evento storico del tipo che “pone limiti” all’espansione di un determinato sistema, li ha posti male, in modo fallimentare, e quel che vogliamo noi, però ha seguito quest’onda, questa direzione. E cioè come s’ immaginava che il limes antico romano fosse, ma che, oggi si sa, non era, in quanto era un limite “poroso”. Tra l’altro, in un’intervista all’autore di un libro appena uscito sulla Rivoluzione russa, si legge: “Quella del 1917 fu in realtà la più grande rivoluzione plebea della storia dell’umanità, nella quale decine di milioni di persone si sollevarono e insorsero nelle campagne. Ma non ebbe niente di socialista”[16]. Dunque Mao non fu come un fungo nato dopo la pioggia, invece capì – consapevolmente – quel che implicitamente c’era nella Rivoluzione d’Ottobre: che se non hai il consenso delle masse di contadini e non ridistribuisci le terre, puoi far tutti i “colpi di mano” in “style” bolscevico che vuoi, alla fine non vai da nessuna parte. La rivoluzione deve aver consenso per, poi, potersi attuare “militarmente”, questo punto è decisivo, e sempre si ama dimenticarlo.
Diciamo che, alla fine, vinse Stalin e Lenin fu un “perdente di genio”, un gran tattico, ma un non buon stratega. L’idea del “colpo d’Ottobre” – col consenso, soprattutto dei contadini …!! – fu di Lenin, e solo sua. Di Trockij [Trotzky] fu invece la messa in opera, la “tecnica del colpo di stato” (Malaparte). Chi ne beneficò, alla fine, fu però Stalin. Stalin + SS = Hitler[17]. Ambiziosissimi ambedue, avevano, in sostanza, lo stesso modello di stato[18], più o meno, il controllo totale; e tuttavia mancava, però, a Stalin l’idea “diabolica” delle “SS”, la “nuova religione” che Hitler voleva fondare: “Ho fondato un ordine”, confidò a Rauschning[19]. Qui, su questo ed in questo punto, sta la vera differenza tra i due. Di nuovo qui, su questo punto specifico, in tanti, poi, non capirono – ma non tutti … – la vera sfida[20].

Anche i “limiti” della storia lo sono, però. Porosi, e spesso un po’ rosi … Nessuna rivoluzione potrà, però, mai cambiare certe costanti. Il cambiamento cosiddetto ex abrupto spesso poi però ritorna in certe correnti “di lungo periodo”, mentre, al contrario, non va sottovalutato quel cambiamento costante che, spesso non visto, a volte mina le strutture istituzionali, e si attua pian piano, nel corso del “lungo periodo” stesso.
Occorre però, a questo punto, che si abbia un’idea chiara e precisa di quel che fa riferimento all’esperienza umana di ogni epoca – le “costanti” –, e quanto, invece, si riferisce ad un’epoca specifica, per non commettere i soliti errori, comunissimi peraltro, di proiettare quel ch’è valido in un determinato momento su “tutte” le epoche, classico errore palese che si usa commettere a riguardo del Medioevo. Affermazioni del tipo: “Mi piace il Medioevo, ma ‘non ci vivrei’” non solo attestano l’illusione di poter “scegliere” la “propria” epoca ­– cosa palesemente impossibile –, ma pure il non aver fatto il benché minimo passo per venir fuori dai pregiudizi della propria epoca.
Ogni epoca, infatti, ha come una sua “cifra”, una serie di ritornelli dati per scontati, ma che non lo sono per niente.
Si faccia un passo fuori certe cose date per scontate nell’epoca in cui si vive. Solo dopo si potrà pensare alle altre epoche, in esse riconoscendo altre cose che, in quel momento, erano date per scontate, ma che scontate non sono per nulla: sono, ed erano, dei portati storici. Dietro tutto questo, vi sono le costanti della natura umana, ma occorre distinguere ben chiaramente tra i due strata.    


“31 luglio del 1941. Lo zelo di certe popolazioni locali nell’uccidere gli ebrei turbava non poco il sonno di alcuni reparti del Servizio di Sicurezza germanico (SD), che prendeva nota dei fatti nei sui rapporti: ‘I rumeni procedono in maniera estremamente caotica nei confronti degli ebrei. Contro le numerosissime fucilazioni di ebrei non ci sarebbe niente da obiettare, se la preparazione tecnica e l’attuazione non fossero del tutto inadeguate. I rumeni lasciano i giustiziati per lo più sul luogo, senza seppellirli. Il comando operativo ha sollecitato la polizia rumena a procedere in maniera più sistematica in questo senso”[21].


“Non risulta che l’imperatore della Cina rimanesse molto impressionato dalla numerazione binaria. E tacque. La risposta cinese alla mossa di Leibniz si manifestò due secoli dopo, attraverso l’intelligenza extraterritoriale di Réné Guénon: ‘Ci pare di vedere il sorriso dei Cinesi davanti a questa interpretazione piuttosto puerile, la quale, anziché suggerire “un’idea elevata della scienza europea”, gliene faceva esattamente valutare la portata. La verità è che i Cinesi non hanno mai “perduto il significato”, o meglio i significati, di questi simboli; semplicemente non si sentivano obbligati a spiegarli al primo venuto, soprattutto se lo ritenevano fatica sprecata, e in fondo Leibniz, parlando di “non so quali significati lontani”, confessa di non capire nulla. Son questi significati, conservati con cura nella tradizione (che i commentari non fanno che seguire fedelmente), a costituire la “vera spiegazione”, e non hanno nulla di “mistico”; ma quale migliore prova d’incomprensione del prendere simboli metafisici per “caratteri puramente numerici”? Simboli metafisici: ecco che cosa essenzialmente i “trigrammi” e gli “esagrammi”, una rappresentazione sintetica di teorie che possono avere sviluppi illimitati oltre che adattamenti molteplici se, invece di rimanere nella sfera dei princìpi, vengono applicati a questo o a quell’ambito determinato. Leibniz si sarebbe molto stupito se gli fosse stato detto che anche la sua interpretazione aritmetica trovava posto tra i significati che respingeva senza conoscere, ma solo a un livello subordinato e accessorio; la sua interpretazione, infatti, non è di per sé falsa, è compatibile con tutte le altre, ma è totalmente incompleto e insufficiente, e presa isolatamente è riva di significato; essa presenta qualche interesse soltanto grazie alla corrispondenza analogica che collega  significati inferiori al senso superiore, in base a ciò che abbiamo detto sulla natura delle “scienze tradizionali”. Il senso superiore è il senso metafisico puro il resto sono solo applicazioni varie, più o meno importanti, ma sempre contingenti”.
Su questeapplicazioni varie’ si fonda il funzionamento del mondo, in Occidente come in Cina, tre secoli dopo Leibniz”[22].




Andrea A. Ianniello




[1][א] J. Dicker, La tigre, Rizzoli Libri / Bompiani, Milano 2016, p. 5.
[2][ב] Ivi, pp. 55-56. In effetti, proprio la lotta contro la vecchia “tigre” zarista è stata la fase “eroica” della Rivoluzione presto rientrata nelle dinamiche di potenza vecchio style. Questo non toglie che il fallimento anche di queste forme “riviste” abbia consegnato il mondo ad un unico modello, a sua volta in crisi, ma che si perpetua potenzialmente senza fine, in quanto non si vede alcuna, seppur vaga, alternativa. Quindi gravissime responsabilità, anch’io valuto negativamente quegli eventi, ma per ragioni molto, ma molto diverse da quelle attualmente dominanti.
Interessante che, al posto della tigre di questo testo appena citato, di solito la Russia sia simbolizzata dall’orso, animale negativo – ma non quanto il lupo – del simbolismo cristiano, mentre nel mondo germanico la si pensava ben diversamente: “Presso i Germani, l’orso non era soltanto il re della foresta e del bestiario, era l’animale totemico per eccellenza”, M, Pastoureau, L’orso. Storia di un re decaduto, Einaudi editore, Torino 2008, p. 40, corsivi miei. Attesta, tra l’altro, Ammiano Marcellino, che la lotta iniziatica con l’orso era fondamentale, tra i Goti, per poter passare all’età adulta, cf. ibid. Guénon ci ha ammaestrato sul simbolismo dell’orso e sul suo significato, anche nell’ambito delle relazioni, a volte conflittuali, fra il sacerdozio e la casta guerriera. Inoltre, l’orso è sempre stato simbolo dei Germani come l’ orsa lo è stata dei Celti, cf. R. Alleau, Le origini occulte del Nazismo, il Terzo Reich e le società segrete, Edizioni Mediterranee, Roma 1989, pp. 54-57. Come questo simbolo dell’orso sia passato alla Russia, rientra nel senso – davvero antichissimo – dell’orso, animale che, particolarmente guerriero per i popoli germanici, era tuttavia l’animale della foresta per tutti i popoli del Nord; questa sarebbe anche un’interessante pista da seguire, per chi vi fosse interessato.
Vediamo il simbolo dell’orso anche nel Ver sacrum, questo rito molto antica ed interessante, usanza, però, che “non era limitata all’Italia sabella. Livio sostiene che i Celti della Gallia Cisalpina celebravano un rito molto simile e fornisce i particolari di un Ver sacrum cui i Romani fecero ricorso in seguito alla crisi causata dall’invasione della penisola da parte di Annibale”, E. T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Einaudi editore, Torino 1985, p. 37, corsivi in originale. I bambini nati nella primavera di un certo anno erano dedicati a Mamerte, il Marte sabello, cioè osco, e non erano “sacrificati” nel senso di uccisi – ovvero “immolati” –, ma, invece, “avevano l’obbligo di lasciare la loro tribù e cercare nuovi boschi e pascoli sotto la guida di un animale sacro alla divinità, l’animale-guida poteva essere un toro, un lupo, un picchio, un orso o forse un cervo, e il gruppo emigrante si stabiliva nel punto che pensava l’animale avesse indicato”, ivi, pp. 37-38, corsivi miei. Sia detto en passant, ma la gens Pontia, quella di Ponzio Telesino – che invano consigliò il comandante sannita alle Forche Caudine (321 a.C.), la cui esatta ubicazione rimane oggetto di controversia ancor oggi –, stirpe sannita, ebbe un importante rappresentante: Ponzio Pilato, sì, lui même. Rimase comunque ben poco dei Sanniti, la cui lingua, l’osco, “continuò ad essere abbastanza usata in età augustea. Gli scoliasti credono che i bilingues Canusini di Orazio, come i Bruzi, parlassero osco e greco”, ivi, p. 400, corsivi in originale. Per “Bruzio” si deve intendere la gran parte dell’odierna Calabria, tranne la parte meridionale, e la cui città più importante era Cosentia. Dei Sanniti, comunque, quel che più è rimasto, come per i Longobardi, fenomeno simile ma, ovviamente, non identico, il reticolo dei toponimi, che costellano la zona appenninica, come Isernia, oppure Benevento, la stessa Telese, od altri ancora: “‘Sanniti’ ricorre come espressione geografica nella riorganizzazione operata da Diocleziano del mondo romano e in documenti del iv e v secolo; e anche un’occasionale lettura di Procopio mostra il termine ancora in uso nel iv secolo. Dal resto, in seguito, per lungo tempo i principi longobardi del Ducato di Benevento assunsero orgogliosamente il titolo di Dux Samnitium”, ivi, pp. 402-403, corsivi in originale.
Interessante qui, però, è il sottolineare come l’orso appenninico, la sottospecie dell’orso bruno, l’ Ursus marsicanus, in effetti, sia meno aggressivo di quello alpino ed abbia, conseguentemente, avuto un destino differente dall’orso bruno alpino: quest’ultimo è stato ucciso quasi del tutto, mentre l’orso marsicano – che è, come s’è detto, un orso bruno comunque -, sia riuscito a convivere, pur con molti problemi, con le genti locali.
[3][ג] Fun Chang, Usa ciò che sei, Edizioni Arista, Torino 1989, senza indicazione di pagina, significativa la data di pubblicazione, però. “Gran parte della saggezza e della conoscenza consiste nello smettere di voler trasformare la gente in ciò che non è, ma nell’accettare ciò che è, nel comprendere la sua esperienza di vita”, ivi, senza indicazione di pagina. Chiaramente, ciò non significa che ci si debba far “imprigionare” dall’altrui visione o esperienza di vita, se si vede di più: sarebbe sbagliatissimo farlo. A sua volta, ciò non significa pretendere che gli altri siano diversi da come sono effettivamente.
[4][ד] G. Agamben, Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi, Laterza & Figli, Roma-Bari 2013, pp. 7-8. Sul katechon, l’autore citato presenta sia l’idea che sia l’Impero, sia che sia la Chiesa, e cita Schmitt, cf. ivi, p. 13: le due cose, tra l’altro, non si escludono necessariamente … Comunque, su questi temi è qui del tutto impossibile approfondire, occuperebbe troppo tempo; qualche “flash” lo si può leggere in un altro post, cf.
Una considerazione sul pensiero cosiddetto “reazionario”, anch’esso in cattive acque come le “sinistre” – ma non certo le destre politiche -, perché ambedue fan riferimento ad una “sostanza”, che sia “verso l’Alto” o che sia “verso il Basso”, mentre il “secolarismo” radicale rifiuta di far riferimento a qualsiasi sostanza essa sia, ma si accontenta o di regole, cioè di formalismi, oppure di pragmatismo, dove le destre, di solito, eccellono.
E così, questa fase sistemica è rappresentata in modo costitutivo dalle destre, che tanto starnazzano contro immigrati, e cose del genere, esse sono la vuota espressione dell’attuale fase sistemica. Ovviamente il sistema è pronto a buttarle a mare, se gli servirà. Ma ai membri delle destre politiche non importa, per loro conta solo il risultato quanto alle sinistre, sinistrate mentalmente, o diventan destre “moderate”, il formalismo democratico, la “meritocrazia” ecc., ecc., oppure non esistono = non esiste alcuna sinistra. Non può esistere.
[5][ה] R. Calasso, L’innominabile presente, Adelphi Edizioni, Milano 2017, p. 69. La frase qui citata viene da La Rovina di Kasch, il libro dello stesso Calasso, del lontano 1983. Una recensione di quest’ultimo libro di Calasso è qui, cf.
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2017/10/in-margine-ad-unanticipazione.html. La frase, poi, è riportata qui, con le ovvie, inevitabili, ineliminabili e necessarie indicazioni sulla loro fonte, cf.
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2013/12/che-cosa-e-la-democrazia.html. Interessante quest’osservazione di G. Pintor, che è testimone della dichiarazione di guerra di Mussolini a Piazza Venezia: “noi stavamo accucciati in un angolo in mezzo a quel curioso popolo di Roma che litiga e ride nelle circostanze più gravi”, in R. Calasso, L’innominabile presente, cit., p. 125. Verissimo, questo è un fatto tipicamente romano: questo è anzi, forse, l’unico tratto residuale che lega l’antica Roma con il presente. Non è rimasto altro, in realtà. Viviamo tra rovine mute. Il passato non parla al presente: per questo l’Occidente è morto, è un cadavere. Il massimo cui possono giungere i nostri contemporanei è di usare le mute rovine per farci soldi: accidenti che pensiero, probabilmente il cervello gli si sarà fuso a furia di pensare la notte …
E così termina, in modo significativo, il libro di Calasso: “In un foglietto isolato, non databile, oggi alla Biblioteca Jacques Doucet, Baudelaire ha raccontato il crollo di una immensa torre, che un giorno si sarebbe chiamata grattacielo. Provava un senso d’impotenza perché non riusciva a trasmettere la notizia alla ‘gente’, alle ‘nazioni’. Così dove contentarsi di sussurrarla ai ‘più intelligenti’. Ma anche il sussurro dovette aspettare più di un secolo per essere stampato. E nessuno lo notò. Le ‘nazioni’ non fecero in tempo ad accorgersi di che cosa le attendeva. Era tutto accaduto in sogno, in uno di quei sogni a cui Baudelaire era avvezzo […]: ‘Sintomi di rovina. Edifici immensi. Numerosi, uno sull’altro, appartamenti, camere, templi, gallerie, scale, budelli, belvedere, lanterne, fontane statue. – Fenditure, crepe. Umidità che proviene da una cisterna situata vicino al cielo. – Come avvertire la gente, le nazioni –? avvertiamo in un orecchio i più intelligenti. In cima, una colonna cede e le due estremità si spostano. Ancora non è crollato nulla. Non riesco più a ritrovare l’uscita. Scendo, poi risalgo. Una torre-labirinto. Abito per sempre un edificio che sta per crollare, un edificio intaccato da una malattia segreta. – Calcolo, dentro di me, per divertirmi, se una massa così prodigiosa di pietre, marmi, statue, muri che stanno per cozzare fra loro saranno molto imbrattati dalla gran quantità di materia cerebrale, di carne umana e di ossa sbriciolate’. Quando la ‘notizia’ di questo sogno giunse alle ‘nazioni’, tutto corrispondeva, con una sola aggiunta: le torri erano due – e gemelle”, ivi, pp. 163-164, corsivi in originale.
[6][ו] Ivi, cit., p. 45, corsivi in originale. E venne il momento in cui i secolaristi si ribellarono. Si accorsero che non erano soli. E che non occupavano tutto il mondo. Le procedure si applicavano ovunque, ma i secolaristi vivevano solo in una certa parte del pianeta – e neppure la maggior parte. Si sentirono improvvisamente assediati da stranieri, che chiamavano migranti. I quali volevano usare le loro procedure, ma continuavano a guardarli con l’occhi infido di chi si sente altrove. Già vederli circolare nelle strade più familiari instillava una sensazione d’inquietudine. Forse ”, ivi, p. 46, corsivi in originale.
“Con l’Islam è finita l’èra delle religioni. Maometto si presentava come ‘Sigillo dei Profeti’. Da allora, nascono solo scismi. O sette e culti, che si moltiplicano. Intanto, sempre più evidente e corrosivo opera il tarlo della secolarizzazione, presente fin dagli inizi. Più o meno mimetizzato, si lasciava già riconoscere in ogni cosmogonia.. ma che cos’accade quando la linfa religiosa non scorre più? Impera il pensiero secolare. Che però è insufficiente, inadeguato anche rispetto ai fatti elementari della vita. Alla lunga, nei secolaristi si crea un risentimento, anche violento, verso la secolarità stessa. Allora torna l’attrazione verso le sette, che almeno offrono un sostegno saldo. O verso principi rudimentali e scomposte misure di autodifesa [i vari, cosiddetti, “integralismi” d’ogni religione questo sono, alla fin fine; nota mia]. Abbandonato a se stesso, il mondo secolare non offre sicurezze, ma probabilità. La scienza è un mondo a parte, abitato da pochi abitanti [anche la “scienza” storica …, nota mia]. E non ha sviluppato criteri di comportamento rigorosamente fondati, se non un atteggiamento di generica fiducia verso la scienza stessa. Appena usciti dai loro laboratori, […] anche soltanto mentali, gli appartenenti alla scienza si trovano nella stessa situazione degli altri esseri secolari e spesso parlano come sprovveduti. Ciò che tiene insieme il tutto è il funzionamento delle protesi. Incessante, molto più potente di ogni azione umana, quel funzionamento è il rumore di fondo di ogni pensiero. Testimonia che l’insieme delle protesi sta procedendo e protegge i suoi propagatori come ospiti innocui e spesso irrilevanti”, ivi, pp. 47-48. Questo “tarlo della secolarizzazione presente sin dagl’inizi”: qui Calasso riecheggia Guénon, in modo molto evidente – per chi conosca (davvero) l’opera di Guénon e non viva di rimaneggiamenti o falsi culti -, e applica le sue meditazioni sul sacrificio. Nell’allusione alla “cosmogonia”: qui applica il noto libro di G. De Santillana e H. von Dechend.
Alla cosiddetta “materia” degli “illuministi” – che oggi nessuno sa più bene cosa sia o fosse -, si è tentato di sostituire la cosiddetta “evoluzione” per fondare il “secolarismo”, cf., ivi, pp. 53-54. Ma la cosiddetta “evoluzione” si sta rivelando solo poco, molto poco, troppo poco più convincente della “materia”, il cui concetto si è frammentato irreversibilmente. Se tutto va velocissimo, che cosa n’è dell’ “evoluzione”? anch’essa si trasforma in pulviscolo? .
[7][ז] Ivi, p. 76.
[8][ח] Ivi, p. 40. Questo passo richiede un commento, di cui mi scuso, ma è necessario. Come può qualcosa di senza contenuto appagare?? Domanda retorica. Quanto ai “preziosi rimasugli”, non siamo per caso dove siamo né la “crisi della democrazia” c’è per caso, o si può risolvere continuando nella via solo formale ch’essa, inevitabilmente, doveva prendere, quando fosse andata oltre un certo punto del suo sviluppo. Dunque, voler preservare i “preziosi rimasugli” non vuol dire nulla, in ordine alla risoluzione del problema, seppur è verissimo che la fixe della dis-mediazione si rivela, senz’altro, cosa funesta.  
[9][ט] Ivi, pp. 55-56, corsivi in originale.
[10][י] Ivi, p. 90, corsivi in originale. Il riferimento qui è a W. Benjamin, Sull’hascisch, Einaudi editore, Torino 1975.
[11][כ] Ivi, p. 38, corsivi miei. “E mai come per il paragrafo finale: ‘La Rivoluzione russa, nato da un movimento di rivolta contro la guerra, si è consolidata, organizzata nelle forme del “comunismo di guerra” durante i due anni di guerra con gli eserciti alleati che vanno dalla pace di Brest-Litovsk alla vittoria definitiva delle armate sovietiche nel 1920. Un tratto nuovo si aggiunge qui a quelli che abbiamo già definito. A causa del crollo anarchico, della totale scomparsa dello Stato, un gruppo di uomini armati, animati da una fede comune, ha decretato che esso stesso era lo Stato: il sovietismo, in tale forma, è, alla lettera, un “fascismo”’. Senza bisogno di ricorrere a ponderose teorizzazioni sul totalitarismo – e senza neppure aver bisogno di usare la parola –, Halévy aveva individuato, nella sua breve comunicazione, i due tratti che univano con legame inscalfibile ciò che stava accadendo in Russia, in Germania e in Italia. Innanzitutto la presenza di ‘minoranze operanti’ (formula di Mauss) insediate all’interno di un partito, che diventa istanza ultima e unico attor efficace (lo Stato, a questo punto, era solo la copertura). Potevano chiamarsi ‘avanguardie rivoluzionarie’ o ‘fasci di combattimento’ o SS o SA. In ogni caso erano il luogo stesso delle decisioni effettive, delle quali non si doveva rendere conto a nessuno”, ivi, pp. 113-114. Poi, le “minoranze operanti” sono sparite: allora, e solo allora, il “mondo moderno” è divenuto unitas “operante”; allora, e solo allora, è nata la “Grande Prostituta”, il System della “Grande Prostituta”, di Babylonia
[12][ל] Ivi, p. 99, corsivo in originale.
[13][מ] R. Calasso, L’innominabile presente, cit., pp. 43-44, corsivi in originale. Questo problema della sovranità ci porterebbe lontano. Per ora, restringiamolo al dovere individuale d’agire, nel qual caso, però, è vero che: Tutte le decisioni importanti devono essere prese sulla base di dati insufficienti”, S. B. Kopp, Se incontri il Buddha per strada uccidilo. Il pellegrinaggio del paziente e dello psicoterapeuta, Casa Editrice Astrolabio, Roma 1974, p. 198, corsivi miei.
[14][נ] La citazione che si riporterà è di trent’anni fa, e proviene da acque non pure. La cosa strana è che ancor oggi, non i “devianti” lo percepiscano, ma che i “non devianti” non lo percepiscano …! Questa è la cosa ben triste! “Vi dirò che il distacco è senz’altro la più grande lezione che le vostre civiltà occidentali devono assimilare; verrà un tempo in cui i popoli europei e nordamericani non avranno maggior influenza sulla superficie del globo d’un pugno di nomadi, e questo non è l’ annuncio di un cataclisma: attenzione, mi limito a sottolineare per voi una grande verità, ovvero che nessuna potenza o pretesa tale può resistere alle inevitabili leggi della mutazione. Le civiltà sono come gli uomini e impiegano un veicolo che le porta fino ad un certo punto: una volta raggiunto questo punto, una volta che le energie sono sature o esaurite, viene dato loro un altro veicolo, a volte meno sontuoso, ma comunque altrettanto efficace per crescere … […] Non pensiate però che giochiamo ai dadi o che ci accontentiamo di far applicare la semplice legge degli equilibri e delle alternanze: noi non decidiamo nulla, […] ma facilitiamo la messa in atto di ciò che è già realizzato da qualche parte, nel cuore del Senza Nome. So che è difficile acquisire questa nozione: come si può aiutare l realizzazione di ciò che è già compiuto? Quando possiederete la chiave di questo apparente enigma, avrete già salito molti gradini”, A. e M. Merois-Givaudan, Viaggio a Shamballah, Edizioni Arista, Giaveno (TO) 1987, pp. 124-125, corsivi miei. Si vede che sono cose devianti per le interpretazioni che seguono, non per aver osservato quanto appena citato. Ho però notato come certe cose fossero dette più apertamente in altra epoca, come se, avvicinandoci alla Grande Crisi, si avesse crescentemente paura di vederla, reazione che fa parte dell’ “umano troppo umano”, e che, tuttavia, non fa che rafforzare lo stato critico. Ma riflettiamo ancora un po’ su questo punto, su quest’esplicitezza minore, man mano che ci si avvicina al “punto d’indecidibilità”, come lo chiamo, dove nessun’azione può aver effetto, nessuna forma intervento può più cambiare la traiettoria che diventa, quindi, totalmentenon più parzialmente – inerziale.
Questo discordo, infatti, va messo a confronto con degli argomenti dei quali si tratta da tempo, il cosiddetto “Medioevo prossimo venturo”, che, poi, è già venuto, solo che non era quel che chi, all’epoca, lo denunciava, credeva fosse: ma non è sempre così … ? Ma quando mai si ottiene ciò che ci si aspetta nella forma in cui lo si aspettava? Lo si ottiene, sì, ma non nella forma che ci si sarebbe aspettato quando s’intravvedeva, in tempi lontani ormai, quel che doveva poi avvenire, ed è venuto, ma, di nuovo giova ripeterlo, non nella forma che poi ha preso. Su questo tema del “Medioevo prossimo venturo”, non per caso, ci son post in questo stesso blog, cf.
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2015/03/nuovo-medioevo-tuttaltro-che-nuovo.html. Dunque, tutto è stato già detto, ma il “fatto” – vale a dire la loro realizzazione – spesso è ben diverso dal concepito ed ancor più lo è dall’ immaginato, e cioè le cose raramente vengono come ce le si aspetta; e tuttavia pure avvengono … A questo divertiamoci un po’, con le solite predizioni errate, ma errate perché partono da un dato di partenza errato. Per fare un esempio, ecco un link, in francese, cf.
https://2017dieusauve.wordpress.com/2017/09/02/5-octobre-2017-le-grand-signe-du-dragon-rouge/. Ebbene, il 13 ottobre ci consta che nessuna delle cose “pre-dette” – pre-desiderate, direi … -, sia successa … Non vi è dubbio che il mondo non sia mai stato distrutto a ripetizione più e più volte d quando è preda di un’inerzia sistemica terrificante, che è il vero problema, che è la vera “Apocalisse”!! Ma non eludiamo il punto: dov’è il punto di partenza, molto sbagliato, di tutta questa gente qui, che non imparerà mai, che non capirà mai, perché preda di un’ idée fixe?? Che il modello è – sempre – la “lotta contro il ‘comunismo’”, che sarà stata pure una battaglia storica importantissima, ma che è uno schema trapassato, in tutti i sensi. Anzi, è stata proprio la fine del “comunismo” ad aprire la porta alla fine del mondo moderno, il contrario di quello che questa gente continua a pensare. Personalmente, ho sempre pensato che la fine del comunismo come sistema avrebbe reso il mondo più instabile in quanto il modello “democratista” occidentale non poteva applicarsi dovunque; su questa base si costruiva l’idea che la Russia sarebbe tornata ad essere centrale, ma non certo in modo “democratico”, cosa che pure ho scritto, cf.
E finché qua, in “Occidente demente”, ci starà gente che ha in testa una situazione che – da molto e molto tempo, ormai – non esiste più, noi non potremo che andare di male in peggio. Questi ottusi dementi, sostenuti da “certeforze, che han sempre voluto, ed oggi ottenuto, l’indebolimento dell’Occidente dal suo interno, bloccano qualsiasi cambiamento.  
[16][ע] “Focus” n.153 del novembre 2017, intervista a E. Cinnerella, p. 30, corsivi miei. Ovviamente poi Cinnerella parla contro la “rozza dottrina” bolscevica, ma quel che ha detto è verissimo ed impone una riconsiderazione.
[17][פ] Semplifichiamo molto qui, ma la battuta ha un suo lato “efficace”.  
[18][צ] In sostanza, così è stato, orientato in direzioni opposte, ma il modello di fondo è stato molto simile.  
[19][ק] R. Calasso, L’innominabile presente, cit., p. 121 e sgg. Gli occhi di Hitler, gli “occhi dell’ipnotizzatore”, son riportati da Calasso in un ricordo di Brasillach, che in quegli anni viaggiava in Germania: cf., ivi, pp. 120-121. Ci sarebbe molto di più da dire, a tal proposito, ma cito questo fatto solo en passant.
[20][ר] Fra di loro, senza dubbio, Churchill, e, a suo modo, S. Weil, cf., ivi, p. 129. Anche Gide, per fare un altro esempio, ed anche da un altro punto di vista, eppure capì: cf., ivi, pp. 129-130.
[21][ש] R. Calasso, L’innominabile presente, cit., p. 137. Si parla pure dell’eccidio di Katyń, compiuto dall’Armata Rossa di Stalin contro qualche migliaio di polacchi, soprattutto dell’esercito, ma non solo, cf. ivi, pp. 147-148; ma la notizia, pur “golosamente” raccolta da Goebbels, che, ovviamente, vi vedeva un’occasione da sfruttare per la propaganda, non fu però usata, in quanto l’esercito (tedesco) vi si oppose: “intanto i militari tedeschi riescono ad evitare che appaiano nei cinegiornali le immagini di Katyń. Troppo simili alle nostre – è il pensiero sottinteso”, ivi, p. 148.
[22][ת] Ivi, pp. 73-74, corsivi miei. Va precisato che Guénon apprezzava Leibniz, come si vede, tra gli altri, da ceri passi contenuti in R. Guénon, La metafisica del numero. Principi del calcolo infinitesimale, Arktos Oggero Editore, Carmagnola (TO) 1990; su legame Leibniz-Rosacroce, cf. ivi, pp. 5-6. Tra l’altro, alcuni passi, anche in nota, del libro testé citato son utilissimi per comprender – davveroId., Il Regno della Quantità. Di conseguenza, il passo citato è meno una critica a Leibniz che una critica rivolta dunque alla scienza europea tout court. Lo “scacco” di ogni “tradizionalismo” sta, però, proprio nelle ultime parole del passo sopra citato di Calasso: “Su questeapplicazioni varie’ si fonda il funzionamento del mondo, in Occidente come in Cina, tre secoli dopo Leibniz” …
“La scoperta capitale di Gödel è stata quella di dimostrare che certi problemi non potranno mai avere soluzione. Il punto è individuare quali siano questi problemi. Che il primo fra tutti sia stato l’aritmetica [il famoso problema dell’estrazione della radice quadrata di due, il problema dei cosiddetti “irrazionali”, per esempio; nota mia] può anche esser inteso come indicazione che si tratterà di questioni fondamentali [senza dubbio, nota mia]. E nulla è più fondamentale della morte”, ivi, p. 78, corsivo in originale. Appunto, problemi senza soluzione. Uno è la morte, che la può risolver solo l’ “azionediretta’ di Dio”, problema metastorico, e il secondo è l’uscita dal frutto maturo, e inevitabilmente, necessariamente velenoso, della modernità, il System della “Grande Prostituta di ‘Babylonia’”, problema di natura metapolitica