sabato 6 giugno 2015

“San Leucio, un castello di aspettative mai realizzate”

 

“San Leucio, un castello di aspettative mai realizzate”

 

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Diciamo pure che le autorità locali così come i locali stessi sono del tutto inadeguati alla visione necessaria per poter amministrare un bene della portata di San Leucio e del Belvedere. Ci vorrebbe una unione di gestione con la Reggia di Caserta, la quale pure avrebbe bisogno urgentemente di visione. Laddove i locali sono, per i motivi più diversi, del tutto e in modo continuativo incapaci di gestire un bene, per il bene di quel bene, ci deve essere una potestà sostitutiva, una “sussidiarietà” che si sappia sostituire ai locali siano incapaci di gestire un bene di un gran valore. 

 

Ma non facciamoci troppo trascinare dalle vicende locali, si potrebbe dire anzi “localistiche”, nel senso deteriore che ha preso questo termine, e cioè come sinonimo di visione chiusa e ripiegata su di sé. 

 

Facciamo invece l’operazione opposta: allarghiamo lo sguardo. 

 

Oggi viviamo i tempi delle dissoluzione della borghesia, senza, però, che alcunché ne prenda posto, ed è un problema senza dubbio tanto più grave quanto più non visto. 

 

Non che un tale problema “centrale” non lo “si voglia” vedere: ma, invece, non lo “si può” vedere, nella miopia che domina oggi, perché siamo troppo compressi sul momento presente e privi di uno straccio di prospettiva storica che abbia un “mini minimo” di respiro

 

Qui tocchiamo un punto decisivo: oggi è costume credere che si possa agire senza visione generale, senza una teoria. 

Al massimo, così si può essere degli amministratori; e, per quanto sia senza dubbio verissimo che ci son buoni e cattivi amministratori, occorrerebbe sempre chiedersi: la politica si può ridurre all’amministrare? 

Se sì, continuiamo pure così. 

 

Se, però, non vogliamo continuare su di una via così riduttiva, se ne deve dedurre che siamo del tutto e completamente fuori strada con questa “praticoneria” senza visione del mondo, con questa “praticoneria” senza uno straccio di teoria che tenti d’interpretare i fatti e, chiaramente, sia del tutto disponibile al “feedback negativo” e, di conseguenza, sia disposta a rivedere le proprie premesse in caso di fallimento ed errore. Ricordo quella frase di Mao Zedong che sosteneva che non si dovesse aver paura di sbagliare perché il fallimento forniva delle grandi lezioni. Siamo giunti all’ “eclisse della politica” e delle teorizzazioni più generali, anche grazie al fallimento del marxismo: quando ha cominciato ad avere dei “feedback negativi” il marxismo, in luogo di mettersi in questione, si è chiuso a riccio. 

 

Ma questo elimina la necessità di una visione più generale? Il fallimento di una determinata teoria elimina questa necessità di una visione più ampia

 

Sta tutto qui

 

Se pensiamo che tale necessità rimanga, tentiamo un sentiero – o più sentieri - che ci permetta di “andare oltre”. Se, al contrario, pensiamo che tale necessità non esista – o più non sussista -, dobbiamo allora fermarci qui.

 

Noi proseguiremo, tuttavia. E veniamo a San Leucio, chiedendoci se il “caso S. Leucio” non propizi una riflessione più ampia

 

Ma questo, di nuovo, fa sì che delle “levate di scudi”, molto ma molto significative, si piantino davanti come piantoni. 

Infatti, quando si tratta di S. Leucio è molto facile che ci si trovi di fronte ad un muro.  

Il muro si chiama così: è-stato-detto-tutto-su-e-di-San-Leucio”. 

 

Non esiste una sola cosa di cui si possa dire “si è detto tutto”. 

E questo per una ragione molto semplice, che potrà essere intesa pressoché da tutti: un qualsiasi oggetto può esser visto da dei punti di vista diversi, da delle angolazioni in teoria “indefinitamente” differenti, dove qui, per “indefinito”, s’intende l’ infinitum secundum quem degli Scolastici medioevali. 

E cioè: una infinità relativa ad un dato “quid”, non, dunque, una infinità in termini “assoluti” (quest’ultima potendo esser postulata solo per l’Assoluto lui même). 

 

In una parola, semplificando: un qualsiasi oggetto, se lo guardi da un lato, mostrerà certi suoi lati; se lo guardi da un altro lato, ne mostrerà degli altri. Questo significa che non ci può proprio essere una visuale “da un lato solo”.

Ora, perché questo non potrebbe darsi per San Leucio? 

O questo posto gode di una sorta di “extraterritorialità ontologica” e, dunque, può esser visto da un solo ed unico punto di vista?  

 

Tra l’altro, sarebbe l’unico “oggetto storico” a godere di una tale restrittiva particolarità.

Un “oggetto storico” è un “oggetto” solo parzialmente materiale, è anche oggetto “immateriale”, perché è il portato di una storia specifica, che lo fa esser “quell’oggetto lì”, quella storia lì, quel significato specifico lì. 

Ora, poiché la storia cambia, non è affatto impossibile che delle differenti epoche leggano gli stessi eventi da diversi punti di vista, da delle diverse angolazioni. Ma questo è possibile anche per i luoghi e per i loro significati.

Quindi questa pretesa di “non-poter-dire-nulla-di-nuovo” significa solo questo: che si vuol perpetuare un angolo di visione che, probabilmente, non risponde più alle presenti esigenze

 

Tutto qui. Ed è tutto fuorché una novità che i custodi delle interpretazioni vigenti si arrocchino e si chiudano a riccio, solo che stanno facendo esattamente come ha fatto il marxismo. 

Si sa bene come questo chiudersi a riccio abbia segnato il destino del marxismo e, forse non con le stesse spettacolari modalità, ma stanno prendendo questa cattiva strada. 

 

Contrariamente a questi disorientamenti, bisogna ribadire che è un dovere l’esser sempre aperti a vedere le cose da delle angolazioni differenti: nessuna mente umana, infatti, potrà mai esaurire la Possibilità Universale e rinchiuderla nelle sue categorie

 

La storia ci dimostra che gli uomini s’intestardiscono a commettere sempre gli stessi errori, ma in salse sempre diverse. Si guarda alla salsa e non al piatto che la salsa condisce, e ci s’illude che “per noi è diverso”.

La natura umana è “triste”, diceva Machiavelli… 

 

Quel che segue non potrà, dunque, “fornire risposte”, ma non potrà che prendere la forma di domande. Si tratta di cercare, infatti, delle risposte a delle domande diverse, domande che nel recente passato, forse, non potevano che intravedersi. 

 

Infatti, rimane il punto centrale, anche se non visto: che noi si viva nella fase ultima e finale della “vicenda” della modernità.

E questo implica necessariamente, anche se si comprende molto bene come la cosa non piaccia, il ri-considerare tante cose, tante vicende, alla “luce oscura” di tale fatto storico, nel quale viviamo e siamo immersi come pesci nel mare. 

 

Il tema è, dunque: perché, oggi, nel 2015, il “caso” San Leucio ci può ancora interessare? Ha dei contributi da offrire ancora, non certo in maniera di mera ricostruzione storica, che qui non interessa, ma, invece, per focalizzar meglio le esigenze attuali, non del 1815, ma invece del 2015?

Ecco il punto vero [1]. 

 

Qui di seguito, si vuol solo proporre una serie di “nodi” per una eventuale successiva discussione: 

 

a. Un primo problema è quello dell’industrialismo e della sua crisi. 

 

b. Vi fu un “Modello borbonico” o fu solo un evento riconducibile all’ “Arcadia” settecentesca, cui le sanguinose vicende della Rivoluzione francese posero termine? 

 

c. Insomma, il “dispotismo illuminato” aveva della reali chance nella storia? Come si pone il fallimento, parziale, di quel modello?  

 

d. Ha quel modello degli spunti da fornire per i tempi presenti?

 

e. Ancora: Utopia “ed” illuminismo? O invece, al contrario: utopia od illuminismo? 

 

f. Dal Settecento ad oggi possiamo tracciare un iter della modernità come un tutto?

 

Questo punto f va visto alla luce della “crisi della democrazia”, ed è importante osservare tutto ciò nell’ambito di una visione che dia respiro storico alle cose.

Questo tema, quello della crisi delle democrazie, ci porterebbe davvero molto ma molto lontano, e qui si può solo accennarne, ma le radici di quel modello che oggi versa in grave crisi, le radici sono in quell’epoca, il Settecento, della quale San Leucio è un significativo rappresentante.

In effetti, la democrazia è una radicale doxacrazia…. Chi domina la “doxa”, la mutevole opinione, quello ha il comando apparente.

Si porrebbe poi il tema se chi ha il comando apparente abbia poi il comando reale, ma pure questo ci portarebbe molto ma molto lontano e dunque qui ci fermiamo. 

 

Molto divertente, comunque, che coloro i quali tanto si rifanno ai Borbone, non si rendano conto che un governo accentrato ed unitario passerebbe sulle loro teste e non sarebbe per nulla vincolato alle loro più o meno valide opinioni. 

 

 

NOTA

[1]

Questo era il tema di base per una discussione che non si è potuto fare, per vari motivi, assieme ai punti detti “nodi”, espressi qui di seguito con le lettere minuscole. Il tema era quello appena detto, i “nodi” erano pensati per eventuali aprofondimeni successivi e da scegliersi. Essendo venuto a mancare l’incontro, ecco che li si cita tutti di seguito. Non erano tutti da presentarsi al detto incontro, insomma, per la semplice ragione che son molti e decisamente complessi. Tuttavia, in un post in un blog, tale necessità di “scandire” nel tempo le temariche non esiste più, conseguentemente si possono tutti presentare in semplice successione. 

 
Spesse volte, varie cose od iniziative o, in generale, quel che riguarda San Leucio, per i motivi più diversi, fallisce almeno parzialmente; personalmente, chiamo questo fenomeno, in parte scherzosamente, “la maledizione dei Borbone”, che, tra le altre cose, non può affatto essere attribuibile ai Borbone tout court, ma piuttosto a quel Borbone che si spese più per tal monumento e che, probabilmente, non si è sentito soddisfatto dal trattamento postumo ricevuto. 
 

Chiaramente tutte queste cose son “soggettive”, ma, per un determinato soggetto, son anche “oggettive”. Si sa, infatti, di quali grane può piantare chi non si reputi soddisfatto di esser trattato come avrebbe desiderato esserlo, e questo tra i viventi…

 

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