giovedì 27 giugno 2013

Pietro d'Abano, “Noterelle”, su di lui


Tra le migliori edizioni delle Opere di Pietro d’Abano: “Opere di Pietro d’Abano / a cura di G. I. Ludwig F. C. H. - Padova : Il glifo, copyr. 1982. - 2 v. (181 p.; 59 c.) ; 30 cm. 
Nome reale del curatore: Ludovico Montaldo. 

Su questo stesso autore, Ludovico Montaldo (G. I. Ludwig FCH), vi è un link molto interessante: “Il Grande Atanòr della Creazione”
Qui Ludwig FCH considera vicine Cabala ed Alchimia, ma non nel senso cui spesso si è tentato di avvicinarle, in ambienti occultistici. 
Da rivalutare. 

Chi volesse considerare l’alchimia fuori del mondo filosofico, ed anche religioso, del Medioevo, commetterebbe un errore di valutazione molto grosso, per quanto la questione sia, come semre, controversa. In linea generale: non conosco una questione che sia fondamentale che non sia allo stesso tempo controversa
Sembra impossibile che esista una questione fondamentale che non sia pure controversa...

Sulla contiguità fra l’alchimia e la filosofia medioevale, ma pure con la religione di quei tempi, si può citare l’Aquinate stesso. Non che le due cose fossero uguali o poste sullo stesso livello, e tuttavia di certo avevano un punto di tangenza, di contatto, dove operava una certa vicinanza e contatto, in altre parole: di contiguità, di prossimità e di adiacenza. Ovvero: si toccavano in un punto, pur rimanendo appartenenti a due insiemi differenti.

“Anche il discepolo di Alberto Magno, Tommaso d’Aquino famoso quasi quanto il primo, credeva che fosse possibile produrre alchimisticamente l’oro e l’argento, sebbene affermasse che quell’arte fosse difficile come nessun’altra. Tommaso si rifà infatti ad Aristotele sostenendo che i metalli sono, in definitiva, il prodotto di un’esalazione secca o fumosa, umida o acquosa della terra, quantunque queste esalazioni si mutino, alla prima, rispettivamente in zolfo e mercurio. Ritiene tuttavia che la formazione dei metalli richieda anche i misteriosi interventi di una celestiale potenza non sempre in potere degli alchimisti, per cui costoro avrebbero divuto proporsi anzitutto di stabilire le condizioni nelle quali tale potenza potesse convenientemente operare” (1). 

La teoria alchemica, infatti, sosteneva che tutti i metalli derivassero da una stessa causa, e solo la maggior o minor purezza delle matrici dove questa stessa causa sarebbe venuta ad intervenire faceva sì che si avesse ferro o stagno, per fare un esempio.
Se la causa è la stessa, ergo i metalla si potevano trasmutare l’uno nell’altro fino alla perfezioene dei metalli: l’oro. Similmente si ragionava per l’alchimia interiore.

(1)  Eric J. Holmyard, Storia dell’alchimia, Odoya editrice Bologna, 2009, p. 122. 


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