martedì 14 luglio 2015

Possibile ora una “via cinese” per l’Iran

Oggi è, fialmente, possibile una sorta di “via cinese” anche per l’Iran. Per “via cinese” s’intende sviluppo economico sì, ma non parallelo sviluppo delle cosiddette “libertà civili” e della democrazia. 

Come si legge nel libro di N. Ferguson, Il grande declino. Come crollano le istituzioni e muoiono le economie, Mondadori Editore, Milano 2013, dopo il 1989 - erroneamente creduto un nuovo inizio, quando invece, aggiungerei personalmente, non è stato altro se non l’inizio della fine dell’Occidente come “centro propulsore” della storia mondiale -, dopo il 1989 nulla se non l’idea democratica sembrava la vincitrice. Due decenni dopo, quello stesso Occidente è stanco e perdente, si avvia a ciò che Ferguson chiama lo stato stazionario, com’era la Cina alla vigilia della fine dell’Impero cinese, e nel confronto Cina/Inghilterra del XIX secolo, terribile oltre che perenne lezione. Quel che ha fatto cambiare il pendolo della storia è stato il successo cinese, che ha dimostrato come il successo economico si possa conseguire senza - dico senza - importare bell’e fatte le istituzioni occidentali, democrazia rappresentativa ivi comresa. Anzi: la tesi di Ferguson è precisamente che la crisi dell’Occidente derivi dalla degenerescenza delle sue istituzioni

Ne abbiamo avuto una riprova in questi giorni, nella crisi greca. 

Ferguson dà un suo contributo all’annosa questione della “fine dell’Imoero Romano” sottolineando la centralità delle istituzioni ed il legame Krisis istituzionale/declino economico. 

Con queste istituzioni, non andiamo da nessuna parte: la Crisis coninciata con la Prima Guerra Mondiale non è terminata ancora.  

Ora anche l’Iran, come altre nazioni, sta tentando la “via cinese”. Che è: istituzioni locali, come ch’esse siano - dunque diverse in Cina, in Iran o in Arabia Saudita, o in Brasile, India o Sudafrica - plus lo sviluppo economico, con aiuto statale ed insieme libero emrcato entro certi determinati limiti

Questa è stata la “via cinese”. 

Oggi il probelama è, invece, l’Occidente. 

E nulla, nulla più denota, strilla, urla, con voce grandissima, il fallimento delle istituzioni occidentali del “caso greco”. La patria della democrazia è uno dei posti di massima crisi. 

Le democrazie non funzionano. 

Le istituzioni nazionali e democratiche non funzionano. 

La sostituzione delle istituzioni democratiche con delle istituzioni tecnocratiche non risolve nulla. Anzi: precipita la crisi. 

Ma la chiave sta nella crisi delle istituzioni occidentali. 
Come che vada a finre: NON FUNZIONANO, non funzionano più. 
Funzionavano un tempo, ma ora non funzionano. 

Mancando ua vera consapevolezza di questi pochi, ma strutturali, punti decisivi, i tentativi di salvataggio, nel vecchio quadro, possono soltanto accrescere la crisi.   




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