sabato 30 novembre 2013

Link ricostruzioni online: “Invasio Barbarorum: The Battle of Tricamarum 533AD, Gen Belisarius vs King Gelimer ”

La Battaglia che oppose Belisario, Dux dell’Impero Romano d’Oriente, contro Gelimero re dei Vandali: 


“The Battle of the Milvian Bridge” - ricostruzione di parte (segue Eusebio) -



Link: “Susanna Åkerman: Cristina Di Svezia (1626-1689), la Porta Magica ed I Poeti italiani dell’aurea Rosa Croce”.



“Un interessante libretto”


Un interessante libretto”

Ho letto con interesse il libro del Sac. G. Battista Proja, Costantino il Grande. Imperatore romano (280 circa - 337), Basilica Lateranense, Roma 2013, anche se non aggiunge dati nuovi. Tra i suoi punti di forza senza dubbio vi sono le immagini, che lo corredano molto utilmente, ed anche le citazioni da lettere dello stesso Costantino.
Detto questo, rimane sostanzialmente scarso l’approfondimento critico delle fonti, che sono prese letteralmente, senza una previa riflessione sulla loro attendibilità, o una riflessione critica sul loro significato. Per esempio le lettere: appartengono ad epoche differenti e riflettono fasi differenti dello stesso Costantino.

Correttamente (a p. 16, e sgg.) si chiama l’Editto di Costantino un “Editto” fra virgolette poiché non fu Editto, sarebbe più corretto chiamarlo il “Rescritto” di Costantino e Licinio. Sugli eventi di Ponte Milvio (p. 15) si suppone che Costantino fosse cristiano prima della Battaglia di Saxa Rubra, il che è, quanto meno, azzardato, seguendosi dei dati della pietà tradizionale, che cioè Costantino fosse già stato cristianizzato dalla madre, e seguendo Eusebio, che scrive molti anni dopo quegli eventi stessi.

Alle pp. 21-22 si riporta una Lettera di Costantino a papa Milziade, dove Costantino riprova le divisioni all’interno della Chiesa, che lui avrebbe voluto unita. Ma questa, come altre lettere, non denotano una esatta comprensione della posta in gioco, e, più che altro, sottolineano la preoccupazione che sempre Costantino ebbe, di cercare l’unità nella e della Chiesa. Per Costantino, in sostanza, la Chiesa sarebbe dovuto essere un corpo unito che riunificava, o contribuiva fortemente, a riunificare un Impero diviso. Per Costantino, donatisti e cattolici dovevano cercare una conciliazione in qualche modo: il che contrasta con l’attribuire a Costantino una precoce conoscenza del Cristianesimo, del quale e col quale senza dubbio ebbe familiarità ma che solo nel corso del tempo cominciò a conoscere davvero.

Alla p. 27 si dice: “Alcuni studiosi circa la religione di Costantino hanno avanzato l’ipotesi che egli fosse seguace della divinità solare (Sol Invictus) spesso abbinato con il culto di Mitra. Ma tale opinione non ha fondamento storico poiché fondata solo su una medaglia del IV secolo nella quale l’Imperatore è raffigurato accanto alla divinità solare quale augurio di prosperità”; segue sotto, nella stessa pagina, l’immagine della moneta, “Medaglia aurea di Costatino”. Ma il problema è che ci sta la moneta: il suo solo esserci dimostra che il processo di avvicinamento di Costantino al Cristianesimo fu, appunto, un processo, e lungo, e non un “momento definito nel tempo”. Venendo alla sostanza del problema, non dobbiamo fare di un imperatore del IV secolo, un’epoca di passaggio, un imperatore già medioevale. Inevitabile che il passato proiettasse nel IV secolo una mentalità successiva, ma, se lo facciamo noi oggi, non compiamo una cosa storicamente valida, per molti motivi, non ultimo quello che abbiamo molte più informazioni su quell’epoca. Il IV sec., infatti, se non fu più certamente un’epoca pienamente “pagana” sarebbe però errato definirla già pienamente cristiana. Avvenne una svolta, la “svolta costantiniana” appunto, a una svolta non è il cammino che dopo sarà intrapreso: attribuire al momento della svolta il cammino che verrà inevitabilmente solo dopo è una forzatura. Chiaramente, Costantino non fu nemmeno un politico del XIX secolo, come sembrava pensare Burckhardt: fra questi due estremi probabilmente si ritrova il cammino meno lontano dalla sensibilità e dai problemi dell’epoca in cui Costantino effettivamente visse.

Quanto alla vicinanza di Costantino alla religione mitraica, probabilmente non vi fu: la cosa in generale più probabile è che il padre lo fosse, poiché il Mitraismo era molto diffuso nell’esercito, e Costantino – lo riconosce anche l’autore del libro (cfr., pp. 49-50, in un capitoletto significativamente intitolato “Costantino stratega militare”) - fu davvero un grande condottiero, su questo vi è accordo fra tutti gli studiosi. Va sempre rimarcato che l’esercito di Costantino era in gran parte composto di pagani, poiché lui proveniva, col suo esercito, dall’ovest, dalle Gallie, dove il Cristianesimo era meno diffuso, rispetto alla parte orientale dell’Impero, laddove il Cristianesimo, invece, aveva il maggior numero d’aderenti e seguaci in quell’epoca.

La questione del Concilio di Nicea, che Costantino indisse allo scopo precisamente di far ritrovare alla Chiesa la sua unità, ormai periclitante a causa delle polemiche che circondavano le posizioni di Ario, dimostra nuovamente che l’essenza delle questioni di fede sfuggivano a Costantino, per lo meno in quel momento. Quel Concilio vide la maggioranza cattolica compattarsi attorno alle formule suggerite da Osio di Cordova, il consigliere imperiale personale di Costantino, al quale va il merito, oggettivamente, di aver propiziato la conclusione unitaria de Concilio. A Costantino possiamo conferire solo il merito di aver creduto in Osio. Ma perché Costantino si affidava così completamente a lui? Forse perché gli sfuggiva, per lo meno in quel momento, la questione davvero essenziale che era oggetto di acceso dibattito? 
 
La cosa è così vera che l’autore del libretto lo ammette, sebbene con molta cautela. “Costantino probabilmente non riuscì a recepire in pieno la definizione nicena sulla divinità di risto. La sua profonda pietà ed entusiasmo per il Salvatore forse gli faceva superare le divergenze essenziali della Fede. Inoltre influivano sul suo spirito le continue ed aspre lotte fra cattolici ed ariani. Cosa inoltre abominevole per lui che voleva un impero con solida unità. La sua azione non fu teologica, ma di pacificazione, tanto più che egli riteneva la questione come cosa secondaria [corsivi miei]. Nella lettera ad Alessandro e Ario riconosce, afferma, che le questioni trattate sono ‘...Dogmi così grandi e difficili...per via della nostra stessa natura sia a causa di una mediocre intelligenza’. Nonostante però questa consapevole limitatezza dell’umana intelligenza di fronte alla Essenza di Dio poi, contraddicendosi, afferma: ‘...litigate tra voi su questioni meschine e di poco conto...contesa verbale banale...disputa meschina...fin troppo irrilevante...di poca importanza...contesa ingiusta e rovinosa...’. perciò esorta: ‘...con consapevolezza dalle tentazioni diaboliche. Il nostro sommo Dio, il salvatore di tutti, ha diffuso la luce all’intero genere umano’” (ibid., p. 30). Ora, queste non sono parole di chi ha ben chiara la posta in gioco, né si può pensare che fosse davvero cristiano – in quel momento – chi le dicesse. Possiamo parlare, a riguardo di Costantino, di un processo di avvicinamento al Cristianesimo, non di una “conversione” precisa in un momento, al punto che, al momento di Nicea, Costantino non aveva ancora ben chiaro il punto decisivo e dirimente. Infatti, senza Nicea il Cristianesimo non sarebbe poi tanto lontano dall’Islàm, per il quale Cristo Gesù è “la migliore delle creature” e tuttavia creatura mentre a Nicea si pongono le basi del proprium distintivo del Cristianesimo rispetto a tutte le altre fedi del mondo. Si trattò a Nicea, allora, della vittoria del partito tutto sommato maggioritario fra i vescovi, quello cattolico, che trovò in Osio da Cordova il suo esponente più ascoltato dall’imperatore. 
 
Che a Costantino questa questione dell’arianesimo non fosse molto chiara, e non per una mera questione d’intelligenza, ma, piuttosto, a causa di una sua mentalità che aveva delle basi differenti, risulta proprio dagli eventi finali della vita di Costantino, ovvero il suo battesimo, che fu indiscutibilmente cristiano, ma che avvenne a Nicomedia e fu amministrato dal vescovo della città, Eusebio (di Nicomedia, ibid., p. 45, da non confondere con Eusebio di Cesarea). Ora, dice lo stesso autore: “Eusebio di Nicomedia era quasi ariano, favorevole ad Ario. Era stato educatore dei figli di Costantino ed era da questi molto stimato ed ascoltato” (p. 30). Al punto tale che, secondo taluni, Eusebio di Nicomedia sostituì Osio, almeno in certa misura, nel favore imperiale.

Di nuovo, tutto questo non depone certo a favore di una piena e completa “cristianizzazione” di Costantino, tutt’al più possiamo parlare di un progressivo avvicinamento alla fede cristiana, ma senza, però, una profonda comprensione delle sue basi dogmatiche.

Per concludere: Costantino si avvicinò al Cristianesimo in un momento difficile della sua vita, gli eventi di Ponte Milvio. Egli aveva comunque dei problemi con la religiosità ufficiale romana, si veda il suo contrasto con l’aruspicina che invece favoriva il suo rivale Massenzio; e, senza dubbio, aveva “orecchiato” qualcosa del Cristianesimo da sua madre. Ma che fosse cristiano prima del Ponte Milvio è semplicemente fuori questione, pensarlo è accettare la leggenda, molto più tarda, dell’incontro di papa Vigilio con Costantino sul Monte Soratte, che avrebbe fatto sì che Costantino stesso fosse già cristiano appena prima della battaglia di Saxa Rubra. Frutto di tale incontro, sarebbe stata la famosa Donazione di Costantino, che si essere un falso. Scopo della leggenda era per l’appunto giustificare la Donazione. Per Costantino possiamo parlare tutt’al più di un “progressivo avvicinamento”, ma il Costantino degli ultimi anni non è certo quello del 312-313, e non possiamo proiettare il Costantino tardo su quello dei noti eventi di Ponte Milvio. 
 
Scopo di Costantino era piuttosto quello di sostenere e rafforzare l’unità dell’Impero, e lui, che ben conosceva il Cristianesimo non certo “dogmaticamente”, ma come un corpo ben organizzato e tendenzialmente unitario, credeva che si potesse avere una sorta di alleanza con lo stesso scopo in vista. Questo non lo trasforma ipso facto in cristiano e soprattutto non certo nel 312. Poi, chiaramente, iniziò un processo, ma processo e non un momento specifico, di avvicinamento al Cristianesimo, che si concluse col Battesimo, ma, di nuovo, senza che questo possa dirsi essere una comprensione effettiva e piena del Dogma centrale del Cristianesimo. Con i dati attualmente a disposizione, non è possibile spingersi oltre questo. 
 

“MIGRAZIONI DI POPOLI E NUOVI CONFRONTI SUL PIANO DEL DIALOGO TRA MONOTEISMI MEDITERRANEI”



 
MIGRAZIONI DI POPOLI E NUOVI CONFRONTI SUL
PIANO DEL DIALOGO 
TRA MONOTEISMI
MEDITERRANEI”

1. L’epoca delle Migrazioni di massa. E’ un chiaro segno dei tempi questa serie di movimenti d’individui in gran numero, in numero tale che davvero si possono chiamare “migrazioni” per cui questa stagione della storia si può denotare come la stagione storica delle migrazioni di popoli, come nella fase finale dell’Impero romano, naturalmente con differenza molto grandi e sostanziali, però. Questo processo ha senza dubbio alterato, ed ancor più altererà, sia la composizione sia la qualità delle società interessate, tanto quelle di partenza quanto quelle di arrivo. Si pensa sempre di solito alle società d’arrivo ma pure quelle di partenza sono pesantemente modificate dal fenomeno.
La prima osservazione che si può fare è che questo processo si attua in prevalenza dai paesi poveri a quelli ricchi, da quelli del Sud e dell’Est – parzialmente – del mondo a quelli del Nord e dell’Ovest. E’ il senso inverso della fase del colonialismo, che da Ovest e Nord andò a Est e Sud.
La seconda osservazione riguarda cos’è il fascismo. Sbagliatissimo confonderlo con il militarismo degli anni Trenta del secolo scorso, dove la caratteristica militaristica era propria sia dei regimi fascisti sia di quelli comunisti, e, dunque, non ci consente né di caratterizzare il fascismo – o una sorta di “proto-fascismo” – né il suo attuale ritornare, con ed in forme molto ma molto diverse da quelle degli anni Trenta e dunque gli oppositori di tale crescente tendenza si trovano a non sapere, letteralmente, che pesci pigliare, come suol dirsi. Possiamo definire il fascismo come la tendenza a costruire delle comunità chiuse, dei gruppi chiusi, e, in tal senso, si tratta di un nazionalismo portato alle sue conseguenze estreme. E’ dunque un’ideologia “particolarista” mentre il comunismo, almeno tendenzialmente, è un’ideologia “universalista”, che vedeva la salvezza dell’umanità nella fine o almeno nel controllo della proprietà privata dei mezzi di produzione. Ripeto, il problema della violenza nella politica, o dell’uso politico della violenza, è un altro problema. Anche il capitalismo ed il liberismo l’hanno usata, e non solo nel Sud America del XX secolo, si ricordi il “Bloody Code”, il codice di sangue della prima parte dell’Ottocento inglese, dove chiunque, lavoratore, attentasse alla proprietà dei mezzi di produzione poteva essere fucilato senza mezzi termini. Solo quando la classe lavoratrice e gli artigiani giunsero ad accettare, volenti o nolenti, la svolta capitalistica quel codice fu sempre più moderato. Sgradevole dirlo, ma la violenza ha sempre fatto parte della politica, in modi espliciti o impliciti.
La realtà vera è che le civiltà si sono sì combattute, ma si sono anche influenzate, più o meno fermamente. L’idea di civiltà come gruppi chiusi non è comprovata dalla storia. Vero è che ognuna, pur accettando influssi esterni, li ha sempre saputi accogliere nel suo modello, per così dire “tradurre” quasi fossero un’altra lingua, ma ciò non toglie che pensare alle relazioni tra civiltà come sempre e necessariamente di lotta e contrasto è riduttivo.
Quindi, la risposta che, in un modo o nell’altro, si attua nei paesi ricchi, che coincidono in gran parte – ma non solo – con l’Occidente (il Giappone non è in alcun modo un paese occidentale nelle sue strutture profonde) è quella di chiudersi, paradossalmente però avendo bisogno delle forze che giungono dall’esterno. Direi di più: provocandole, chiamandole. Quindi c’è questa contraddizione davvero esplosiva nella situazione attuale del mondo, ma, d’altro canto, l’ideologia del dialogo è debole per natura, è un succedaneo che ha preso il posto dell’ideologia universalistica senza però averne né la forza né, tantomeno, il fascino. Perché un’ideologia senza fascino è come una di queste famose attrici senza il trucco, manca dell’attrattiva. Un’ideologia, infatti, si diffonde al di là ed oltre del suo contenuto di “verità” e, difatti, spesso si applica un’ideologia fascinosa ma che non ha che ben poco rapporto con la natura delle cose. La gran parte delle cose che oggi sentiamo si caratterizzano per quest’inefficacia profonda. Respingere tutti gli immigrati non si può, ma nemmeno accoglierli tutti. E dunque? Da queste brevi osservazioni si evince un quadro ideologico che non funziona perché sottace tanti altri aspetti che però esistono.
Fra questi, senza nessun dubbio, vi è la dimensione religiosa, perché, dopo queste osservazioni generali, ci si confronterà con il tema della migrazione di popoli oggi dal punto di vista religioso, che poi è quello che qui c’interessa.
La questione di fondo, difficile d’affrontare, è questa: è interesse pratico degli uomini dialogare per cercare una miglior comprensione, però il punto vero è che noi le religioni le ereditiamo, con i loro aspetti positivi tanto quanto con quelli negativi. Sono questi ultimi il problema, ed essendo ereditati, non sono facilmente modificabili. Si giunge, così, con un insieme d’idee non adatto alla situazione concreta, a dover necessariamente affrontare quest’ultima.
Veniamo allo svolgimento storico della divergenza tra monoteismi che sta dietro, non nell’apparenza, a tutta la questione dell’immigrazione, e che non si vuol vedere. Per lo meno, non si vede molto chiaramente questo problema nel senso che non appare. Poi, passeremo attraverso la fase medioevale, brevemente perché non si può se non sunteggiare degli argomenti così complessi sui quali sarebbe opportuno ritornare, per giungere ai nostri tempi. In base alla situazione com’è oggi, allora si tratterà del tema del dialogo, che non può essere mero “bon ton” e buona educazione e, allo stesso tempo, non può neppur essere una mera mescolanza, una “notte in cui tutte le vacche sono nere” perché le vacche hanno colori diversi, tanto per fare una battuta.
Il problema di fondo è che la natura stessa delle religioni cristiana ed islamica è differente1. Inoltre, le stesse modalità per mezzo delle quali le due religioni son giunte ad imporsi come forze storiche fondamentali sono diverse. Mentre il Cristianesimo si è imposto lentamente, attraverso un’operazione tutto sommato “culturale” lato sensu intesa, per, poi, giungere a controllare il potere, l’Islamismo, al contrario, nasce come stato, sin dall’inizio. La dimensione politico-sociale è connaturata alla religione islamica come nessun’altra. Diversa, poi, la condizione del Giudaismo, che, diversamente da Cristianesimo ed Islamismo, stavolta considerati assieme, si limita ad un popolo particolare, pur permettendo ai “timorati d’Iddio” una forma minore d’appartenenza alla comunità giudaica. Dunque: Giudaismo “particolarista” ed Islamismo e Cristianesimo “universalistici”, ma quanto diversi, nelle modalità, questi ultimi due!
Su tale differenza “fondante” si sono, poi, andate a compattare tante differenze storiche, che si sono sedimentate su quella originaria. Di conseguenza, in effetti solo in tempi assai recenti l’Islamismo si può considerare come “opzione personale”, nella realtà storica ciò non è mai avvenuto. Qui, al contrario, Giudaismo e Cristianesimo si riuniscono, mentre qui è l’Islamismo che si differenzia profondamente dalle altre due forme di monoteismo. “Il fatto culturale (…), tanto nel Giudaismo quanto nel Cristianesimo, rimane di competenza della comunità, che esprime al suo interno una categoria di persone a questo destinate. Perché l’Islàm venga considerato, in ambito musulmano, un’opzione personale, bisogna arrivare alla Turchia di Atatürk, che fissa limiti tra stato e religione, e più generalmente tra sacro e profano, senza che tuttavia la Turchina odierna si presenti in ciò con caratteristiche vistosamente diversa dagli altri paesi islamici (…). La ragione d’esistere dell’Islàm consiste esclusivamente nella realizzazione d’uno stato islamico che, secondo quanto si è detto, si strutturi in un modo piuttosto che un altro, ed esplichi così sulla terra l’ordine ed il logos divino”2. Questa differenza ha un valore decisivo, perché, su questa base, è chiaro che non vi possono essere due autorità, seppur una subordinata all’altra, non vi può essere un diritto statale come cosa separata. Non esiste il “Date a Dio quel ch’è di Dio ed a Cesare quel ch’è di Cesare” secondo il noto adagio evangelico. E’ una differenza che pone un macigno nelle relazioni religiose. Certo, le correnti moderne ultime dell’Islamismo han tentato di porre un limite a tutto ciò, ma, nell’insieme, il loro progetto è rimasto parte della borghesia di quei luoghi, sostanzialmente incapace di diffondere il suo messaggio alle maggioranze diseredate e, al tempo stesso, deboli nei confronti del potere. Sempre trattando di tali correnti “riformistiche” lato sensu intese, la tendenza alla riscoperta dei dati coranici è importante laddove si pone attenzione alla natura della religione islamica ed al fatto che lo stato islamico originario era naturalmente plurireligioso. E questo è un punto decisivo, sostanzialmente andato perduto nel successivo sviluppo storico di questa religione. “Plurireligioso” non vuol dire “multiculturalista”, laddove il multiculturalismo accetta tutto perché indifferente a tutto, ma vuol dire che, ognuno rimanendo se stesso, pure s’interagisce, quindi si comunica, dunque si cambia.

2. Crociate. A questo punto, occorre dire qual è il contributo delle Crociate a tutto ciò. Se la causa remota è ben più antica, la fase delle Crociate è sopravvalutata, come conseguenze nei confronti di ciò che si è convenuto chiamare “incomprensione” tra Occidente ed Islàm. Come stanno le cose? Stanno così: le conseguenze politiche della stagione delle Crociate sono state grosse, ma l’incomprensione esisteva già da molto tempo prima, senza contare che quella stagione portò con sé anche molti stimoli culturali senz’alcun dubbio positivi. Sebbene dal punto di vista religioso vi fosse competizione, non era così da quello culturale. Il cavaliere che andava in Medio Oriente sostanzialmente aveva in comune con il combattente islamico una certa concezione della cavalleria, tant’è che l’arte dell’araldica ebbe un nuovo impulso in quell’epoca e non sarebbe oggi ciò ch’essa è, con quei colori, senza l’influsso islamico. Ma che dire del campo filosofico? Beh, lì l’influsso fu fortissimo. Occorre, dunque, sfumare il giudizio su quell’epoca.
Le Crociate, poi, costituirono una sorta di risposta occidentale all’espansione islamica, che aveva toccato persino il continente europeo, attraverso l’invasione – massiccia – della Spagna [rimando all’immagine n°1, Islamici che invadono la Spagna], e quella, invece più a fasi e correnti, della Sicilia. Quest’ultima invasione, però, non doveva essere, dal punto di vista culturale, meno importante dell’altra, perché, se in Spagna l’influsso sarà soprattutto politico-filosofico, in Sicilia – oltre alle inevitabili conseguenze politiche – vi sarà un’influenza di tipo culturale lato sensu intesa, che si eserciterà sul gusto anche del cibo per esempio, sull’arte dei giardini, e via dicendo. Tante cose che noi giudichiamo “europee” o “mediterranee” oggi non lo erano in quei tempi e si sono stabilite massicciamente nell’Italia del Sud, e da questa diffuse all’Europa, solo per mezzo della conquista sicula. Qui è concesso solo accennare brevemente a questi temi.
Allora, fuor di dubbio che le Crociate abbiano questa caratteristica dell’Occidente che invade, militarmente, l’Oriente, fuor di dubbio che questo, in termini storici più lontani, abbia alterato le relazioni tra Islamismo e Cristianesimo, ma le Crociate furono qualcosa di assai più complesso. Difatti, una parte della forza delle Crociate fu scaricata sull’Impero Bizantino, così, di fatto, indebolendolo ed aprendo la porta alla seguente ondata turca che, dall’Asia Centrale, si andò indirizzando verso il Mediterraneo. Senza contare le Crociate per la conquista dei Paesi baltici, quella contro gli Albigesi. Insomma, il fenomeno delle Crociate è più complesso di quanto non sembri, per quanto – semplificando – qui si prende in considerazione solo il suo aspetto storico generale di Occidente cristiano contro Oriente islamico.
Quanto alle atrocità dei Crociati, non furono certo i soli a commetterle, per esempio le truppe turche erano famose per questo [figura n°6, Ingresso trionfale di Tamerlano a Samarcanda. Tamerlano ebbe un ruolo importantissimo, poiché fu solo grazie a lui che l’Impero Bizantino continuò per del tempo ancora, Tamerlano, infatti, sul quale Franco Cardini ha scritto un libro divulgativo interessante, combatté contro Bayazìd la Folgore, che stava prendendo Costantinopoli]
Un posto a parte vi ha Federico II di Svevia. Perché il suo caso dimostra precisamente la tesi di fondo: nonostante le lotte vi fu un travaso culturale importantissimo e notevole, che avrebbe modificato per sempre la civiltà dell’Occidente medioevale. Federico II partecipò a due Crociate, quella nell’est Europa, con l’istituzione dell’Ordine teutonico, e quella a Gerusalemme.
[immagine n°3, cavalieri teutonici, sviluppare a voce brevemente la storia di quest’Ordine]
[immagine n°4, Federico II e il Sultàn di Gerusalemme al-Kàmil, sviluppare le circostanze della Crociata dello “scomunicato” imperatore]
In realtà, però, il caso di Federico II fu particolare: si da giovane parlava l’arabo ed era stato allievo di un sapiente arabo, ricordiamo che all’epoca Palermo era una città islamica, ne rimangono molte testimonianze anche oggi. All’epoca la sua dimestichezza con il mondo islamico era considerata con sospetto, come una nascosta “conversione” all’Islamismo che invece non ci fu mai da parte sua.
In realtà, Federico II di Svevia simbolizza una relazione differente con il mondo islamico, una relazione di contiguità e comprensione, che non implica la mera accettazione. Non solo a livello culturale era influenzato dal mondo islamico, ma pure dalla sua cultura iniziatico-religiosa, come si evince dal simbolismo di Castel del Monte, per esempio.
Con la battaglia di Lèpanto in realtà si chiude la lunga stagione delle Crociate, si è nel secolo XVI e ormai la civiltà mondiale si va lentamente ma inesorabilmente spostando verso l’Atlantico. Le scoperte del Nuovo Mondo hanno alterato tutto. [riferimento all’immagine n°5, la Battaglia di Lepanto]

3. Islamismo radicale. Tutto cambia con la modernità. Infatti, non si deve considerare la lotta che è avvenuta nel mondo moderno come la riedizione delle Crociate: questo è un falso storico, usato per scopi di propaganda dai jihadisti e dalle correnti neocon occidentali. La differenza è profonda e fondamentale: nell’epoca delle Crociate, pur combattendosi, i due contendenti avevano una cultura comune, cosa che nel mondo moderno non esiste più. E’ una differenza radicale cui pochi pensano o sulla quale ben pochi si soffermano.
Quali sono le cause dell’Islamismo radicale, che non è immediatamente la stessa cosa che il jihadismo. Le sue origini sono negli anni tra le due guerre mondiali, soprattutto in Egitto, ma vi sono documentate relazioni con l’Iràn, per esempio al-Afghâni. [immagine n°9 degli anni Sessanta] E’ una tendenza profonda del mondo islamico, ma che non aveva mai avuto l’exploit degli ultimi tempi, grazie al petrolio saudita ed alle armate americane…
La radice profonda della deriva radicale si trova nel fatto che il Corano non è mai stato la fonte immediata e completa della teologia musulmana, come dimostrato da Van Ess3.

4. Jihadismo. Il “jihadismo” è una forma d’Islamismo radicale che predica iljihàd”, la guerra “legale”, cioè “giusta” secondo il concetto cattolico dello “justum bellum”, come unica risposta ai problemi del mondo islamico, nel quadro di un progetto che vede in un – impossibile – ritorno al Califfato lo scopo vero ed ultimo della comunità islamica.
Come si pone questa corrente, così aggressiva, rispetto all’insieme della comunità islamica? Perché, al di sotto ed al di là di tutte le polemiche del momento o di questo o quell’evento più o meno “shockante”, il punto nodale è precisamente questo. Qual è la capacità concreta d’influenzare la comunità islamica da parte di questi gruppi? Ricordiamo che l’Islamismo è plurale per definizione e che mai queste correnti potranno conglobare tutte le forme d’Islamismo, nondimeno questo è il quesito-chiave, un quesito che, sin ora, non ha mai avuto una vera risposta, per errori, attuali come pregressi, da ambedue le parti.
Risponderò brevemente a questa domanda, perché una risposta più articolata ci porterebbe molto lontano, con il passo di un noto studioso: si tratta di una “visione assolutistica [dell’Islamismo] che non vale certamente per tutti i musulmani, ma fa vibrare l’animo di molti”4.

5. Dialogo o qualcosa di più. Ideologie a confronto. A questo quadro di forze che si sono andate strutturando nel corso della storia e che devono interagire senza poter cambiare se stesse, si oppone la necessità del dialogo. Ora, questa necessità è sentita fortemente da chi, nel mondo dell’associazionismo e del volontariato, ha concretamente a che fare con questo problema. Tuttavia, si tratta pur sempre di un’ideologia debole, per molti motivi. Il primo è proprio di tipo storico, questa breve panoramica – sulla quale sarebbe opportuno ritornare – dimostra come la questione sia sedimentata nel corso del tempo e, dunque, assai difficile da modificare. Può solo essere “ammorbidita” e smussata, in effetti il “dialogo” questo è.
Il secondo punto per il quale l’ideologia del dialogo non va e troppo spesso si risolve in una buona educazione ma non un confronto serio, per il quale i due dopo si ritrovino diversi da prima, è che lo status epistemologico del “dialogo” è diverso nei due contesti. In quello occidentale, permeato di cultura greca – che l’Islamismo ha rifiutato da una certa epoca in poi – il “dialogo” è cosa in se stessa “buona” mentre nel mondo islamico non è così. Fondamentalmente, basicamente, all’essenza delle cose, l’Islàm non è interessato a dialogare se non come fatto episodico e cosa strumentale. Dialogano sul serio solo quelle correnti che hanno sottoposto critica certi punti fondanti del messaggio islamico e son giunti – in un modo o nell’altro – a distinguere, seppur non separando, la parte religiosa “strictu sensu” e quella politica.
Solo queste correnti – che esistono – son davvero interessate. Tali correnti esistono davvero, però, oggi, a causa di una situazione politica che ha esaltato la componente distruttiva delle correnti radicali o/e, peggio, jihadiste, le correnti che davvero dialogano sono una parte minoritaria del mondo islamico, minoranza pur presente e che sarebbe sbagliato non considerare. Tal è la situazione al momento, vista in modo realistico. Il problema rimane quello delle scelte generali e fondanti, se, cioè, la via presa dalla deriva tanto “jihadista” quanto neocon sia quella giusta, se non sia il caso di riconsiderare l’intera questione.
La questione ebraica in tutto ciò ha un ruolo legato a quella islamica: si tratta di un cambiamento non da poco rispetto al passato cristiano, dove il Giudaismo è sempre stato visto come nemico del Cristianesimo. E questa è un’altra novità piuttosto rilevante…
Giunti a questo punto, vi sono tre opzioni possibili.
La prima è continuare come ora, cioè vi è un dialogo di facciata, per problemi concreti o politici, nell’ambito di una differenza sostanziale che si fa finta di non vedere, e che viene allargata dai gruppi radicali di ambo le parti, seppur con metodi molto ma molto diversi, uniti, però, nel punto centrale: l’incompatibilità fra Islamismo e modernità, perché di questo si tratta più profondamente.
La seconda strada è quella di approfondire il dialogo, perché non sia solo né buona educazione – “bon ton” come dico – e neppure una mera tolleranza, ma piuttosto un confronto sincero però amichevole, che porti le due parti a comprendersi accettandosi come differenti e tuttavia capaci di vivere assieme, perché questo sarà il nodo decisivo.
Infine, last but not least, vi è una possibilità del tutto incompresa oggi, e cioè di andare oltre il solo dialogo nel senso appena detto, cioè una comprensiva ed intelligente accettazione delle differenze, comprensione senza mescolanza, accettazione senza commistione. La terza possibilità è che esiste “un punto di tangenza” e di sintesi, che, però, sarebbe in tal caso diverso da tutt’e due i componenti l’opposizione che vediamo sotto i nostri occhi. Tale punto non può essere la mera mescolanza ma neppure la sola affermazione delle differenze. in realtà, questa sorta di parola che va oltre i limiti ma che non li abbatte, fu quel che cercò una parte recondita del Medioevo, fu quel che cercò Federico II ed anche quel che consentì ai Templari di poter interagire con taluni settori del mondo islamico senza mescolarvisi.
Che questa possibilità esista è una possibilità concreta, teoricamente. Che debba e possa manifestarsi è, invece, forse una delle più grandi scommesse dell’umanità. Di certo, sarebbe qualcosa di trasformante all’estremo e sulla e della quale non ha senso dare delle immagini, poiché sarebbe davvero “una cosa nuova” sotto il Cielo.

Andrea A. Ianniello



Bibliografia

Atlanti Universali Giunti, Crociate, Giunti 1999
Atlanti Universali Giunti, Islamismo, 2001
Franco Cardini, Il Signore della paura. Tre cavalieri verso la Samarcanda di Tamerlano, Mondatori 2007
David Cook, Storia del jihad. Da Maometto ai nostri giorni, Piccola Biblioteca Einaudi 2007
Riccardo Redaelli, Fondamentalismo islamico, Giunti 2007
Biancameria Scarcia Amoretti, Tolleranza e guerra santa nell’Islam, Sansoni 1974
Josef Van Ess, L’alba della teologia musulmana, Piccola Biblioteca Einaudi 2008
Slavoj Zizek, In difesa delle cause perse, Ponte delle Grazie 2009


NOTE

1 Rimando all’immagine n°7, pagine del Corano. Difatti, come per il Cristianesimo la Manifestazione del Divino è il Cristo, per l’Islamismo lo è il Corano, “Corpo” della Rivelazione e “parola d’Iddio”, Kalimat-ul-Lâh.
2 Biancamaria Scarcia Amoretti, Tolleranza e guerra santa nell’Islam, Sansoni 1974, p. 24.
3 Cfr., Van Ess, L’alba della teologia musulmana, Piccola Biblioteca Einaudi 2008, pp. 108-109 [immagine n°8, passo da Van Ess] Sul concetto di “eresia” nel mondo islamico, cfr. ibid., 28.
4 D. Cook, Storia del jihad. Da Maometto ai nostri giorni, Piccola Biblioteca Einaudi 2007, p. 243 [immagine n°10, passo da Cook]


IMMAGINI SCELTE (non presenti qui) 

Immagine 1, Islamici invadono la Spagna

Immagine 2, Crociati invadono Gerusalemme

Immagine 3, Cavalieri teutonici

Immagine 4, Federico II e il Sultano al-Kamil a Gerusalemnme

Immagine 5, la Battaglia di Lepanto

Immagine 6, Ingresso trionfale di Tamerlano a Samarcanda

Immagine 7, Pagina dal Corano

Immagine 8, Passo da Van Ess, libro citato in Bibliografia

Immagine 9, Gruppi armati pakistani

Immagine 10, Passi da Cook, libro citato in Bibliografia



“Iside e il rito longobardo. Janare antiche e maghi moderni tra fatture, misture e guaritori”



Iside e il rito longobardo. Janare antiche e maghi moderni tra fatture, misture e guaritori”

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“La simbologia dell’albero nelle religioni nordiche ritengo essere la più accreditata traccia storico-leggendaria per seguire il fenomeno delle streghe e della stregoneria la cui patria, è assodato, fu Benevento. I fatti, gli episodi, i personaggi e gli eventi ben sostengono questa ricerca. Altri, invece, hanno scritto preferendo far ‘discendere’ dal culto d’Iside e della sua magica egizianità il Sabba delle Streghe nel Sannio beneventano” (Alberto Abbuonandi, Le streghe di Benevento e il simbolo dell’albero, Edizioni il chiostro 2003, p. 77). In realtà, però: “tra i riti notturni d’Iside, dea della luna, ed il rito religioso ed orgiastico di Wothan [sic] e dei Longobardi c’è differenza, eccome! Il “De Nuce Maga” del Piperno (1640) parla di maledetti riti dai ‘sozzi gusti con Satanasso che solea comandare balli e danze’ e che presa forma d’uomo pecca carnalmente con le meretrici di turno sotto frondosi alberi. Riti, appunto, troppo pagani e molto differenti dal culto d’Iside. Anzi, in proposito si continua a discutere sulla questione della mariolatria cristiana nel culto d’Iside ma, anche Piperno, (…) si fermò a considerare il solo rito sotto l’albero magico così com’era stato tramandato. Non aggiunse, né tolse molto, né diede una giustificabile origine o derivazione” (ibid., p. 79). 
“Il rito longobardo sopravvisse grazie al folklore contadino che lo ‘mescolò’ alle proprie usanze, quasi ad esorcizzarle dal maligno. Rito che partì dal Mediterraneo e giunse un po’ dapperutto. E, dal basso Medioevo, si propagò la storia e la leggenda del Noce di Benevento: luogo di convegni stregonici e demoniaci. Storia e leggenda che continuarono a produrre, nell’immaginario, donne e uomini che s’ispirarono al rito longobardo: preparatori di fatture e capaci di sortilegi e cure medicamentose. Si moltiplicò la fama delle janare cattive e delle janare buone, capaci cioè di fare e disfare una fattura e crebbe il numero delle inciarmatrici (…). (…) Per il raffreddore, per esempio, bastava ‘respirare’ acre fumo di paglia; per togliere i porri bisognava strofinarcisi con la schiuma di lumache; per l’itterizia ci voleva un bel decotto a base di polvere di marmo e ceci neri. Oppure, per seminare zizzania ed inciuci si consigliavano ortiche, zolfo e pepe, mentre la menta e il ricino servivano per il malocchio” (ibid., pp. 80-81). Né, poi, è facile spiegare la natura della “fantastica scopa delle streghe di Benevento” (p. 82). 

“Nella cosiddetta ‘Langobardia Minor’, nel Mezzogiorno, i Longobardi fecero di Benevento la loro capitale politica e qui, lontano dalle mura di questa bellissima città, continuarono i loro culti dell’albero con un rito molto particolare. Rito che, la storia dice, si svolse nella città sannita per l’ultima volta e che tanta fama stregonica diede al sinistro luogo che poi diventò il posto del Sabba. Benevento diventò tanto famosa per la nomea di ‘città stregata’ che nel mondo allora conosciuto, in Europa cioè, ben tre territori le dedicarono città con lo stesso nome. In Francia si chiamò Benevent; in Spagna Beneventa; in Inghilterra Benevenna. Correva l’anno 663…” (ibid., p. 63).
Fuor di dubbio che sia “il rito longobardo”, come lo chiama l’autore testè riportato, ad essere il “milieu” di base di quel mondo di streghe cattive e fate buone, janare ambedue, ma di segno diverso, a testimoniare il fatto che asseriva Gurdjieff: la “magia” è una sola in quanto conoscenza delle relazioni sottili tra cose, uomini, animali. Ma resta da spiegarsi il perché di questo legame. Allora, la teoria sostenuta in Pietre che Cantano. Suoni e sculture nelle nostre chiese, Appendice (A. Ianniello, Vozza editore 2007), che, cioè, i Longobardi – ai quali senza nessun dubbio risale il rito vero e proprio – però abbiano rivitalizzato e modificato un sostrato però già presente, del culto d’Iside ma degenerato, non può esser esclusa a priori. 

O anima mia,
non desiderare
la vita immortale,
ma esaurisci
il campo del possibile!”
(Pindaro)



“La successione dei Longobardi, l’esodo e il sito del loro regno, cioè la loro origine, e come, usciti dall’isola di Scandinavia [così si credeva all’epoca], migrarono nella Pannonia [attuale Ungheria], e poi dalla Pannonia in Italia e ne abbiamo preso il regno, Paolo [Diacono, Paolo Varnefrido in realtà], che n’era profondo conoscitore, lo narrò con ragionata riflessione e in una densa sintesi (…). Non senza motivo, però, la sua età lo trattenne...”... 

Link in inglese: “Arab Religion before Islam”


Link: “L’OCCIDENTE CRISTIANO E L’ISLAM NEL MEDIOEVO E NELL’EUROPA MODERNA”


Link: “Ibn Rushd (Averroè) figura rappresentativa della civiltà araba.”




venerdì 29 novembre 2013

“Frammenti”



Dirò subito che la religione dei Cafiri è poco conosciuta. Probabilmente si trova in uno stato di degradazione, di disfacimento finale, e si presenta quindi come una realtà non solo complessa, ma confusa. Nella nostra breve visita ho avuto l’impressione che i Cafiri stessi abbiano perso in gran parte ormai il contatto con le forze spirituali della loro fede, ripiegandosi sugli elementi d’un superstizioso magismo contadino e pastorale. Nel quadro nebuloso di babuk, shawan, fate, demoni santi, vaghe potenze affacciate dagli orli del nulla, vi sono tuttavia, almeno nella Valle di Bamboret, due personalità divine che godono d’un particolare risalto: Mahandeo e Jestak. Mahandeo ha carattere nettamente virile e guerriero, è il protettore della stirpe, del villaggio, della terra cafira, della caccia, delle greggi […]. Jestak invece ha personalità femminile, e presiede a tutto ciò che riguarda l’abitazione, la famiglia, gli eventi biologici della vita individuale: la gravidanza, la nascita, i bambini, la casa, l’amore, il matrimonio, la malattia e, infine, la morte” (F. Maraini, Gli Ultimi pagani, Red edizioni, Como 1997, ibid., p. 148).

Atto fondamentale del culto è il sacrificio d’animali domestici. Un tempo, nelle occasioni solenni, s’immolavano decine e decine di buoi; le feste allora erano spaventose ecatombi. Oggi, al massimo si sgozzano alcune povere capre. Per compiere un sacrificio viene acceso prima di tutto un fuoco dinnanzi al luogo dove risiede la divinità. Sulle fiamme bruciano alcuni rami del sacro ginepro […]. poi l’animale viene sgozzato e il suo sangue viene gettato sull’ara, spesso insieme al latte o al caglio. […] Ogni cerimonia religiosa importante viene solennizzata con danze e con canti ritmati al battito di tamburo. Come abbiamo visto, vi son due grandi feste annuali: il Chowmas, che ha luogo al solstizio d’inverno, poco prima di Natale, e il Jyoshi che si svolge per tre giorni in primavera, alla metà di maggio. […] Un’idea importantissima, che appare in tutte le manifestazioni della religione cafira, è quella di purità rituale. Ho già ricordato gli importanti tabù che riguardano uno spazio della cucina […]. la casa cafira, e i suoi immediati dintorni, sono cosparsi di questi tabù, come i nostri centri cittadini sono cosparsi di sensi unici, soste vietate e circolazioni rotatorie. Vi sono luoghi puri e luoghi impuri, come vi sono persone in stato di purità e altre in stato d’impurità rituale. Ogni contatto tra i due regimi costituisce infrazione, spesso vero peccato, e richiede sacrifici, talvolta assai costosi, perché venga ristabilito l’ordine sacro” (ibid., pp. 149-150).

Suona familiare a qualcosa... 




The way that you wander is the way that you choose. / 
the day that you tarry is the day that you lose. / 
Sunshine or thunder, a man will always wonder 
where the fair wind blows...
where the fair wind blows.





 

mercoledì 20 novembre 2013

“Amphitheathrum” - Brevi Noterelle -

Amphitheathrum
Gli imperi nascono. Gli imperi muoiono”
(Il “Romanzo dei Tre Regni”)
Salvum lotum! Salvum lotum”
(Inscriptiones latinae selectae 2725)
L’intera notte a languire nelle segrete del circo, e le forze ormai allo stremo. Terrore, persecuzioni, arresti, interrogatori, torture, profanazioni come preludio. Durante la notte le belve avevano squassato le sbarre; la loro agitazione e le loro urla s’imprimevano profondamente negli animi. Ancor più terribile, il vociare della gente che già alle prime luci del giorno cominciava a riempire l’anfiteatro. Era un vociare allegro, impaziente di curiosità. Un contendersi i posti. Rivenduglioli vantavano a pieni polmoni le loro bevande. Più tardi arrivavano i notabili, i cavalieri e i senatori, infine il Cesare in persona. Coloro che pensavano e sentivano altrimenti erano in assoluto soprannumero. Poi si sollevavano le grate; il pugno d’uomini veniva spinto nell’arena. Il sole abbacinava. E tuttavia era più debole della luce interiore.
Così crollano gli imperi, così il mondo si trasforma
(Ernst Jünger, Al Muro del Tempo, Adelphi 2000, p. 155, corsivo mio).
Questo passo di Jünger rende bene l’idea di “venire alla luce” in un Anfiteatro, ma, nello specifico, qui si parla delle “venationes”, le lotte contro gli animali, alle quali erano condannati i cristiani dell’epoca, e non solo loro. Si trattava di una pena. Sappiamo che proprio le “venationes” di molto sopravvissero1 alla fine dei “Ludi gladiatorii”, che avevano un’altra origine, tant’è che ad essi non potevano partecipare coloro i quali fossero dei rei, considerati o effettivamente colpevoli: ed i cristiani delle origini erano considerati malfattori e pericolosi socialmente2. Come si sa, sebbene l’Anfiteatro capuano – dell’originaria Capua, che non coincide con l’attuale Santa Maria “Capua Vetere” (C.V.) – non sia il più grande, di certo a Capua sono nati i “Ludi gladiatorii” stessi. Sono di probabile origine etrusca, ed erano considerati come “sostituti” ad un originario rito sacrificale di spargimento di sangue umano, per favorire la permanenza del morto negli stati oltre la vita materiale presente. Il manichino, dipinto di rosso, e la lotta nell’arena sostituirono l’effettivo sacrificio umano delle origini. Si sa, poi, di come i Romani antichi riprovassero i sacrifici umani, che contrastarono ovunque trovarono, per esempio tra i Celti: pochi si rendono conto che gli antichi Celti facevano dei sacrifici umani – ad esempio a determinate Lune o all’ “Angelo caprone” di Mona -, e vi era pure il culto della testa, tipico dei popoli della steppa3, che, in Irlanda antica, passò all’uso di fare una polpetta del cervello del teschio più la calce aggiuntavi. Non solo, ma ricorderei che i Romani dei tempi repubblicani rimanessero scioccati dall’uso punico di sacrificare i bambini ai Baal, per quanto gli ultimi ritrovamenti archeologici facciano capire che a Cartagine l’uso molto probabilmente era andato recedendo o non era quasi mai stato dominante. D’altro canto sappiamo che, in casi estremi, persino il “mos” degli antichi Romani delle origini poteva piegarsi alla dura esigenza del sacrificio di sangue.
I “Ludi gladiatorii”, con l’andare del tempo, persero sempre più – ma mai del tutto! – il loro significato originario, che era religioso, per accedere ad un uso “politico” in senso stretto. Oggi la politica è succube dell’economia, quindi si pensa che fare un uso “politico” di un qualcosa abbia, alla fin fine, una motivazione di tipo economico. Nulla di più errato per gli Anfiteatri: i Giochi, nelle loro varie forme, dalle “venationes” ai “Ludi” veri e propri, erano pagati interamente dal maggiorente di turno, che fosse l’Imperatore stesso o un notabile locale, con lo scopo politico. Scopo della politica è il consenso. Non dunque il denaro, anzi, si spendevano somme favolose, con il solo scopo del consenso e dell’accrescimento del prestigio. Si chiamavano “munera”, donde il termine italiano “remunerazione”, pure “municipio”, la gestione della cosa pubblica locale...
Ma, come si è detto, il senso religioso non sparì, si modificò: da un culto infero a favore dei defunti notabili perché avessero una “buona sorte” nell’oltretomba, si passò all’ “ideologia imperiale”, che si basava sull’idea della civiltà che domava la forza bruta. In tal senso, la vera “novità” degli Anfiteatri era costituita proprio dalle “venationes”, cui eran condannati anche i perturbatori dell’ordine costituito, che simboleggiavano le indomate, confuse, frustre passioni della natura grezza, che l’ “Ordo”, simbolizzato dal dominio imperiale, avrebbe non eliminato, ma per lo meno disciplinato e ridotto all’ordine, appunto.
Non certo a caso, allora, Ercole era il dio dell’Anfiteatro e della “venationes”, Marte invece lo era dei “Ludi” veri e propri, che, col tempo, divennero una vera e propria professione, che dava opportunità alle classi inferiori di accedere all’Ordine dell’Impero.
Come si sa, è a Capua che Spartaco ebbe la sua educazione alla Scuola gladiatoria. Vi sorgeva la Scuola forse più importante, e lo stesso Anfiteatro non aveva le proporzioni “imperiali” che oggi possiamo in parte vedere e, in parte maggiore, possiamo solo ricostruire. Fu l’Imperatore Adriano che lo fece modificare, abbellire, ingrandire, dotandolo di statue, fregi, che un tempo eran tutti dipinti, e talune parti erano sottolineate da leggere dorature: il tutto doveva essere uno spettacolo sfolgorante, unico, una vera dimostrazione del potere imperiale.
In effetti, compresa la mentalità dell’epoca, non dobbiamo mai dimenticarci, però, che la merce era il sangue, era lo spettacolo del sangue e della gloria, perché le due cose nella mentalità romana antica si ricollegavano. Lo scopo era il consenso, sangue in cambio del consenso. Sangue che “acquistava” il consenso. Consenso verso gli uomini, con la magnificenza e l’accedere a dei Giochi che avevano anche l’indubbio ruolo di sfogo delle passioni sociali - e che, quindi, le indirizzavano e le riducevano all’ordine -, e consenso verso le divinità, gli dèi, i cui simulacri decoravano la struttura, che, dunque, aveva un suo, sebbene indiretto, ma indubbio, ruolo sacro.
E così, ritualmente, ciclicamente, gli uomini seguivano lo spettacolo del sangue e dell’eroismo, il gioco della morte, da parte di chi vi accedeva come professione e come guerra, e di chi, semplicemente, inscenava un’esecuzione esemplare, lasciato alla mercè di quelle bestie che avevano rifiutato l’Ordine e delle quali bestie lui, delinquente, criminale, “noxius” come si diceva con termine tecnico, alla fin fine faceva parte. Era ridotto al rango di bestia, e con le bestie doveva vedersela, non era un “Gladiator” che, sebbene nella parte inferiore dell’Ordine imperiale, tuttavia era parte di quell’Ordine stesso.
Ma non dobbiamo mai dimenticare che gli “Amphitheatra” erano costruiti con sotto tutta una struttura che permetteva ai Giochi di funzionare come una macchina ben rodata. Per tutti, i volenti e i nolenti, quando la porta si apriva e da sotto si accedeva all’immediata luce del giorno, iniziava il Gioco con la morte, la scossa di adrenalina riportava alla lotta, il tempo scorreva rapido e mandava i suoi fendenti a chi doveva giocarsi la posta più importante, la posta di sempre, quella che ognuno si gioca senza sapere: la vita. Ma, in quel preciso momento, lo sapevi, sapevi che cosa ti stavi giocando...
Anche oggi noi viviamo un tempo di estrema spettacolarizzazione, all’apparenza non così violento, anche se mi starei attentissimo ad emettere facili giudizi, non certo perché noi si possa dimenticare che si trattava di un Gioco crudele4, ma perché anche noi accettiamo come “normale” tante cose che il buon senso direbbe non esser tali, o che genti, e del passato e del futuro, considererebbero devianti e malate. E le accettiamo di buon grado, quasi fossero “normali”, quasi fossero la norma, di sempre, della vita umana, da che tempo fu, quando così non è affatto, ma invece sono prodotti storici.
Però pensiamo alla citazione in calce, dove la spettacolarizzazione della lotta e del sangue per guadagnare il consenso e mantenerlo s’inceppò su di un osso troppo duro, che in quell’epoca furono i primi cristiani; questi fecero saltare il meccanismo non per le usuali argomentazioni che di solito si credono, ma in effetti perché, al fondo, usarono il meccanismo stesso della spettacolarizzazione contro se stesso. E pensiamo anche ai nostri tempi di spettacolarizzazione, se non sia possibile, cioè, usare quei meccanismi contro loro stessi e farli implodere...
Quindi è una vicenda che si lascia meditare a lungo, perché...
Così crollano gli imperi...
Così il mondo si trasforma...
Andrea A. Ianniello

NOTE
1 Tant’è che “verso la fine del sec. XI Atanasio, duca di Napoli, lo adibì a fortezza e ne affidò il comando al conte Guaferio. A quell’epoca veniva comunemente chiamato Berolais, termine sul quale eruditi e studiosi han versato fiumi d’inchiostro, senza (…) giungere ad una conclusione soddisfacente” (A. Perconte Licatese, Capua Antica, Edizioni Sparaco 1997, p. 102.

2Vanno operate poi significative differenze, all’interno dei giochi, tra i combattimenti dei gladiatori e quelli dei condannati. A differenza dei condannati, i gladiatori erano tali per professione. Indubbiamente appartenevano ad una tra le categorie socialmente più disprezzabili – il paragone prossimo è con la prostituzione – ma ricevevano un compenso per la loro prestazione. I condannati erano designati con il termine tecnico di noxii. Vi erano i damnati ad ludum ed i damnati ad bestias. Un’ulteriore distinzione va operata tra coloro che venivano condannati semplicemente a combattere, per cui veniva offerta loro una sia pur minima possibilità di scampare alla morte, e coloro a cui il combattimento nell’arena era inflitto come forma di esecuzione capitale. Le esecuzioni dei noxii avvenivano nella pausa di mezzogiorno, dopo le venationes del mattino e prima dei munera [così eran chiamati i “Ludi” gladiatori veri e propri, nota mia] del pomeriggio” (Anna Carfora, i cristiani al leone. I martiri cristiani nel contesto mediatico dei Giochi gladiatorii, Edizioni Il Pozzo di Giacobbe 2009, p. 37).

3 Ne vediamo degli esempi anche tra i Longobardi, per esempio la famosa storia del teschio nel quale Alboino volle far bere la regina Rosmunda, “Bevi Rosmunda, dal teschio di tuo padre!”; su questo cfr.: http://it.wikipedia.org/wiki/Rosmunda_%28regina%29

4 Cfr., F. Cardini, Quell’antica festa crudele, Il Mulino, 2013. “Festa crudele” potremmo dire che la vita un poco lo è di per sé. Mi ricordo una volta che, guidando la macchina, dovevo fare una scelta fra due strade, scelsi di svoltare in una e ne fui subito contento, perché così evitavo un problema sulla strada. Mi stavo congratulando con me stesso quando mi avvidi però, appena dopo, con la coda dell’occhio, che l’altra strada, quella che credevo di aver rifiutato partendo da una mia saggia decisione, in realtà presentava un cartello di divieto di transito... In altre parole, non vi sarei mai potuto passare in ogni caso! Così è la vita, in gran parte si tratta di andare per il cammino dove sei obbligato dicendo: “Oh! Era proprio ciò che volevo...”, e questo ci parla del lato costrittivo della vita, che, quindi, sa esser cruda. Dall’esser cruda all’esser crudele il passo è breve...