giovedì 9 aprile 2015

M. Marra sull’alchimia, Murro su Federico II; al convegno “Le Connessioni Inattese” (2007)

Si tratta di una piccola recensione dell’incontro su “Le Connessioni Inattese”, a Napoli (2007). 

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L’intervento più interessante è stato quello di Massimo Marra, che ha puntualizzato il senso dell’alchimia “tradizionale” in un Convegno che aveva spesso usato il termine alchimia (si presentava Aqua di Roberto Germano, con la spiegazione dell’omeopatia).


Si è presentato anche il Primo Quaderno di
Airesis, dalla Rete al libro, ha detto Marra, cammino inusuale rispetto al solito.


Il prossimo Quaderno sarà su Schwaller de Lubicz.


Intervento corredato da ricca iconografia, presa da molte fonti ben note a chi conosce la materia (Michael Maier, ecc.).


Marra ha ben puntualizzato come parlare di “certi” temi con l’inavvedutezza e la sciatteria linguistica di oggi sia molto fuorviante. Ha fatto l’esempio dell’enigma greco, quello che, non riuscendo a risolverlo, Omero ne morì.


La natura è enigmatica, così dev’essere il testo di chi mira a riecheggiarla, aggiungerei io: a “specchiarla” (“
Speculum Naturæ”).


Insomma: se non si mette in gioco la propria vita non si può penetrare nell’enigma della Natura e di Dio. Ha fatto vedere un’“imago” alchemica, dove il motto recita: “
Nil Sine Deo”. Pur con tutte le attenzioni “iniziatiche”, in definitiva il “frutto” è “Donum Dei”.


Aggiungerei: “E’ il **
miracolo** della Cosa Unica”, ed *ho super sottolineato* “miracolo” per evidenziare ciò che, ahinoi, a troppi sfugge. E’ stato un buon puntualizzare: Marra parla per ricerche sui testi. 
Nel Quaderno di Airesis, Marra presenta la *copia anastatica* di uno scritto alchemico da lui ritrovato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, “piccolo tesoro” di Biblioteca, ne convengo, *ma molto ma molto mal servito*. Solo posteggiare è un’odissea, poi orari ed altre cose che non vanno: diciamocela *chiaro*, in Italia, o sei pagato da un’istituzione, oppure far ricerche “in proprio” è una vero “macello”.

C’è anche uno studio sulle pratiche dell’alchimia greca da parte di Paolo A. Rossi, studios
o di magismo rinascimentale (è recente un suo libro sulla “vexata quæstio” di un campano assai famoso, ma per i motivi sbagliati: Iordanus Brunus Nolanus; chi ne avesse la possibilità, faccia un salto a Nola, il cui centro è davvero grazioso, e neppure tanto male).


Marra ha sottolineato come l’alchimia sia una scienza “erratica” e che si muove costitutivamente su due piani: l’“oratorio”, quello spirituale, e il laboratorio, quello della trasmutazione materiale. Ha presentato molte immagini - una fra tutte: da Khunrath – che attestano il doppio “piano”. 

Il che risolve tante polemiche veramente *inutili* e senza senso.


Ha poi fornito una chiave di lettura: il tre che diventa quattro. Riportando le divisioni in “corpi” che Evola - ne
La Tradizione Ermetica - ha divulgato pur non essendone certo l’autore, i tre corpi sono: il corpo saturnino (corporeo), quello lunare (sottile, composto sia di sentimenti che di pensieri compost), quello solare (effettivamente spirituale).


Vi è poi il “
Mercurius philosphòrum”, suo compito è mediare la *Luna con il Sole*. Esso è “volatile”: *scopo dell’alchimia è “fissare” questo “volatile” in un “corpus”*. Per “corpus” deves’intender *non già* un insieme corporeo, fisico, bensì un qualcosa di “organizzato”, “strutturato” in modo *stabile*.

Scopo dell’alchimia è “fissare” questo “volatile”: di qui i tre che diventano quattro e i quattro tre che ha presentato nella davvero *ricca* serie d’immagini iconografiche, più eloquenti di mille discorsi, che Marra ha presentato.


La realizzazione al laboratorio è spesso solo un’ “estroversione” di uno “stato interiore” raggiunto. Ciò
non significa che il lavoro al laboratorio debba esser negletto, ma non funziona senza oratorio.

Avrebbe detto Guénon: i due elementi, sebbene relazionati, rimangono “gerarchizzati”.
Tutto davvero chiaro.


Per finire, Massimo Marra ha fatto un parallelo fra questo “
corpus merucuriale fixum” (direi di più: “fixatum”!) e il “mundus imaginalis” di Corbin, paragone fondamentalmente corretto.



Dopo Marra, un discorso di Murro, una giornalista di Potenza, su Federico II: pur senz’approfondimenti, è stato interessante per certe “leggende”. Tipo, Manfredi/Manfred dal color *verde*...! Lo si vedrebbe, le notti, attorno al Castello di Lapopesole. Allusione anche a Sir Gawain e il Cavaliere Verde?


Ovviamente, *non* al libro in se stesso [
Sir Gawain e il Cavaliere Verde], bensì ad un *tema*, che, fra gli altri, si è potuto esprimere in quel libro. 
D’altro canto, il verde è colore alchemico…


La “testa”, il “
caput”, presente in certi castelli federiciani, un simbolo ricorrente: simbolismo ermetico? D’altro canto, lo si sa, Federico II era un “ermetizzante”.


La testa con le orecchie d’asino...?! Già, a Lagopesole la testa ha quelle orecchie.
Beh, qui ci sarebbe *molto* da interrogarsi!


Di certo, *non* vuol dire semplicemente che l’imperatore “ha buon udito” (come spiega la Murro), rispetto a ciò che i sudditi fanno (tra l’altro, è una sala interna, dove credo che i “sudditi” non avessero facile accesso!).


E’ davvero un asino? O una lepre, immagine del “volatile” Mercurio, come, rettamente, interpreta Marra?


Se davvero è un asino, qual n’è il senso?


C’è di che riflettere su tutti questi temi, e a tali riflessioni lascio ch
i davvero volessero farlo.


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