lunedì 21 maggio 2018

“… NON ancora ‘NATO ALLO SPIRITO’ …”










Gesù disse: ‘Io sono la luce, quella che sta sopra tutti.
Io sono il Tutto, e il Tutto uscito da me e Tutto è ritornato a me.
Fendi il legno: io sono lì: solleva la pietra e là mi troverai [1].




Non tutto si può dire[2]. Ma, pur nel non detto, rimane come una sorta di “area” implicita coperta, che va oltre quel che vien detto in modo esplicito, per cui si può intuire (= “intus ire”), si può anche intravedere, a volte.
Per cui: a buon intenditor ….




Andrea A. Ianniello
















[1] Logion attribuito a Gesù, in Il Vangelo secondo Tommaso, a cura di J. Doresse, Il Saggiatore, Milano 1960, p. 98, corsivi miei.
[2] “Se avete scoperto una verità, se avete corretto un errore dentro di voi, se avete fatto un progresso e ne parlate solo scrivete a qualcuno che non sia il vostro Guru, rischiate subito di perdere questa verità e questo progresso”, Mère, Colloqui sullo Yoga integrale. Risposte e aforismi 1930-1938, Edizioni Mediterranee, Roma 1980, p. 139. Per questo amo dire: non salir subito sul cavallo detto da … chi ha evidentemente questa tendenza: quel che più sai insegnare è quel che più hai da imparare. Ed è sempre così.
Anche diceva: “La sincerità è la chiave delle porte divine”, ivi, p. 25, corsivi miei, e: “Il nostro miglior amico è colui che ci ama per quello che esiste di meglio in noi, eppure non ci chiede di essere diversi da come siamo”, p. 146. Dunque, in definitiva, uno solo è il miglior Amico e il miglior Maestro (Guru) dell’uomo: il Divino e cioè l’ Uno. Il resto, son ricettacoli umani di Quello. Dunque temporanei ricettacoli, anche se non falsi, ma comunque temporanei “vicari”, il vicario è colui che sta perUn Altro”.
Ed anche, diceva: “Entra profondamente nel tempio e là mi troverai”, ivi, p. 147, corsivi miei.















Già molti anni fa – 2004-2005 – SIGNIFICATIVO ricordarsene ORA … !!









domenica, aprile 25, 2004


CITTADINANZA GLOBALE.


Sun-tzu dice:
La suprema raffinatezza dell’arte
 della guerra
 è combattere
i piani
del nemico
”.


Ci fu – nel lontano (non quantitativamente parlando) 1997 – un libro di I. Wallerstein e T. K. Hopkins: L’era della transizione. Le traiettorie del sistema-mondo 1945-2025. Ora, tale libro […] descriveva, insieme a tante altre cose, il destino di tutto il sistema-mondo nato nel secolo XVI d.C., e il suo culmine come l’inizio della sua crisi sistemica. Una “crisi sistemica” è una crisi tale per la quale l’intero sistema non può più perdurare com’è, e deve modificarsi in un altro sistema. Il sistema precedente finisce, cioè.
Secondo i due autori, il culmine di tutto il sistema-mondo moderno sono stati gli anni dal secondo dopoguerra al 1974; con lo shock petrolifero e la fine del Gold Exchange Standard (la parità dollaro-oro, sempre del 1974: inizia la fluttuazione della moneta di riferimento, che continua a esser tale, il dollaro, la cui fluttuazione consente agli USA di scaricarsi dei debiti, come sta facendo sull’Europa oggi, oppure di attrarre capitali e dunque ri-finanziarsi).
Con quell’epoca comincia a terminare il sempre crescente ruolo degli Stati (dall’inizio della “modernità”) nel monopolio dell’uso della forza. Si tratta di un punto sul quale i due autori insistono parecchio. Fino al XVI secolo il monopolio della forza non era del solo Stato, ed è storia; così è rimasto per lungo tempo in molte parti del mondo: il segno del nuovo corso del Giappone della metà del secolo XIX fu il proibire l’uso delle armi ai samurai che ne avevano il monopolio, e non erano, in quanto tali, “lo Stato” in senso moderno. Con il secondo dopoguerra fino alla prima metà degli anni Settanta del secolo scorso (il XX) si assiste al sempre maggior predominio in questo campo da parte degli Stati, finché la tendenza comincia ad indebolirsi, ed oggi siamo al punto che vi sono delle vere e proprie bande di briganti, delle bande armate, però sulla scena globale, ed il più potente Stato moderno del mondo non riesce a garantire la sicurezza che fino a poco tempo fa era la norma cui eravamo semplicemente abituati, commettendo l’errore di credere che fosse la norma, mentre era l’eccezione nella storia (l’epoca della massima potenza degli Imperi, Romano, Cinese, Persiano, indù-buddhista avevano questa caratteristica, e la loro fine si è sempre annunciata con la fine del monopolio nell’uso della forza).
Il loro studio portava avanti delle argomentazioni ed individuava il “punto di non ritorno”: quando, ad una nuova fase di espansione economica sistemica – la fine degli anni Novanta del secolo scorso –, non fosse corrisposta la fine di una delle tendenze di lungo periodo (dal secolo XVI) che avevano cominciato ad invertirsi con la seconda metà degli anni Settanta (la “cerniera della modernità”) del secolo scorso. Con la fine degli anni Novanta si è visto questo: il sistema-mondo, tutto, entra in una fase di crisi profonda, sistemica, e non più locale. La risposta dei decisori della fine del secolo XX fu questa: diminuire lo stato sociale e accentrare le decisioni, cosicché il consenso fosse facilmente ottenibile. Senza dubbio, un keynesismo intelligente può fornire delle utili contro-armi (e per tale termine intendo: aumentare gli stipendi o – in alternativa – distribuire i fondi per l’investimento in buoni per il consumo: si vedrà che tutti i centri direttivi del potere mondiale si opporranno a tali misure, per il semplice fatto che sono con i debiti alla gola e necessitano dei fondi statali, europei e quant’altro: necessità vitale).
Ma è l’intero sistema che si sta inceppando.
Perché? Perché siamo al punto in cui i tagli non rimettono in moto la crescita, anzi peggiorano le cose, tant’è che la parte riformista delle classi decisionali attuali dice: – Ma qualcosa la si deve pur dare... – Si oppongono, però, ad un forte trasferimento di ricchezza, l’unico mezzo per rivitalizzare la crescita, per sfuggire alla trappola del 1929, che si sta ripresentando [lo scrivevo nel 2004 …!!]: si produce tantissimo, ma chi compra?
I consumi sono scesi molto.
Ma, anche se si riuscisse a rivitalizzare i consumi, sarebbe cura temporanea: è l’intero sistema-mondo che va in uno stato “caotico”. Si è raggiunto il “punto di ebollizione” (titolo di un film di Takeshi Kitano).
Secondo i due autori citati, sarebbero stati gli anni 2000-2025, quelli del pieno della crisi. E così è stato.
Ci sarebbero state delle risposte sostanzialmente a favore dell’ulteriore accrescimento del potere da parte dell’aristocrazia del denaro che domina il mondo (ed ecco la politica Bush [che dire di Trump …!!]) e delle risposte a favore di una maggior condivisione, finora mancate [manco queste cose blande ci sono state, i governi cosiddetti “populisti” è questo che vogliono fare, cosa, più che giusta, peraltro].
Queste ultime [le risposte dette su], però, sarebbero state temporanee, perché il sistema tutto necessita di un nuovo assetto. Ricordiamoci che la ‘barbarie’ è una possibilità di nuovo assetto, che la crisi irreversibile, di nuovo, è una possibilità di nuovo equilibrio, e particolarmente stabile: un legno bruciato non può essere bruciato di nuovo.
Nell’ambito di tali considerazioni sulla crisi del sistema-mondo e la fine del monopolio dell’uso della forza, è interessante notare come la guerra, soprattutto la guerra, stia divenendo un fatto “privato”. E’ una significativa, molto importante, conferma della crisi degli stati. Gli USA, oltre ad essersi ficcati in un pasticcio (ed anche l’Italia, indirettamente, nazione i cui principali nemici sono sempre stati gli alleati più forti coi quali usa mettersi e dai quali non sa difendersi non riuscendo ad esprimere mai una posizione forte con gli alleati più forti: è una tara molto vecchia...), di fatto, han costruito una nuova Somalia, “donando” agli integralisti una nazione come l’Iraq, ma, soprattutto, dimostrando di non sapervi porre ordine, dimostrando la debolezza, il tallone d’Achille della “nazione più forte del mondo” [e tutto ciò, si sa, è già successo].
Tutto ciò dimostra che il punto di caduta del mondo tardo-moderno è l’eclissi del possesso del monopolio dell’uso della forza, da un lato “rubato” dai nemici di ogni ordinamento statale (e qui non è proprio il caso di farsi illusioni: questi gruppi apparentemente anti-statalisti sono degli utili sistemi di termoregolazione cibernetica del sistema, quindi guai a chi se ne facesse sedurre, sono cunicoli senza sbocco), dall’altro “appaltato” ai privati, dimostrazione [del]l’incapacità di esercitare il monopolio dell’uso della forza, monopolio che ha contraddistinto l’epoca moderna in senso pieno, epoca dalla quale siamo usciti, epoca terminata.
C’è un interessante vecchio libro del 1982, di Paul Virilio: Velocità e Politica. Saggio di Dromologia.
In esso si sostenevano più cose. Da un lato, come il predominio dell’Occidente sulla scena del mondo sia nato dal predominio della velocità e del movimento, soprattutto per mezzo del mare. In secondo luogo, come tutti i moti rivoluzionari si siano di fatto accompagnati al dominio delle strade e alla discesa e all’impossessamento da parte delle masse delle strade stesse [il consenso globale post fine anni Settanta – inizio anni Ottanta, com’è stato costruito??, guarda caso, togliendo le masse dalle strade, salvo manifestazioni specifiche – minime peraltro].
Di come il rapporto tra velocità e politica fosse decisivo, ma sempre più difficile da dominarsi, a causa della sempre maggior riduzione dello spazio di tempo, essenziale per poter operare delle decisioni.
Per Virilio, tutto ciò terminava in ciò che lui chiamava – all’epoca, si badi bene, ed è stato “profetico – “La fine del proletariato”, “Una sicurezza consumata” (l’eclisse della sicurezza nell’ossessione della sicurezza globale), ed infine, last but not least, “Lo stato d’emergenza”.
Lui lo intravedeva soltanto, ma oggi siamo in grado di usare il termine giusto: stato d’emergenza globale.
Ripeto: era il lontano 1982!
Tutta la Terra, oggi, vive in uno stato d’emergenza...
Rispetto a tutto ciò, è necessario riconsiderare molte cose, soprattutto non ci si può più contentare di un ruolo di ”protesta”, ma occorre proporre. Per proporre, occorre di nuovo focalizzarsi sulle contraddizioni che muovono il mondo, questa volta concentrandosi non su quelle fra stati, ma su quelle sistemiche.
In altre parole: c’è una contraddizione centrale, basilare, all’interno del sistema attuale, oltre le diseguaglianze, un fatto strutturale?
Se sì, qual è?
Contraddizione strutturale di base.
Ecco: è possibile trasferire i capitali da un qualsiasi punto della Terra ad un qualsiasi altro punto della Terra, nel rispetto di alcune convenzioni di base, ma in sostanza senza vincoli? .
E’ altrettanto possibile trasferire gli individui allo stesso modo, con gli stessi vincoli? No, affatto. C’è dunque una contraddizione sostanziale, strutturale.
Il sistema attuale, sebbene capace di aver instaurato la circolazione “libera” dei capitali, mantiene ferma la distinzione fra circolazione di capitali e di uomini.
Ben diversamente, dunque, dall’Impero Romano, esso risulta incapace di proporre una cittadinanza globale, estesa a tutta la Terra (a “tutto sotto il Cielo”, come dicono i Cinesi), ad ogni essere umano. Ciò per motivi strutturali: terminerebbe quello scambio ineguale che è la base del sistema-mondo. Ecco, […] la sfida sarebbe questa: la cittadinanza globale di tutto sotto il Cielo (Cittadinanza Celeste, Celestial Citizenship, “Civitas Cælestis” [concetto ispirato al Mencio]), l’unica vera soluzione allo scambio ineguale, e l’unica vera risposta al problema della cosiddetta “immigrazione”. Se c’è una cittadinanza globale, allora non c’è più differenza tra i “migranti” ed i “cittadini”.
[…]
Tutto ciò mette il dito sulla piaga, sulla contraddizione sostanziale del tardo sistema-mondo dell’economia capitalistica, iniziato precisamente con l’apertura dei mari nel XVI secolo e la scoperta che tutti i mari sono in realtà uno solo, pertanto si può raggiungere qualsiasi punto della Terra, per l’appunto per mezzo del mare, che la costeggia tutta. L’Occidente moderno ha battuto gli ordinamenti tradizionali nel mondo rivendicando il Diritto al Mare; e, all’interno dell’Occidente, le potenze marine hanno battuto quelle terrestri. Finché la minoranza egoista al governo di tutto ciò, sita nel centro del sistema dello scambio ineguale, non avesse raggiunto il dominio globale totale: la famosa “globalizzazione”. Ottenuto questo, ecco rinascere il particolarismo, ecco la stessa minoranza egoista dividere il mondo in “in” e “out”, “immigrati” e “cittadini”, con mille problemi, […] insolubili […].
Questo ci fa giungere al centro del problema.
[…] [Se è insolubile, perché, dunque, se ne parlava, e qui di seguito la risposta]
Qual è, allora, il senso di tali idee? Porre in luce il punto debole del mondo attuale, che sì è un Impero, ma, ben diversamente da quello Romano, è incapace di proporre una cittadinanza globale, vale a dire una vera Unità del mondo. Ciò perché è dominato il mondo dalle minoranze egoiste.
Tale situazione è quella reale, e né estensioni dei diritti – in grave crisi come concetto nato dalla modernità –, né il perdurare della situazione attuale riusciranno a sciogliere il nodo. Il nodo del dominio delle minoranze egoiste è quello decisivo. Finché il Nodo di Gordio (inverso) non sarà stato tagliato, non ci può essere soluzione al nodo scorsoio e fiammeggiante del mondo globalizzato.
Tale mondo è in crisi mortale proprio a causa della globalizzazione stessa e del suo successo.
Tale successo è distruttivo perché costitutivamente incapace di proporre una vera Unità, un concetto realmente unificante […]. […] La globalizzazione, in se stessa, ha portato, e sta portando, il mondo alla nuova barbarie, perché è una privatizzazione totale. Si ritorna, quindi, allo stato “patrimoniale”, ma senza né imperatore né papa, senza un limite ideale a porre freni, senza un’ autorità spirituale a porre delle limitazioni. Molto peggio, dunque. Difatti, se ci si legge Adam Smith, il teorico del liberalismo (in La Ricchezza delle Nazioni, 1776), si nota subito che, per Smith, c’erano delle cose che non si dovevano privatizzare, proprio quelle che il neoliberismo invece privatizza, allo scopo di formare ciò che chiamo Stato Patrimoniale globale (SPG), cioè il succedaneo, peggiore, dello stato patrimoniale pre-moderno, cioè precedente all’epoca dell’apertura delle rotte libere sui mari di tutto il mondo.
L’apertura dei mari ha portato al dominio mondiale di una minoranza egoista.
[…] Moto globale dei capitali e cittadinanze limitate sono una contraddizione esiziale per il sistema-mondo.
P.S. Se siamo di fronte ad un nuovo “shock petrolifero”, trent’anni dopo il primo (1974), e se – seguendo Wallerstein – consideriamo il 1974 la fine della fase culmine del sistema-mondo nato dall’epoca delle Grandi Scoperte geografiche, se ne deve dedurre quel che segue: siamo entrati in una nuova fase sistemica, di crisi accelerata. [Era il 2004 …!!]




Andrea A. Ianniello
















“If you think you will sink, you will. If you think you won’t sink, you won’t ….”














sabato, luglio 01, 2006


Mao Zedong [Mao Tse-tung] secondo Jonathan Spence.

In questo secolo abbiamo avuto tre grandi leader:
Hitler, Stalin, Mao
(P. Drucker, che lo diceva in senso negativo, in:
 Il pensiero e l’azione, vol. 2,
Editori PerlaFinanza 2006, p. 112)




Jonathan Spence è un noto sinologo, e porta avanti un interessante ritratto di Mao Zedong, che fa comprender molte cose. Come si è detto, Mao (che vuol dire “gatto”, il signor Gatto) era un grande amante del nuoto.
Ai suoi compagni diceva sempre: “Non abbiate paura di affondare. Non ci pensate. Se non ci pensate, non affonderete. Se ci pensate, affonderete” (1). Insomma, come sintetizza Spence. “Fin quando non avrete paura, non affonderete”, che poi sarebbe, secondo Spence, il lascito di Mao ai suoi continuatori parziali, perché ne hanno cambiato molte cose.





Quanto alla contraddizione centrale del mondo attuale, essa è, come si è detto nei post precedenti, quella esistente tra la possibilità di spostamento totale, “globale”, delle merci e delle informazioni, a fronte di tutta una serie di limiti che impediscono lo spostamento globale degli individui umani. Una situazione che non può durare, e che può essere risolta solo e soltanto da una “Cittadinanza Globale”. Chi la saprà proporre - anche per i suoi fini, che possono essere benissimo negativi - avrà il mondo in un palmo di mano.


Ma torniamo a Mao Zedong e Spence.


Quest’ultimo si va a leggere il primo scritto di Mao, dedicato al funzionario legista Shang Yang, una specie di Machiavelli cinese, che instaurò un duro regime di leggi draconiane allo scopo di rendere il suo stato, Qin [Ch’in, donde il nostro “Cina”, che i Cinesi chiamano il “Paese del Centro” o la “Terra Fiorita”]: era l’epoca degli Stati Combattenti. Qin unificò gli Stati nel 221 a. C., dando forma all’Impero Cinese. Il Primo Imperatore dei Qin –  Qin Shihuangdi – è quello dell’“Esercito di terracotta” e della Grande Muraglia e del Rogo dei Libri. Ma Shang Yang fu odiato per il suo regime di ferro. E la Dinastia Qin durò poco.


Nondimeno, in ambedue i casi, non si tornò allo stato precedente. Detto in altre parole: i cambiamenti operati furono irreversibili.
In tal senso, Mao accettò di paragonarsi a Qin nella fine della sua vita.


Nello scritto giovanile, Mao attribuisce l’odio ed il risentimento che circondava Shang Yang alla “stupidità” della gente, non alle pene eccessivamente dure.
Significa una caratteristica tipica di Mao: l’unione di un utopismo lontano con un realismo che sa badare al potere, lo comprende (il potere) e sa mantenerlo, anche spietatamente […]. Come si sa, il tremendo Grande Balzo in Avanti portò più morti delle purghe staliniane, perché l’economia fu devastata, e vi si aggiunsero alluvioni e carestie. L’ala destra del partito, cui apparteneva Deng Xiaoping, lo criticò senza mezze parole. Di lì a poco, Mao scatenò le Guardie Rosse nella cosiddetta “Rivoluzione Culturale”, in realtà un mezzo per far fuori l’ala destra del Partito. Poi, quando Lin Piao [Lin Biao] usò il culto della personalità di Mao come mezzo per ordire una congiura contro di lui, Mao si rese conto che era stato un “apprendista stregone”, che aveva evocato delle forze che non era in grado di controllare.
Ci fu quello “strano” incidente aereo che fece fuori il delfino troppo ambizioso dal nome di Lin Piao.
Si crearono le condizioni per la riabilitazione dell’ala destra del Partito. Mao non volle che Deng fosse ucciso, nonostante avesse potuto e la torma di adulatori dei quali si era circondato, come un nuovo imperatore, lo avrebbero voluto. Ciò per la sua visione: che la storia non finisce, che il comunismo è utopia, che la contraddizione non può finire, pena la fine della storia, che non ci si deve meravigliare se nel socialismo ci sono contraddizioni, che il Partito non può essere unanime se non formalmente, che – filosoficamente parlando – l’ “unione degli opposti” può esser solo temporanea: presto una nuova lotta, una nuova contraddizione, [senza dubbio] emergerà.


 



Altra rilevante differenza con Stalin e Hitler è che questi ultimi, sebbene con modalità e con numeri diversi, hanno soprattutto fatto moltissimi uccisi per mezzo dei Campi di Concentramento e dei gulag. Anche la Rivoluzione Culturale ha avuto quest’aspetto, ma minore, rispetto al Gran Balzo in Avanti, errore sostanziale di credere che la Cina, da sola, potesse industrializzarsi in due minuti e senza le conoscenze adatte. Alle critiche Mao rispose malissimo. E scatenò la Rivoluzione Culturale, dove il leader si appella alle masse, scavalcando i funzionari di Partito, una parte dei quali lo aveva duramente criticato.
In sostanza, Mao cominciava ad essere fuori epoca e lontano dai bisogni reali della Cina, ma non voleva “lasciare la presa”.
Nonostante tutto, la Cina è stata sì rallentata, ma, ormai, sta tornando al posto che i Cinesi sentono suo per natura e per storia: quello di una Grande Potenza.
Non sottovalutiamo mai il “nazionalismo” – o meglio “etnicismo” – cinese.


Sia i Qin che Mao Zedong rappresentano, senza dubbio, non il meglio che la cultura cinese ha da offrire all’umanità ed alla civiltà mondiali. Ma è un qualcosa che si deve conoscere, senza però demonizzarlo, come fanno gli Americani, auto presentantisi, sempre, come “paladini” della “democrazia”, eventualmente da imporre con le armi...; tale conoscenza, priva di demonizzazione, deve tuttavia esser realistica. E’ un qualcosa che fa parte della storia della Cina, qualcosa che sa essere spietato e tuttavia è potente:  la capacità d’imporre la volontà di uno solo alle mutevoli emozioni “dell’errante moltitudine” (Spence). E, difatti, su tali dure fondamenta i successori di Mao han potuto costruire: essi hanno sì demolito tutto quanto l’ultimo Mao della Rivoluzione Culturale, che aveva perso di vista l’interesse fondamentale della Cina, interesse che aveva convinto una parte minoritaria della precedente classe dirigente ad appoggiare il “comunismo” cinese: fare della Cina una Grande Potenza. Ma essi non hanno demolito le fondamenta: se ne son guardati bene.
Va detto, anche se a molti può spiacere, che se non vi fossero state quelle fondamenta, non sarebbero giunti così lontano come sono arrivati, con quel loro pragmatismo, quell’attenzione alle piccole cose, quella freddezza di fronte a problemi la cui dimensione farebbe venire i sudori freddi a tantissimi, quel “Finché non avrete paura, non affonderete”, quel senso, […] contadino, di solidità e furbizia e pragmatismo ed assenza di emozioni eccessive che turbino la mente.


[…]


La crisi di successo si avvicina [tuttavia].
E la tentazione di risolverla con l’appello al nazionalismo si fa molto forte.




Tornando a discutere di strategia, si riportano dei passi di Sun-tzu riportati a sua volta nel libro citato qui sopra in calce. Secondo Sun-tzu: “nulla è buono o cattivo, giusto o sbagliato in assoluto: di conseguenza, la vittoria in guerra non è qualcosa che si ripete sempre uguale, al contrario, assume ogni volta nuove forme... quindi una forza militare non ha una formazione costante, proprio come l’acqua non ha una forma costante: la capacità di ottenere la vittoria cambiando ed adattandosi all’avversario è chiamata genio” (in Il Pensiero e l’Azione, cit., pp. 435-436).


“‘Se non si conoscono i piani dei propri avversari, non si possono stringere alleanze su basi concrete’. Quindi, scopo delle operazioni militari non è sperare che i nemici non si facciano avanti, bensì avere gli strumenti per affrontarli; non è sperare che i nemici non attacchino, bensì poter contare su qualcosa d’inattaccabile” (ibid., pp. 436-437).



Andrea A. Ianniello









(1)

Per questa espressione, cf.
http://content.time.com/time/magazine/article/0,9171,138960,00.html.