sabato 15 aprile 2017

Colloquio sul blog tra il gestore (A. A. Ianniello) e Paolo Broccoli





[Il gestore - A. A. Ianniello - sarà di seguito indicato come Aai, e Paolo Broccoli come “PB”. La mia risposta all’intervento di Paolo Broccoli, a sua volta, sarà segnata con “Risposta gestore” = “Rg”. Di comune accordo si è decisa la via di una conversazione. Non posso che ringraziare Paolo Broccoli. Mi scuso per la lunghezza del post, ma si erano inevitabilmente accumulate molte questioni che richiedevano una pausa di riflessione. 
Nessuno dei due ha il benché minimo interesse in eventi di cronaca o in preoccupazioni di bottega di un qualsivoglia genere. Se qualche riferimento si farà a cose di cronaca recente, o a personaggi noti, ciò sarà solo ed unicamente in relazione ad un discorso più generale
Vi è tutto il tempo per leggerselo, il lungo post, anche a pezzi.]




Aai. Una prima domanda è questa: qual è, a tuo avviso, il significato del blog, al di là del continuo aggiungersi di temi, che, tra l’altro poi, è la natura di un “blog”, ch’è una forma fra diario ed articolo su giornale, o su rivista. In un blog, infatti, è bene non superare la lunghezza dell’articolo “lungo” – da rivista, per intenderci –. Non sempre - “personalmente” - ho seguito questo saggio consiglio, ma – gestendolo – mi son reso conto che così funziona. Infatti, “Medium Is Message”, come diceva illo tempore M. McLuhan.

PB. Il blog è uno strumento di comunicazione universale, ed è utilizzato in forma tanto privata quanto pubblica. Per esempio, Trump ha comunicato “al mondo” che aveva intrapreso un’azione nei confronti della Corea con un blog, così come le grandi strutture internazionali di e-commerce comunicano le loro disponibilità per mezzo di un blog o di mezzi simili ad esso. E soprattutto, le strutture istituzionali – in Italia, per fare un esempio, è accaduto a politici ben noti, ma non solo loro – han preso ad usarlo, per cui la politica non è più un fatto pubblico cui tutti partecipano, ma prende una forma unidirezionale. Anche la relazione con chi gestisce la comunicazione è anch’essa, ormai, unidirezionale, cioè il “produttore” di comunicazione non ha gli stessi mezzi di chi recepisce la comunicazione stessa. Chi viene “eliminato” dalla comunicazione, dunque, comunicazione che resta una relazione fra soggetti privati ed istituzionali?
Ad esempio: la figura che da questi processi, ormai trentennali, viene messa in crisi – come “ruolo” - è la figura dell’ “intellettuale”. Chi era, dunque, “l’intellettuale”? Gramsci così lo definisce: “Non esiste una classe indipendente d’intellettuali, ma ogni gruppo sociale ha un proprio gruppo d’intellettuali o tende a formarselo”[1]. Che significato ha tutto ciò? Come fenomeno profondo e tendenza stabile?
Di fatto, è la verifica “storica” di chi afferma, ormai da ben due secoli (Nietzsche), che è definitivo il tramonto della teologia politica che ha governato il mondo per venti secoli, in base al qual paradigma la “Città degli uomini”, per essere governata da leggi che valgano per tutti, ha bisogno di fondamenti universali, sine Deo nulla potestas (cap. XIII della Lettera ai Romani di San Paolo). Ovviamente la potestas può esser sia il logos, sia “Dio”, o entrambi … 
La crisi - prevista illo tempore da Nietzsche -, la Grande Crisi, è irrisolta

Rg. Non posso che esser d’accordo sui due punti, davvero centrali: che la crisi sia irrisolta, che definitivamente – definitivamente – sia tramontata la “teologia politica” che, attraverso molte modifiche però, ha sostanzialmente mantenuto inalterato il suo “nucleo fondante” nel corso di ben venti secoli. Dunque a me fan ridere le “facili, troppo facili” soluzioni da due soldi, o anche meno, che han libero corso nei “nostri” tempi, poiché dimostrano una totale incomprensione di quel che  in gran parte è già successo. Al contrario, l’esserne consapevoli è il primo passo, solo il primo però, e non garantisce alcuna “soluzione a costo zero”, sia detto ben chiaramente … Qualcuno – anni fa – ha paragonato la crisi dell’Europa occidentale all’esplosione di una supernova[2], il che è vero, ma noi veniamo dopo che tutto ciò sia successo, è sempre bene ricordarselo


Aai. Seconda domanda: crisi del linguaggio e democrazia, della democrazia come “paradigma” (oggi “para-dogma” – direi …) e non come “tecnica” del voto – la “sovranità” com’esempio (per far riferimento direttamente alla crisi politica attuale) –, cosa puoi osservare al riguardo. Tra l’altro, questo tema si è strutturato come centrale nel blog “al di là” dell’ “espressa intenzione originale” di chi gestisce il blog stesso: è interessante sottolinearlo. Voglio dire: è una cosa che “sta nell’aria”, come suol dirsi, un sottotema sottotraccia che sta nella nascosta trama del “nostro” mondo – quando si dice “nostro” virgoletto sempre, mi fa ridere questa dichiarazione d’appartenenza, visto che non hai nessuna reale possibilità di “aver voce in capitolo” (quello della cattedrale, da cui deriva il modo di dire) – …

PB. Il lavoro che stai facendo, da anni, è, a mio avviso, riconducibile a una della questioni fondamentali della civiltà occidentale - divenuta universale -, cioè il lavoro è un lavoro di filologia, e che cos’è, la filologia? La filologia come “categoria” (Begriff = concetto, idea)?
Heidegger così la definiva: “Passione per la conoscenza di ciò che è espresso in parole”. Questo problema accompagna l’uomo da sempre, ma oggi è divenuto qualcosa di diverso, di più forte, di più centrale; per esempio: “Abbiamo smarrito il significato delle parole (vero vocabula rerum amissimus, Catone in Sallustio)”, (Ivano Dionigi, Prefazione a M. Cacciari, Filologia e filosofia, Bononia University Press, 2015).
Il primo problema che si apre, in relazione al tema “filologico” del blog, è quello del rapporto con il passato, e, per via filologica, s’indaga sui termini fondamentali del lessico europeo e sulla crisi della rappresentazione di questo lessico nel “tempo reale” (“Oggi”), vale a dire: che cosa sono – realmente – “economia”, “democrazia”, “politica” e, soprattutto, “sovranità” Oggi. Carl Schmitt così definiva la sovranità, ed è bene soffermarcisi: “Sovrano è colui che decide sullo stato d’eccezione” (da Teologia Politica)[3].
Secondo problema, non dei minori: esiste una sovranità popolare? … Tutte le costituzioni liberali sono fondate sul principio che la sovranità è fondata sul popolo: è ancora così? Qui non si può non far riferimento alla tematica del “corpo”, la sovranità s’incarnava nel “corpo” del “Re”, il che ci fa subito capire come la sovranità occidentale non sia nient’altro che la “secolarizzazione” di concetti religiosi, vale a dire, fuor da giri di parole, di teologia politica, questo è -, espressa dal detto classico: Le Roi est mort. Vive le Roi. Ma il popolo, il “corpo” popolare? Il “corpo” elettorale, è un “corpo” …?
Il terzo problema è la relazione, diretta ed ineliminabile – due facce della stessa medaglia -, fra sovranità ed “origine”, il problema della sovranità è: qual è la “fonte” della sovranità? Il “popolo”?
Sapientia vero ubi invenitur (Iob 28, 12, dalla Vulgata). Il popolo ha sostituito Dio, e poi, nel marxismo – non altrettanto in Marx, dove andrebbero fatte delle precisazioni, ma andremmo troppo lontano – la classe sostituisce il “popolo” come referente “generale” della sovranità, anche se la “lotta di classe” in realtà Marx la media da Ricardo ed è “la fine della politica” il suo vero interesse. Oggi resta fermo e centrale che il problema non è più - in alcun modo - quello delle forme della sovranità, ma della sovranità tout court.

Rg. Senza dubbio alcuno, la parola è sempre stata una mia preoccupazione fondamentale. Come amo dire (ma è una citazione dalla Theologia Deutsch), il diavolo sa esattamente che cos’è bene, è che il bene lui non lo ama, questo è il punto; tu la parola la devi amare, non basta conoscerla, ed allora con difficoltà potrai sopportare che il significato della parola stessa venga smarrito, come dice Dionigi, ma io direi ben di più: che venga sgualcito, rimosso, alterato, in definitiva obliato a favore di un uso del tutto strumentale della parola stessa, e questo a me – “personalmente” – spiace in maniera fondamentale, spiace in maniera forte. Quindi hai centrato il tema esplicito più rilevante di questo blog (l’altro, implicito, è quello della sovranità, ma su di esso tornerò fra breve).
Voglio qui solo ricordare due termini super abusati, la “democrazia” e la “libertà”, che son termini divenuti come delle condanne o delle maledizioni. A tanto siamo giunti nell’alterazione … Insomma, nei “nostri” tempi la parola non è amata, è un “fatto” meramente “tecnico” e strumentale. Poi, senza dubbio, l’altro tema esplicito del blog è quello del rapporto con il passato – tra l’altro, legato “a doppio filo” con la filologia, non a caso -, anzi: il blog è nato dalla preoccupazione per questo rapporto in un posto che nega il suo passato, nel Sud d’Italia, dove si è definitivamente diffuso un atteggiamento d’indifferenza verso il proprio passato, dove si è sempre – per principio – “figli di un dio minore”, perennemente sul banco degli imputati, dove “giustificarsi” è un obbligo non scritto più cogente delle leggi di Norimberga e più inevitabile di un secondino in un gulag staliniano.
Venendo al tema della “sovranità” – e ricordando come questo tema sia stato dibattuto fra Carl Schmitt e Leo Strauss – questo è, invece, il tema implicito che, sottotraccia, si è venuto strutturando per tutto il blog; già intitolarlo a Federico II di Svevia disegna un orientamento, seppur implicito, sin dal principio: come nel gioco degli scacchi, le mosse di apertura condizioneranno l’intero seguente sviluppo della partita. E, a questo punto, posso dir esplicitamente che la “causa occasionale” scatenante fu quando, molti anni fa, ormai, lessi quest’illuminante frase di M. Yourcenar a proposito della lunga, complicata gestazione di un suo famoso libro: “L’esser vissuta in un mondo in disfacimento mi aveva fatto capire l’importanza del Princeps”[4]. La frase, poi, si è “fermentata” nel tempo.
Quel che a noi manca è il princeps, che sia un individuo o un collettivo, un gruppo, non cambia il punto. Di più, non ci può esser “princeps” oggi, perché la sovranità è alterata in maniera definitiva. La sovranità popolare è un “effetto ottico”, in pratica. La modernità termina nella fine della forma stato che ne ha segnato l’aurora (però non à la Boehme, cioè non consurgens), o, se non proprio nella fine, quanto meno nel suo indebolimento strutturale.
Il corpo: una tematica infinita, e qui non si può non far riferimento al classico I due corpi del re, di Kantorowicz[5]. Esiste un corpo elettorale? No. Il popolo, è un corpo come il “Re”, le Roi est mort, vive le Roi? Nemmeno. Il popolo è un corpo simulato, è il corpo elettorale n’è la costruzione artificiale cibernetica, per questo il sondaggio è centrale nell’interrogazione del “corpo” elettorale.
Per tornare a noi, nessun dubbio che quel che avviene in Occidente - a riguardo della sovranità - sia la “secolarizzazione” di una sovranità sacra - in origine -, fermamente, fortemente, decisamente, assolutamente “irradicata” nella teologia politica, e senza il benché minimo dubbio sulla proprio “legittimità”, - della teologia politica intendo -: una teologia politica, infatti, che dubitasse di sé, per ciò stesso non sarebbe più teologia.
E tuttavia, e tuttavia la secolarizzazione cambia qualcosa d’irreversibile, di forte. La sovranità del “Re” è duplice, visibile ed invisibile; quando, invece, si pone che la sovranità è del (o nel) “popolo” si riduce la sovranità alla sua sola dimensione visibile[6].
In tal modo, si è indebolita in modo decisivo la sovranità stessa: la piena diffusione, la “proliferazione” della sovranità, è il preludio al suo eclissarsi, che poi, piuttosto, è un mascherarsi. Noi siamo guidati dalle decisioni di chi non conosceremo mai, ed è un semplice fatto questo[7].
Quel che dici su Marx è corretto, in realtà Marx aveva in mente la “fine della politica”, esattamente questo, ed è questo il suo lato “utopico” e “apocalitticista”, che si è riverberato solo in qualche momento della Rivoluzione russa, ma come “evento” in cui “la classe nega se stessa” (Baudrillard) per rilanciare al sistema la sfida ad essere o a non essere. Quando – inevitabilmente – ha dovuto dare forma ad un sistema politico, ha fatto la fine, altrettanto inevitabile, che non poteva non fare, ed oggi non è altro che una forma di “neonazionalismo”, come lo chiamo. Un iter obbligato, dove già la Cina di Mao reclamava una sua “specificità”, per poi giungere ad una sorta d’amalgama fra comunismo e nazionalismo; infine, il nazionalismo sarebbe stato fatto proprio dalla Russia stessa, che tanto criticava la Cina in altra epoca, ed è Putin e il “neonazionalismo”, tanto super valutato nell’Europa piccola piccola. La super valutazione si fa solo per l’usato, che “lor signori illustrissimi” se ne rendano conto, se ne son capaci, e non lo credo affatto …
E veniamo ad un altro termine, che si è ritrovato sempre più spesso in questo blog: economia. L’economia è un sistema di simulazione di massa. Attenzione: non siamo giunti a tal sistema per caso, ma per mantenere inalterata la finalità del sistema stesso, quando il tasso di profitto inevitabilmente scenda: il “virtuale” consente possibilità di profitto incomparabilmente superiori a qualsiasi profitto ottenibile con la produzione e la vendita di beni concreti. Il passaggio del sistema capitalistico nell’irreale è un passaggio obbligato. Noi non siamo mai davvero usciti dal ’29, la spinta al consumo, inevitabile se vuoi mantenere in vita il sistema e vuoi far sì che almeno una parte delle merci sia venduta, obbliga il sistema al passaggio nell’irreale. Altrimenti andrebbe in stallo e sarebbe costretto a modificare la sue finalità: in tal caso, però, sarebbe un altro sistema di relazioni sociali. Questo cambiamento di finalità nel capitalismo è semplicemente impossibile, sotto il manto della libertà individuale questo è il sistema più potente, più cogente, più restrittivo, più autoreferenziale che la storia abbia mai visto: solo che i suoi lacci son trasparenti, perfettamente mimetizzati con il colore delle cose; non li vedrai mai, salvo che in controluce, e chi vuole stare in controluce … domanda retorica …
Il potere più grande, la macchina triturante di usi, costumi, mentalità, quel che schiaccia tutto, è circolare: A > B > A > B … ad libitum, se lo fai su di un computer, il computer va in default, come si dice – questo è il default, questo è ciò verso sui stiamo andando – e cioè entra in una spirale senza fine. Quest’autoreferenzialità è stata mascherata in vari modi, ed ancora lo è, da finalità aggiunte ad esso, che niente hanno a che spartire con la sua ragion d’essere: ma il tempo s’avvicina che il nucleo centrale, lo “hard kernel” come dicono gli informatici, venga fuori …


Aai. Terza domanda: la tecnica governata dalla scienza (“Dio è morto” e il vero ruolo della tecnica), questo è un altro tema - sottotraccia - che nel blog fa emerger qua e là le sue venature, per tosto inabissarsi in scure “Acque d’Autunno”, per parafrasare Chuang-tzu[8] – in una sua vecchia traduzione, che oggi farebbe storcere il naso a molti, ma che, invece, rimane affascinante –, ma stiamo divagando. Puoi dir qualcosa, qualche tua osservazione.

PB. La tecnica come “dono degli dèi”, il Prometeo platonico[9], è in stretta relazione con la politica, che, pur con tutte le sue magagne, resta la forma più alta del “fare” umano, in quanto la politica è anch’essa una “technè”, un’ “arte”, e non una scienza … Ora, che cos’è la tecnica, oggi: “Tutte le grandi forze che oggi dominano il pianeta (cristianesimo, islam, capitalismo, comunismo, populismo) configgono fra di loro e si servono della tecnica per raggiungere i propri scopi. Proprio perché nessuno di queste forze può fare a meno della tecnica, la tecnica è destinata a prendere il sopravvento. E il problema non è rassegnarsi o reagire” (Emanuele Severino). Continua così, sempre lo stesso Severino: “Un intellettuale che dicesse cosa fare sarebbe patetico, non si tratta di mostrare ai popoli cosa fare, ma mostrare che cosa sono destinati a volere”.
Il lavoro che stai facendo è pertinente a questa valutazione, il problema non è “la” soluzione, ma è rifletterci. Infatti, non è un nodo gordiano, non puoi risolverlo con la violenza, perché è una visione, una fede, al Dio cristiano abbiamo dato un altro volto: “In God We Trust”, “è il denaro che definisce le relazioni fra gli uomini”, dice Cacciari.

Rg. Infatti il dollaro è centrale per la scritta “In God We Trust”, che non può esserci su nessun’altra moneta. Qui la mia risposta non potrà esser estesa come lo è stata per la questione della sovranità, in quanto bisognerebbe davvero esser consapevoli di com’è nata la preponderanza della scienza-tecnica in Occidente e, di qui, nel resto del mondo. Per quanto anch’io sia convintissimo che questo tema sia decisivo, posso qui solo dare una serie di riferimenti frammentari, in quanto un pieno loro sviluppo richiederebbe una forma meno breve del blog, agile sì, ma limitato; inoltre, occorrerebbe sempre capir bene fino a che punto spingersi. Son temi dove si necessita la vera “comprensione” – che non è il mero capire con la sola mente, ricordava Gurdjieff -, inoltre avrei difficoltà nel render conto di ricerche cui ho dedicato interi anni. Qual è la differenza tra due che, pur parlando dello stesso tema, il primo pare acqua sul vetro di una finestra e l’altro lascia traccia: che nel secondo caso non vi è solo la mente, il “mentale”, ma vi è il “retroterra” che il secondo ha portato sul tema, e che il primo non può avere. Ecco la differenza fra gli artisti o in qualsiasi altro campo dell’umano scibile o agire. Ecco la vera differenza tra le persone.
Voglio solo far osservare che – potrei far riferimento, fra degli altri, ad un autore che impressionò il recentemente scomparso Marco Capuzzo Dolcetta[10] -, le radici della tecnica sono lontane, profonde: Colli ne ha intravisto qualcosa[11], ma non basta. Devi porre questo a confronto con il passo di Wallerstein, da me più volte citato, dove smonta l’idea che il capitalismo sia nato dalla “classe borghese” ma, invece, dai proprietari terrieri, che erano un misto della classe aristocratica e di quella borghese che era ascesa alla nobiltà, la cosiddetta “noblesse de robe”, come suol dirsi. Attenzione che qui siamo ad un punto decisivo davvero: la “democrazia” è la sostituzione dei valori borghesi ai valori aristocratici – Baudrillard docebat –, invece il capitalismo nasce da una commistione fra la classe aristocratica e la parte superiore della borghesia; ecco spiegate le differenze dei due gemelli democrazia e capitalismo, due gemelli dalle relazioni non sempre concordanti.
La classe aristocratica – ed anche quella ecclesiastica a misura che provenisse da quest’ultima, e ne proveniva in misura non indifferente – in “certe” sue componenti …, faceva riferimento a cose cosiddette “ermetiche”, nel cui retroterra, per almeno parziale “sovversione” tuttavia, sono nati quei germi che avrebbero portato alla modernità nell’ “autunno del Medioevo”, e qui si situa la radice delle seguenti polemiche fra Evola e Guénon, sullo “statuto” di questi temi e sulla loro reale influenza, non avendo pienamente ragione del tutto né l’uno né l’altro, ma più Guénon si è avvicinato. Purtroppo, ripeto, queste cose richiedono un lungo studio e “pluridisciplinare”, si direbbe oggi, se si vuol evitare la pedissequa ripetizione inutile. Per esempio: se tu ti vai a studiare – come qualcuno ha fatto – che cosa era chiesto alle “forze sottili” evocate tra la fine del Medioevo e la prima fase dei tempi moderni, questo ti dà un indizio preciso della classe sociale d’appartenenza della maggior parte dei “maghi” cosiddetti, per lo meno in Europa centrale ed occidentale, in quella specifica epoca di passaggio … A questo punto, di nuovo, si pone il dibattito fra Evola e Guénon sulla “classe aristocratica” e la sua “rivolta” in ambito “tradizionale”, e cioè vi è un dibattito interno che è difficile far capire fuori, della serie: l’osservatore dall’esterno nota una lotta intestina, ma gli sfugge fatalmente la posta in gioco. Infatti, devi esser consapevole di quel mondo, almeno indirettamente, per poter davvero capire la posta in gioco di una polemica interna, che è il punto decisivo; e qui mi debbo fermare, perché è oggettivamente difficile, non soggettivamente eh – oggettivamente -, far capire queste cose. Occorrerebbe davvero costruirsi un linguaggio atto alla bisogna. Ma ci porterebbe davvero troppo lontano.
Quel che qui ho appena detto, però, risponde a quel che tu hai sollecitato indirettamente, cioè perché non si parla nel blog più approfonditamente di tali temi: perché il rischio di generar equivoci ci sta, ma non è comparabilmente possibile controbattere agli equivoci. La causa è sempre la stessa: la parola, il linguaggio. Vi è, comunque, un “nodo” grosso qui (o forse un nastro[12]); soltanto questo voglio far balenare, ma la bianca balena presto s’inabissa nelle oscure sorgenti da cui proviene.
Il punto che tu poni al centro della discussione, tuttavia, rimane decisivo: è vero, tutte queste “forze planetarie”, d’Occidente come d’Oriente, senza distinzione, competono per la tecnica, non con la tecnica stessa, e cioè quest’ultima si rafforza per mezzo di tutti coloro che la usano. Solo che la tecnica è, a sua volta, la “maschera” di qualcosa che ha un’ “altra” origine, che il mondo moderno stesso non può capire, ed è la lezione di Guénon, sta tutto qui, alla fin fine.
Quanto al ruolo dell’intellettuale, quest’ultimo poteva avere il ruolo di “capopopolo” solo e soltanto in un determinata fasetrapassata – del sistema-mondo, quindi, su questo, Severino ha molto ragione. Il punto, a mio avviso, sbagliato in lui è che il ruolo dell’intellettuale non può esser neppure quello di mostrare ai popoli “che cosa sono destinati a volere”, in quanto, essendo, per lo stesso Severino, un destino, “mostrarglielo” non ha proprio alcun senso: avverrà comunque. Il divenirne consapevoli qui non ha potenziale sbloccante. Se poi sia un destino assoluto – lo è stato, de facto, storicamente parlando -, il discorso sarebbe lungo e ci porterebbe lontano anche questo. Partiamo dal fatto incontrovertibile che questa direzione storica ha comunque vinto, tutte le forze storiche del pianeta vogliono la tecnica per perseguire i propri obiettivi ma, così facendo, perseguono gli obiettivi della tecnica, su questa questione Severino ha ragione. Il punto è che la tecnica si nutre delle forze storiche, consumandole, e il loro consumo non può essere senza fine. “La scienza deve alla macchina a vapore più di quanto la macchina a vapore non debba alla scienza” (Anon), ovvero: “Ha fatto più il capitalismo per la tecnica che la tecnica per il capitalismo”; rimane però altrettanto vero che la tecnica necessita del capitalismo per auto-nutrirsi e sviluppare senza fine i suoi obiettivi, che sono uno solo: aumentare senza fine le proprie capacità di realizzare obiettivi.
Che il ruolo dell’intellettuale sia sostanzialmente finito è stato ammesso anche dallo stesso Heidegger nell’ultima conversazione, così come la necessità, per la filosofia, di aiutare a ripensare il tema della tecnica e che questo è l’unico “fare” che – oggi - la filosofia può fare, gioco di parole voluto[13]. Ed è verissimo che non si tratta di un “nodo gordiano”, non vi è nulla da tagliare, la violenza del ‘900 - che però aveva una sua componente dinamizzante totalmente persa -, non è assolutamente capace di modificare il meccanismo di fondo: la ragione vi è semplice, che la violenza organizzata comunque ha bisogno dei mezzi che solo la tecnica può offrirgli[14].
La ragione alla radice l’hai detta molto bene tu, più esplicitamente di Severino e di Heidegger: il capitalismo, il sistema economico e tecno-scientifico che formano un “reticolo” di relazioni “ciberneticamente auto-regolantisi”, è, in definitiva, una fede, un sistema di credenze; ma la filosofia, io aggiungo, non è atta a combattere una “fede”, un insieme di credenze cui la gente si affida. Dando ad esso sistema il consensus. Ecco perché né “l’intellettuale” né la filosofia possono alcunché su questo qualcosa. Lo si è visto, in breve e davvero sunteggiando una materia molto complessa e “magmatica”, ma l’ho detto: se la struttura della scienza non l’ha fatta la scienza, in ogni caso questa stessa struttura non può in alcun modo aver dato la forza espansiva a questa stessa struttura: vi è “circolarità” logica, ovvero autoreferenzialità, in altre parole. Qualche forza, di un qualche genere (approfondire il punto, come ho detto, ci porterebbe lontano), ha messo “in moto” tutto ciò; e poi si è ritirata. Per parlarci chiaro: non può esserci “la” soluzione, ma solo il suo contrario – la dissoluzione, la dis-soluzione.
Che non possa esserci “la” soluzione mi pare attestato sia da Severino che dallo stesso Heidegger il quale, nell’ultima intervista, quasi prendeva le distanze da molto di ciò che aveva cercato di realizzare nella sua vita filosofica, riservandosi ambedue, però, la “cittadella” della filosofia che avrebbe come scopo di “mostrare ai popoli a cosa son destinati” (Severino), oppure, in modo più sfumato come l’ultimo Heidegger, avrebbe un “ruolo” solo preparatorio.
Dopo aver ribadito – e su questo mi trova concorde – che il nazismo fu l’ultima protesta contro il mondo tecnico (un ultimo “sussulto” del politico, così lo interpreta pure Baudrillard, aggiungendovi, però, la nota parodistica) ed insieme il definitivo scatenamento della tecnica (si noti solo quante invenzioni sono state sviluppate partendo dall’ “accelerazione” impressa dal regime hitleriano), così continuava l’ultimo Heidegger: “la filosofia non potrà produrre nessuna immediata modificazione dello stato attuale del mondo. E questo non vale soltanto per la filosofia, ma anche per tutto ciò che è mera intrapresa umana. Ormai solo un Dio ci potrà salvare. Ci resta, come unica possibilità, quella di preparare (Vorbereiten [corsivo in originale]) nel pensare e nel poetare, una disponibilità (Bereitschaft [corsivo in originale]) all’apparizione del Dio o all’assenza del Dio nel tramonto (al fatto che, al cospetto del Dio assente, noi tramontiamo)”[15]. L’intervistatore dello “Spiegel”  incalzava Heidegger perché si spiegasse per bene; Heidegger quindi precisava che scopo della filosofia era quello di “preparare questa disposizione a tenersi aperti per l’avvento o la contumacia del Dio. Anche l’esperienza di questa contumacia non è che sia nulla”[16]. E già in quell’epoca – alla domanda su che cosa avesse preso il posto della filosofia –, così rispondeva: “La cibernetica”[17].
Vi è un altro passo interessante, laddove l’intervistatore ricordava a Heidegger come lui avesse detto che la democrazia ed altre cose del genere erano “delle cose a metà”; Heidegger gli rispondeva che non si stava riferendo specificamente alla democrazia. Poi aggiungeva un frase che la dice lunga sul problema: “Quanto al merito, io le chiamerei anche delle cose a metà, in quanto non vedo in esse alcun effettivo confronto col mondo tecnico: infatti dietro di esse, a mio parere, sta sempre la concezione che la tecnica sia nella sua essenza qualcosa che l’uomo ha in mano. Ma questo, secondo me, non è possibile. La tecnica nella sua essenza è qualcosa che l’uomo di per sé non è in grado di dominare[18]; questo è un punto decisivo.
Mentre allora la posizione di Severino, pur apparentemente “salvaguardando”, in forme ridotte, la posizione dell’ “intellettuale” – “disorganico” -, tuttavia non apre alcun cammino, la posizione dell’ultimo Heidegger, pur non potendosi affatto dimenticare tutto il suo “precedente”, però apre un cammino.
Direi che possiamo “andar oltre” Heidegger, a questo punto, e dobbiamo dire che se oggi il “pensiero” (o la filosofia), pur ridotta sovente a mera ancilla scientiae modernae, può avere un suo ruolo specifico, esso – il “ruolo” – sta precisamente nel dover esser aperti all’ Adveniens. E questo Che l’ “Ad-veniens” ad-venga – o non -: si badi bene a questo punto … Quest’ “apertura” non è un optional, è un must, per usare molto ironicamente il linguaggio della pubblicità. Senza quest’apertura son d’accordo con Heidegger: il “pensiero” è inefficace, “la filosofia è alla fine”, se, per filosofia, non intendiamo il solo riflettere sul passato – fatto comunque utilissimo in ogni caso – ma, invece, l’esercitare un’influenza diretta sulla società, e proporre rimedi (il nietzscheano filosofo come “medico della civiltà”) o l’aver “voce in capitolo”, perché queste ultime cose, pur un tempo possibili, oggi non lo son più affatto.
La via è questa, oggi. E porta fatalmente fuori dal pensiero occidentale, ma pure da quello orientale “classico”, che piaccia o non. In quanto un Adveniens che “ti telefoni” e ti dica sia quando si manifesti, sia, soprattutto, le modalità della sua “finale” apparizione, per ciò stesso non sarebbe più l’Adveniens.
Non posso che terminare citando le parole – “finali” in un senso molto particolare, non in senso “temporale” - degli Atti, “Ogni speranza nella nostra salvezza era ormai perduta” (At, 27-20), dove ci si riferisce alla nave che trasporta Paolo a Roma e che naufraga presso Malta, “l’isola delle api” il significato del suo nome: “Le Api” ricordate da Mar Solomon in un suo antico scritto, il bue “Api”, il sacrificio che porta oltre, il “passaggio al limite” ovvero il “salto” di qualità, non di quantità eh. La salvezza viene quando la si pensi ormai perduta: allora viene. Ma la “nave” deve sparire … Ora però, questa è fiducia ovvero “fede”; eh sì, solo una fede si oppone ad un’altra, una filosofia, per quanto ottima, non potrà mai farlo[19]


Aai. Quarta domanda: il problema del legame con la tradizione, e cioè la questione degli “eredi” e dei “figli”; insomma la relazione con la tradizione, è un tema grandissimo: l’aver negato questo legame è la “crisi del mondo moderno” e dell’Occidente in particolare, in specie negli ultimi decenni: sta tutto qui. Di questa vera e propria negazione della **propria** storia, che ha impestato l’Occidente per e da decenni, Caserta è sommo esempio, nella sua relazione con i monumenti del passato che, nel bene come nel male, “insistono” sul suo territorio: la storia non è affatto sempre un “bene”, essa non si sceglie, ma ci capita “in sorte”, come un’eredità per l’appunto. Questo “taglio” del sentire la continuità con la tradizione, è un punto decisivo: la “malattia mortale” dell’Occidente oggi è proprio e precisamente questa.

PB. Uno dei temi davvero centrali del blog è il passato: il passato, anche se dimenticato, non è mai morto, e non vi sarà mai innovazione – in nessun senso – se non in relazione alla tradizione. Tutto ciò apre l’enorme questione del rapporto con “l’eredità” e del legame fra “padri” e “figli”, lato sensu intesi. Diceva Goethe, “il passato devi comprenderlo per possederlo”. Oggi il passato è solo un fare economico e non una conoscenza.
Nessun governante, oggi, sa cosa porta sulle proprie spalle e - soprattuttoda quali contrasti è stato prodotto. Eppure il ‘900 ha prodotto “un nuovo concetto di Dio” (Hans Jonas) dopo Auschwitz.
La sovranità infatti nasce con questo concetto: “L’uomo deve obbedire solo alle leggi che si dà”, ma questo è il borghese, ed è nello statuto di questa stessa borghesia che l’individuo e i suoi bisogni siano posti al centro e non possa esistere alcun “bene comune” che non sia nient’altro se non delle mere parole.
Per concludere: la “silloge” che tu proponi per una rivisitazione dei giudizi espressi nel corso degli anni, necessariamente entra in conflitto con la povertà di linguaggio della politica, che appare “sprovvista” di fronte ai “perché” della fase attuale che definiamo “globalizzazione”; avviene come un corpo umano che, di fronte ai prodotti di laboratorio, che ogni giorno vengono posti in commercio, non avendone avuto conoscenza nel corso della sua – del corpo - evoluzione, non sa rispondervi, e va in crisi …

Rg. Concludo anch’io questa conversazione “andata oltre”, forse troppo, non senza, però, averti ringraziato per aver saputo “centrare” il detto – e il non detto – di alcune questioni fondamentali, così colpevolmente obliate oggi, e nulla più di questo colpevole oblio “segna” la “fine dell’Occidente” in toto, non dell’ “italietta” e dell’ “europina”, come le chiamo. Ben altro è entrato in crisi, prima che tali zero paressero chissà quali grandi cose: prima che ruggissero i topi non solo di leoni non se ne parla da secoli, e questo è comprensibile, ma di semplici gatti non v’è traccia.
Fermo restando che condivido la gran parte delle osservazioni fatte a questa mia quarta domanda, voglio solo sottolineare le tue affermazioni sul cosiddetto “bene comune” che, semplicemente, non può esistere nella e per la borghesia, in quanto attenterebbe alle sue basi fondanti. Il “bene comune” non è in agenda. Le finalità sistemiche per esso non hanno alcun posto, poi che “tu” – un “tu” qualsiasi -, credendo in certe cose, voglia dare ad esso un posto, nessun problema dice il sistema, quel che conta – e su questo il sistema è ferreo – è che la finalità centrale sistemica non sia mai, in alcun modo, messa in questione, non dico “attaccata”, soltanto e semplicemente messa in questione, nulla di più, nulla di meno. Il che la dice lunga sul processo di “normalizzazione” trentennale cui siamo stati sottoposti e sul suo straordinario successo.
Sul resto, è così, il linguaggio mi divide - in modo molto profondo -, dalla politica attuale, sprovvista di risposte, direi di più: sprovveduta, in ritirata nel profondo, e tanto più soccombe alla deriva, tanto più starnazza sulla sua presunta forza. Tutti questi discorsi che non riescono a produrre una visione son etimologicamente osceni (= “portano sfortuna”), e lo notava già Baudrillard negli Anni Ottanta: insomma è una deriva ormai lunga.
E questa deriva non è, però, “a costo zero”, ma si paga: manca infatti l’ energia del “politico”: la “sovranità” è altrove. Al massimo, la politica è amministrazione, spesse volte pessima. 
La politica, invece, non può essere meramente amministrazione.
Per aver la luce necessiti di un “anodo” e di un “catodo”, sennò non puoi avere luce: come il “buco nero” nel paragone di Baudrillard illo tempore – se i “buchi neri” esistano davvero non mi pronuncio -, vi è tanto moto, tanto calore, ma nessuna luce, “dove non vi è più nessuna luce, fuor da quella sinistra accesa dall’accelerazione della sua stessa caduta”[20]. Nessuno propone, o proporrà mai, una visione diversa, e dunque non ci può essere l’energia politica. Ma questa era la tesi di Francis Fukuyama illo tempore, che tanto scalpore all’epoca provocò, ma ci si dimenticò del fatterello che Fukuyama ricollegava la “fine” dell’ “ingegneria sociale” – come la chiamava lui, Baudrillard avrebbe invece parlato più radicalmente di “fine del sociale” tout court – al nietzscheano “ultimo uomo”: e non è certo una buona cosa, non è la “globalizzazione felice” della e nella quale si sono illusi tanti, troppi, e - in particolare - nella residuale “sinistra”, che, per questo, è del tutto ineffettuale. La globalizzazione non è stata un pranzo di gala e neppure un pomeriggio d’estate al centro commerciale … Piuttosto, tutta la storia è entrata in un “non luogo”, è divenuta un “non luogo”, la politica stessa è un non luogo a procedere. 
Che la politica sia sprovvista di risposte ai “perché” della globalizzazione è un destino, e nasce dall’aver considerato l’orizzonte mentale della globalizzazione stessa un destino, paradosso finale …
Il tuo paragone col corpo che non sa rispondere ai prodotti di laboratorio è assai calzante, ma così torniamo al punto centrale: la questione della sovranità e del “corpo” della sovranità stessa, del “Re”, qualunque sia poi la forma “concreta” del “Re” stesso. Ebbene questo ci riporta al fatto che il “corpo” sociale, e, dunque, quello elettorale, oggi, non può avere lo stesso grado di realtà del corpo del “Re” in senso teologico-politico classico. E questo è dovuto anche al fatto che il corpo del “Re” lo si è ridotto al visibile, finché, quando il corpo visibile – ormai unico “grado di realtà” –, vien alterato da forze “esterne”  macchinico-sistemiche, diventate quasi un golem, il corpo va in crisi. Preme sottolineare come il tipo, la natura e la qualità, della crisi stessa, sia inusitato: per questo nessuna terapia, reale o presunta, pare funzionare, niente pare ormai esser capace di controllare la deriva e, dunque, “chi frena” non può esserci, anche nel senso che Heidegger dava all’ esserci. Questo spingerebbe direttamente a varie considerazioni “sparse” sulla crisi dell’Impero romano e ai vari studi da me fatti a tal proposito, il che però ci porterebbe lontano. Preme osservare, tuttavia, che questo è il “quadro generale” dove e nel quale quegli studi hanno senso.






[1] In esteso, la citazione qui “sunteggiata” da PB la si può ritrovare in questo link:
https://www.liberliber.it/online/autori/autori-g/antonio-gramsci/gli-intellettuali-e-lorganizzazione-della-cultura/.
[2] Cf
http://bakerstreetirregularfightclub.blogspot.it/2013/04/da-la-decadenza-delleuropa-occidentale.html.
[3] Cf. https://it.wikiquote.org/wiki/Carl_Schmitt.  
Tra l’altro, faccio riferimento a Schmitt in questo post: http://associazione-federicoii.blogspot.it/2017/02/bruciare-libri-ed-erigere.html.
[4] M. Yourcenar “Taccuini di appunti” in Memorie di Adriano, Einaudi editore, Torino 1963, 1981 e 1988, p. 286. Il libro è giustamente famoso, spesso nella forma teatrale del recentemente scomparso Giorgio Albertazzi, grande soprattutto nel monologo finale che la Yourcenar attribuisce ad Adriano. Ora, perché questo lungo successo, ci si potrebbe chiedere. Perché manca il princeps, e sta tutto qui, ma il princeps oggi non può esserci perché il concetto di “sovranità” è alterato, e in modo definitivo. Per questo – e sia ben chiaro -, per questo che “il potere che frena” non può esserci oggi (cf. M. Cacciari, Il potere che frena, Adelphi Edizioni, Milano 2013). Che non possa esserci non è un’impossibilità “desiderata” o presunta, è un’impossibilità che si ritrova dentro la situazione stessa del “nostro” mondo, oggi.
Interessante quest’osservazione della Yourcenar: “Ci son libri che non si dovrebbero tentare se non dopo i quarant’anni. Prima di questa età, si rischia di sottovalutare l’esistenza della grandi frontiere naturali che separano, da persona a persona, da secolo a secolo, l’infinita varietà degli esseri o, al contrario, di attribuire un’importanza eccessiva alle semplici divisioni amministrative, agli uffici di dogana, alle garitte delle sentinelle in armi. Mi ci son voluti questi anni per calcolare esattamente la distanza tra l’imperatore e me” (M. Yourcenar “Taccuini di appunti” in Memorie di Adriano, cit., pp. 282-283, corsivi miei). Nel successo, lungo e straordinariamente continuo, del libro della Yourcenar occorre dunque vedere la percezione, collettiva, quindi confusa e poco chiara, nondimeno ben reale, del sentire la mancanza del princeps, laddove le contraddizioni trovino un punto di raccordo e di convivenza reali, se non di soluzione piena, probabilmente impossibile. Chi oggi davvero lavora per questa unità, almeno per questa composizione, chi
Oggi nessuno frena, nessuno. Questa è la realtà, ed occorre dirsela, come primo passo, solo primo passo, ma se non fai manco il primo passo allora rimani al palo. Se non sei consapevole di una cosa, proprio allora la subisci al massimo. Tutto questo ricorda quel detto, o apologo, narrato illo tempore da H. Corbin, che in un anfiteatro sui Pirenei ogni anno in corrispondenza del giorno dello scioglimento dell’Ordine del Tempio, tre cavalieri sepolti lì miracolosamente si risveglino solo per quel momento, e una voce dal cielo dica: “Chi difenderà la Terra Santa? Chi?”. E i cavalieri, risvegliatisi solo per quel momento, come s’è detto, rispodono così alla voce: “Nessuno! Nessuno! Nessuno!”. E tornano alle loro tombe. Se non si è consapevoli di queste “catastrofi della sovranità” che son avvenute nel passato, tutto il resto son solo parole. E ciò di cui non sei consapevole, quello lo subisci al cento per cento. Se non siamo “figli” di queste cose qui, dove andiamo … Bisogna sì esser consapevoli che le cose non possono rimanere come sono, ed insieme profondamente consapevoli di errori e magagne, ma non come l’Occidente indecente di oggi, dove ognuno si crede auto-genito e spuntato come un fungo dopo la pioggia d’autunno, quando ce n’erano di regolari. Senza questa consapevolezza, siamo ciechi in una notte oscura. Occorre esser “consapevoli di vacuità”, come lo Scimmiotto.  
[5] Kantorowicz è stato, tra l’altro, autore di uno studio, classico anch’esso e però anche “mitizzante” nei confronti del suo oggetto di studio, su Federico II, cf. E.  Kantorowicz, Federico II imperatore, Garzanti Editore, Milano 1981. Mitizzante sì, ma sempre meglio dello “sminuente” di un altro famoso studio: cf. D.  Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale, Einaudi editore, Torino 2015. La personalità di Federico II Hohenstaufen aveva, senz’alcun dubbio, anche dei lati “mitici”, sui quali Kantorowicz indulge troppo, ma che Abulafia cassa proprio, per lui non è altro che uno tra i vari sovrani medioevali, niente di più, niente di meno: prospettiva riduttiva senz’alcun dubbio. Sempre nell’ambito di una posizione “mediana”, proprio questa relazione fra storia e mito, a riguardo di Federico II, è al centro di un breve ma valido studio, quello di F. Faitelli, Federico II. L’imperatore e il mito, Dossier Giunti, Firenze 2000. Insomma, l’aspetto “mitico” della personalità di Federico II non glielo puoi togliere, ma non è che eclissi tutto il resto, sia ben chiaro, o lo trasformi in “un uomo del Rinascimento”, come pur è stato detto, sbagliando. Un altro autore che mantiene una posizione mediana è: E. Horst, Federico II, Rizzoli Editore, Milano 1981. Sostanzialmente – pur con taluni rilevanti cambiamenti ed alcune precisazioni -, son vicino a Horst.
[6] Cf. http://ideeinoltre.blogspot.it/2014/05/andrea-ianniello-baudrillard-la.html; è la sostituzione del valore il punto, il “taglio” avvenuto, che ha privilegiato il “visibile” in maniera decisiva e definitiva sull’ “invisibile”, sugli “Arcana Imperiii”, sulle “segrete stanze” che oggi, semplicemente, non possono esserci.
Cf. anche: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=48516.
In tal modo, tuttavia, tu hai depotenziato, in maniera decisiva, la sovranità. E non è che l’invisibile sia sparito: tutt’altro: si è spostato. Ed ecco la fissazione – ridicola nelle forme, ma quanto significativa nel suo molto “heideggeriano” esserci – sul “complotto”, oscura percezione che la sovranità si sia eclissata, mascherata, che più non appaia, ma comunque ci sia. 
[7] “Quelli che manipolano il meccanismo nascosto della società costituiscono un governo invisibile che è il vero potere che controlla. Noi siamo governati, le nostre menti vengono plasmate, i nostri gusti vengono formati, le nostre idee sono quasi totalmente influenzate da uomini di cui non abbiamo mai nemmeno sentito parlare”, frase di Bernays in http://associazione-federicoii.blogspot.it/2017/03/se-le-cose-nel-frattempo-siano-cambiate.html, corsivi miei.
[8] Cf. Ciuangzè, Acque d’Autunno, Laterza 1949; purtroppo, nel reprint (1989) han cambiato la traslitterazione, che un tempo era “all’italiana”, ed han ceduto alla traslitterazione ufficiale della Repubblica Popolare Cinese (il pinyin), https://www.ibs.it/acque-d-autunno-libro-zhuang-zi/e/9788842017189. La più bella traduzione, tuttavia, è quella dell’Adelphi del 1982, quando il nome era già traslitterato in pinyin e quindi lì non fa problema.
[9] Cf
http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaP/pplatone8k3kls.htm.
[10] Su Dolcetta cf. http://associazione-federicoii.blogspot.it/2015/11/link-di-unintervista-marco-capuzzo.html. Mi riferisco, poi, al libro di J. Marquès-Rivère, Storia delle dottrine esoteriche, Mediterranee, Roma 1997, pp. 324-328, e p. 329, dove anche queste frasi di Marquès-Rivièr, però, necessiterebbero di molte note a pie’ pagina di spiegazioni e  di limitazioni, pur non essendo false in se stesse; personalmente le ho ricordate in un passo del mio contributo in F. Franci – A. A. Ianniello, Evola dadaista, Vozza editore, Caserta-Casolla 2011. Non sono cose che si possano “dire in due parole”, come suol dirsi. Non le puoi comprimere oltre un certo punto ed aspettarti che conservino il loro potenziale di “comprensibilità”, perché non funziona così, proprio in nessun modo.
[11] In un suo grande libro – cf. G. Colli, Filosofia dell’espressione, Adelphi Edizioni, Milano 1969, libro ch’è anche un “Omaggio ad una mente” (ivi, p. 215, e cioè Aristotele) – Colli parla della “degenerescenza” della ragione greca – popolo “aristocratico”, sia ben chiaro, e dunque ciò rientra perfettamente nel discorso qui accennato -, fenomeno degenerativo che avrebbe dato luogo alla scienza e poi alla tecnica moderna, o scienza-tecnica, mantenendo la natura distruttiva e agonistica del “logos” greco, ecco il punto decisivo. Il capitolo, intitolato La ragione come incidente (ivi, pp. 171-173), è fondamentale, dove termina dicendo che il logos distruttivo si riattualizza nella scienza: “Per secoli questa [la filosofia] rimase sul trono, poi passò lo scettro alla scienza, che rivelò e sfruttò i poteri della ragione nella sfera dell’utile, dove il logos diventa spurio e sotto questo segno riuscirono le più difficile conquiste, caddero persino, in direzione del sole nascente, le roccaforti di ciò che è interiore” (ivi, p. 173, corsivo in originale). Questo è verissimo, ed anche l’Oriente, ormai, compete per la tecnica, non contro di essa o al di là di essa, la “differenza orientale” ormai è nulla, in relazione al tema in questione; ovviamente storicamente non è stato così, la differenza è, al contrario, esistita. Ma il punto è che, se questo è vero, e se poi è vero che la scienza è stata sottomessa alle finalità di quei gruppi sociali di cui diceva Wallerstein, questa è la struttura, l’armatura del corpo, non il suo sangue, non la sua forza vitale; e da dove veniva la “forza vitale” che ha reso la struttura della tecnica un golem … ecco la domanda che apre a tante considerazioni: spero di aver lasciato presentire ciò cui mi sto riferendo. Nasce il progetto di dominio che nessuno ha mai esplicitato: abbiamo progetti di dominio di forze che intendono sfruttare la tecnica, questo sì, e questo ci riporta a Severino. “Chi” ha messo il “sangue” – la vis – in questa struttura corporea deforme rendendola un golem, quegli, o costoro – in realtà è un sé “collettivo” per quanto i gruppi in questione, che non si equivalgono affatto alla Massoneria, tutt’al più a certe sue componenti -, ha la “sovranità”, ovvero è signore dello stato di “eccezione”, stato di eccezione che poi, nel corso del tempo, è diventato stato di “emergenza” globale, cf. http://associazione-federicoii.blogspot.it/2016/03/lo-stato-di-emergenza-virilio-ma-globale.html.
[12] Il “nodo di Gordio” in realtà, secondo una versione del mito, non venne tagliato: il carro fu semplicemente sganciato dal nodo. Il che ci farebbe intendere che quello della tecnica sia piuttosto un nastro “senza soluzione di continuità”, che andrebbe tagliato, ma non ne abbiamo il potere. “E’ importante sottolineare che un nastro intrecciato senza soluzione di continuità, a differenza dei ‘nodi’, non può essere sciolto ma unicamente ‘tagliato’” (M. Bizzarri – F. Scurria, Sulle tracce del Graal. Alla ricerca dell’immortalità. Il mistero di Rennes Le Chateau, Mediterranee, Roma 1996, p. 124). Pur se non sempre i giudizi degli autore appena citati son condivisibili, su due punti han ragione da vendere: 1) che tutte le storie su Rennes Le Chateau (che poi, con Dan Brown, sarebbero divenute un “fatto” globale condizionante intere masse) sono un depistaggio: quel che conta sono i lavori fatti fare da B. Saunière a Rennes Le Chateau; 2) che tali lavori sono molto ma molto “strani” nel senso di Guénon …
[13] Cf. M. Heidegger, Ormai solo un dio ci può salvare. Intervista allo “Spiegel”, Guanda Editore, Parma 1987, si noti la data, edizione originale tedesca del 1976, un altro mondo, un’altra epoca. Eppure, a distanza di ben quarant’anni !!, rimane verissimo che: “Ormai solo un dio ci può salvare” …
[14] Lo vediamo nelle avanguardie novecentesche, nella loro carica volta verso la modifica della società. Non ricordo su quale canale han recentemente diffuso il film “Coco Chanel e Igor Stravinky”, del 2009
(cf. https://it.wikipedia.org/wiki/Coco_Chanel_%26_Igor_Stravinsky), film che, poi, non ho visto in toto (perché poi un po’ il film si perde rispetto alle scene iniziali), ma mi è piaciuta la scena della première della Sagra della Primavera di Stravinsky, perché ricostruisce molto bene quell’atmosfera, le proteste della première, quella “carica” che poi l’arte cosiddetta moderna avrebbe del tutto perso quando l’avanguardia è divenuta a sua volta accademia, in pratica lo stesso meccanismo che è successo per la Rivoluzione del ’17 che diventa un nuovo stato ed introietta, proiettandolo per di più all’estremo, “l’ansia espansiva” russa, ritornata oggi, com’era facilmente, - solo gli “occidentali” con i loro vuoti slogan di democrazia, non potevano, né possono, vederlo – prevedibile in quanto è una costante della Russia. Sia Stravinsky che i capi del balletto erano più aperti nel campo artistico, ma sostanzialmente conservatori in politica, il che ricorda quel che diceva Satie di Debussy: “Questo rivoluzionario in Arte era assai borghese nella vita di tutti i giorni” (E. Satie, Quaderni di un mammifero, Adelphi Edizioni, Milano 1980, p. 67). Lo stesso Satie, tuttavia, si lamentava del suo “Soviet” di artisti: “I miei cari amici comunisti (faccio parte del ‘Soviet’ di Arcueil) sono – in Arte – dei Borghesi sconcertanti … […] Sospiro: … Quel bravo Debussy era però ben altra cosa di tutti questi signori messi insieme” (ivi, pp. 156-157, corsivi in originale) … “Satie ci è indispensabile”, diceva John Cage. E Cage è stato, senza dubbio, l’ ultimo dei grandi provocatori dell’arte moderna nel Novecento, l’epigono senza dubbio, capace di star zitto di fronte a una platea o di dire balbettii insignificanti, come  a Milano nel lontano 1977, cf
https://www.youtube.com/watch?v=KGerrvq-UlI.
Questo video mantiene le proteste del pubblico, di “sinistra”, dell’epoca, il che dimostra – al di là di ogni ragionevole dubbio – come vi fosse uno “iato” fra l’aspetto ideologico e le effettive “richieste” portate da quei movimenti, il che faceva facilmente presagire il fallimento di detti movimenti stessi. Cage fu, dunque, l’ ultimo grande dadaista. Evola non a caso fu dadaista – vi ho dedicato un breve scritto, già citato, del 2011 – ed Evola stesso era interessato all’Oriente, Oriente che pure ha una parte non indifferente nell’opera di Cage, cf.
https://www.youtube.com/watch?v=ShH-Td3ZiKs.
Cf. anche https://www.youtube.com/watch?v=9hVFCmK6GgM.
Poi il “New Age” è venuto a chiudere anche questa porta, l’Oriente essendosi dimostrato del tutto incapace di toccare i meccanismi fondamentali. Il sistema si blinda, l’allevamento confortevole dei polli è ben più insidioso di quello “hard” e pertanto il marxismo non poteva che fallire, in quanto aveva in mente la fabbrica “hard” non il “soft” che, invece, è venuto a predominare sull’intero globo. Ma è un “soft” che non intacca la finalità principale. Sta qui “l’ipocrisia” profondissima dei “nostri” tempi. L’aspetto “antiborghese” del Futurismo, passato poi al Dadaismo, è stato da me posto al centro in A. A. Ianniello, “Sul ‘Manifesto’ del Futurismo”, in Sulle orme del Futurismo, Vozza editore, Caserta-Casolla 2009, pp. 17-21, letto nella commemorazione del 2009 a Caserta del “Manifesto” del Futurismo, manifestazione particolare - dovuta ad Enzo De Rosa – e che avvenne nel “Bar di Celestino” dell’epoca, credo l’unica che abbia cercato di riattualizzare il senso del Futurismo, non la pedissequa sua riedizione, cosa senza senso. La natura “antiborghese”, di movimento “lavico” e senza una sua forma “ideologica” troppo definita, del futurismo, trovò sostanzialmente la gran parte dei convenuti e dei relatori d’accordo. Questo l’abbiam perso e definitivamente. Ha vinto la “Normalization” (cf. https://www.youtube.com/watch?v=IxlQtm3MONw).
PS. Il riferimento che faccio a miei scritti non ha niente a che spartire col narcisismo, ma serve a mostrar come, fra degli argomenti apparentemente disparati, esista invece un “fil rouge” … Fra gli “scudi” contro le forze negative della vita umana, l’arte senza dubbio è uno dei migliori (cf. C. Castaneda, Una realtà separata, BUR RCS Libri, Milano 2013, pp. 256-257), ma oggi è pieno di fori …
[15] M. Heidegger, Ormai solo un dio ci può salvare, cit., p. 136, corsivi miei.  
[16] Ivi, p. 139. 
[17] Ivi, p. 140. 
[18] Ivi, p. 132, corsivi miei. Ma qui torniamo al punto e cioè che “determinate” forze han messo in moto il golem.
[19] Cf. http://associazione-federicoii.blogspot.it/2017/03/in_1.html: si vedano le frasi finali di Guénon sulla filosofia, fosse anche la “migliore” possibile …
[20] J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Edizioni Mediterranee, Roma 1984, p. 433. Giusto paragone, il che dimostra che il riferimento ai “buchi neri” non è necessario; purtroppo, però, le “rivolte” non bastano, ne abbiamo avuto di rivolte nel ‘900, e si veda oggi dove siamo … Ovviamente il “ritorno a Roma” vagheggiato da Evola era, ed è, solo un sogno irrealizzabile.