sabato 12 dicembre 2015

La Rovina del “cash”


La Rovina del “cash

Spunti da un vecchio libro di R. Calasso,
La Rovina di Kasch





 “Nella sabbia del deserto è sepolta una piramide
con il vertice in basso; essa racchiude la verità
della stirpe umana. La verità è sepolta nelle
sabbie del deserto, affinché colui che, per
ventura, la scoprirà, venga considerato dagli
uomini un pazzo con il cervello
bruciato dalla solitudine e dal sole”.
Hasân Ahmed al-Hamadanì (Sanaa, Yemen, 945)


Potete fare un’insurrezione
proletaria a condizione che gli altri
diano l’ordine di non sparare,
se vi mettono davanti due battaglioni
 di carri armati la rivoluzione proletaria
o niente sono la stessa cosa …”.
André Marlaux, (Conversazioni)[1]


La sorpresa è l’essenza stessa
della guerra”.
Sun-tzu[2]


Lo stile’ osservò Daumal
‘è l’impronta di ciò che si è
su ciò che si fa’ [3].







Introduzione. Il “Cash” è in rovina.
La “dromocrazia” ha vinto la democrazia, 
in frantumi
Il perenne “stato di emergenza” globale




“Ma è necessario - anche se impopolare - innanzitutto
domandarsi: se si considera irrazionalista la
rottura di una vetrina, è forse razionale la
‘non-rottura’ di una vetrina? Se si considera
irrazionalista la distruzione di un’automobile,
è forse razionale la ‘non-rottura’ di un’
automobile? Il senso di queste domande non è
provocatorio. Al contrario. Si vuole affermare
[…] che la connotazione in negativo (ir-razionale)
o viene fatta in relazione al suo contrario positivo
(razionale) o non ha alcun significato”[4].



Oggi, si leggeva sulla scrivania di Ruskin, l’ innominabile Oggi” (Calasso). La situazione – “Oggi” – è che nel momento in cui maggiormente si avrebbe bisogno di visione, quest’ultima latita, nel momento in cui maggiormente ci vorrebbe un dibattito pubblico ed intelligente quest’ultimo  rumorosamente assente, sostituito dal chiacchiericcio dei “social network” o da mezzi di comunicazione di massa (aka TV) sempre più piatti e privi di valore. Ovviamente un silenzio così assordante tutto è fuorché “casuale” …
Virilio ed altri - pochi, per la verità … -  autori, in quella stagione particolare tra l’inizio degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta del secolo scorso, erano molto più espliciti di quanto lo siano al giorno d’oggi: era l’epoca in cui la cittadella-Titanic del “tecnologismo post-moderno” si andava costruendo: si poteva, dunque, esser più espliciti. Costruita tale nave affondabile - reputata inaffondabile oggi (quelle erreur!) - si è sempre più divenuti sempre meno espliciti nel trattare dei temi “sensibili”, oppure, per compensazione, la tendenza è stata quella della deriva “isterico-complottista”: ma è una mera compensazione dell’assente dibattito pubblico[5].
Di qui l’idea di scegliere un testo di quegli anni, e di là partire. Ho quindi pensato a La Rovina di Kasch di Calasso (1983) perché molto “eclettico” e quindi adatto a non chiudersi troppo in una prospettiva limitata e limitante, ma, invece, pensare “in grande”, com’è diventato sempre, in progressione esponenziale, più difficile.

Detto tutto ciò, in guisa introduttiva, vorrei, prima di “spiluccar” il bel vecchio libro di cui ho appena detto, strutturare quest’Introduzione su tali tematiche: 1) la fine del “cash”, della valuta monetaria corrente intesa come carta moneta o passaggio materiale, fine intesa come tendenza globale, di cui qui si prende atto; 2) la fine della democrazia, come vittoria della “dromocrazia”, dunque come una traiettoria, in certa misura, “necessitata” e tutt’altro che un evento “casuale” o l’opera di uno o più “cattivi” di turno; 3) lo “stato di emergenza” globale come stato perenne del sistema in crisi totale, ed è l’epoca che si vive. Ma l’idea di uno “stato di emergenza” che divenisse uno stato e non una fase transitoria, si ritrova già in Virilio, e sin all’inizio degli Anni Ottanta … Non si dica, dunque, che tali temi non “potevano” esser visti: è che non si è voluto vederli …

1. La fine delcash”. Il “cash” - il contante - è sempre più in rovina. Trattasi di osservazione ormai banale, ma di una tendenza ormai di anni, divenuta sempre più potente ultimamente. Partiamo dall’osservazione marxiana della “contraddizione fondamentale” del denaro che è, allo stesso tempo, misura del valore ma merce esso stesso: ed è la contraddizione fondamentale del sistema detto “capitalistico”, sistema che - “globalizzandosi” - si è espanso al massimo e, ormai, sta sempre più iniziando ad implodere, ovviamente portandosi le intere società umane con se stesso e la sua deriva.

Diciamo per iniziare una cosa fondamentale: a questo genere d’affermazioni si ribatte di solito dicendo che il Sistema capitalistico “globalizzato”, alla fin fine, “funziona”. Certo, ma a costoro difficilmente passerà mai per la testa che è il suo stesso - del Sistema - funzionamento a costituire non il “limite”, cui Marx tanto agognava, ma il “termine”, la “fine”, ovvero la “fine” del suo “imperativo categorico”. Tu puoi bruciare il non bruciato, non quel che già si è bruciato. Tu puoi inzuppare quel che non è ancora inzuppato, non il già inzuppato.
Ma su ciò, sul “limite” come lo concepiva Marx, qualche noterella ulteriore di seguito, in questo scritto.

Ci si potrebbe, allora. chiederne il “perché” di questa “tendenziale sparizione del contante”: qual è la reale “ragion d’essere” di un tal phenomenon? A cosa risponde, a quali tendenze soddisfa, e tendenze sistemiche? Chiedendoci questo, andiamo finalmente “oltre” la malattia di fermarsi a “ciò che appare” (che poi è il significato stesso del termine greco “phenomenon”, ovvero ciò-che-appare[6]). Nasce - direbbe Guénon - dal fatto che la moneta è stata ridotta sempre più ad un mero fatto quantitativo, una misura, un misuratore, che però noi sappiamo - con Marx - che trattasi di metro ben strano: si espande e si contrae a seconda dei movimenti del mercato. Di qui la necessità di porre un ancoraggio “reale” alle oscillazioni: ed è la parità aurea, di qui ultimamente si va riparlando, e che sarebbe una gabbia posta al sistema che tende a rompere le gabbie: il capitalismo.
Non dobbiamo commettere l’errore di considerare la tendenza a porre una “gabbia” come necessariamente contraria a quella dell’espansione potenzialmente illimitata, ma in realtà limitabile. Infatti, non è così. In queste due tendenze “dialettiche” si deve vedere la “coppia di pressione” che permette di raggiungere il risultato. Senza una crisi del valore della valuta e la tendenziale sparizione del contante, perché mai passare ad altri sistemi di valuta, come la valuta elettronica? Non ve ne sarebbe proprio la ragione!
Tali due tendenze son dunque due facce della stessa medaglia! Ma, d’altro canto, il tentativo di salvare il “potere d’acquisto” cosiddetto passando tutti gli scambi sempre di più in modalità elettronica - di cosiddetti “bit” - non può intaccare il nocciolo del problema e, di conseguenza, il “sollievo” non solo potrà esser solo temporaneo - e già si sta dimostrando tale per la parte “elettronificata” degli scambi -; inoltre, al di là di un certo punto, la valuta elettronica favorirà la dissoluzione.
“Per ritornare alla specifica questione della moneta, dobbiamo ancor aggiungere come a questo riguardo si sia prodotto un fenomeno veramente degno di nota: la moneta, dopo aver perduto ogni garanzia di ordine superiore, ha visto il suo stesso valore quantitativo, cioè quello che nel gergo degli ‘economisti’ viene chiamato ‘potere d’acquisto’, ridursi senza posa, sicché si può immaginare un punto limite, al quale ci si avvicina sempre più, in cui essa avrà perduto ogni ragion d’essere, anche semplicemente ‘pratica’ e ‘materiale’, e dovrà sparire quasi da sola dall’esistenza umana. Si dovrà convenire che si è in presenza di uno strano ricorso delle cose, di non difficile comprensione del resto date le nostre precedenti spiegazioni: poiché la quantità pura si trova propriamente al di sotto di ogni esistenza, quando si spinge la riduzione alle sue estreme conseguenze, come nel caso della moneta (caso più eclatante di molti altri perché con esso si è quasi arrivati al limite), non ci si può che trovar di fronte ad una vera dissoluzione. Ciò può anche servire a mostrare che […] la sicurezza della ‘vita ordinaria’ è in realtà qualcosa di molto precario, e non solo a questo riguardo […]; ma la conclusione che se ne potrà trarre sarà in definitiva sempre la stessa: il termine reale della tendenza che conduce gli uomini e le cose verso la quantità pura non può essere che la dissoluzione finale del mondo attuale”[7]. La moneta è dunque, davvero, una sorta di gigantesca “illusione collettiva”; ma le illusioni collettive son ben diverse da quelle meramente individuali, esse implicano delle forze sovra-individuali all’opera,  ed è il punto che i vari “complottisti”, più o meno “isterici”, perdono sempre, regolarmente, di vista, tutto riducendo alla loro pretesa “libera” piccola mente che sarebbe abusata da vari “cattivi” di turno, quando invece le “illusioni” che loro giustamente sentono - ma non ne capiscono né il come né il perché - vengano diffuse sono accettate già prima di esser diffuse dalle società bersaglio … A tal proposito, verrebbe fatto di dire che la gran parte degli uomini ha la visione storica - cioè almeno un po’ estesa nel tempo - pari a zero, se non sottozero: l’insicurezza in cui viviamo è pazzesca, anche solo rispetto a venti o trent’anni fa. E il cosiddetto “terrorismo” altro non è se non la tendenza alla dissoluzione stavolta esercitantesi nell’ambito statuale, piuttosto che in quello economico; quanto a quest’ultimo, siamo già molto, ma molto avanti nel processo dissolutivo, con il passaggio alla valuta elettronica che se, de jure, dovrebbe fermare il processo di perdita del “potere d’acquisto”, de facto - dopo un breve momento di apparente risalita - invece l’accelera.
Cercando di salvarsi, dunque, l’attuale Sistema si sta invece AFFOSSANDO sempre di più.
Altra osservazione è questa: che tutti cercano di riportare il sistema alla sua precedente fase di “sicurezza”. Ma qui, come per la moneta elettronica e gli scambi non più “cash”, in realtà si accelera il processo di dissolvimento delle strutture politiche statuali e della sempre più evanescente pretesa “sicurezza”.
A guardar bene, nel nostro mondo attuale, nulla è più sicuro, né lavoro né denaro né prospettive e nemmeno la sicurezza - banale - nelle strade. E questo non, come osservava illo tempore già Wallerstein - non, come osservava illo tempore già Wallerstein - in certe zone, come crisi parziali e localizzate, ma come Krisis globale, sistemica, di tutto il sistema-mondo. Questo è Il punto vero.
Non è, dunque, cercando di tornare a stati passati - che, tra l’altro, avevano in se stessi il germe (il “seme”, semen) della dissolutio -, che mai, dico mai, si potrà ri-solvere (solutio non dissolutio) davvero la situazione.

2. La vittoria delladromocrazia”. La “dromocrazia” studia la velocità nelle sue conseguenze sociali. L’Occidente cerca la velocità e le strade, le vie di comunicazione sia sulla terra sia per mare. Quel che storicamente è accaduto è che questa tendenza “dromocratica” ha, di fatto, sconfitto la democrazia come spazio decisionale, spazio decisionale che richiede tempo, e, conseguentemente, soffre inevitabilmente dell’accelerazione senza posa della velocità stessa. Il passaggio storico è dal “diritto alla via”, al movimento, al “diritto allo stato”, e questo, indubbiamente, è stato il momento in cui l’Occidente moderno ha padroneggiato la sua tendenza “dromocratica”; ma, ad un certo momento, la velocità crescente ha invertito il processo, e il diritto al movimento, soprattutto elettronico, ha portato alla crescente dissoluzione sia delle democrazie, la cui crisi le democrazie stesse non son capaci di risolvere, sia degli stati tout court. Ed è Oggi. E, in quest’ambito di considerazioni, si deve vedere anche la stessa deriva della moneta, che non è altro se non un’ennesima conseguenza dell’accelerazione senza posa. Illo tempore - ed ecco una cosa che all’epoca non venne affatto compresa - Virilio cominciava a trarre delle conseguenze, affermando che si sarebbe andati - come poi è stato effettivamente - verso “la fine del proletariato [8].
Non casualmente, ovviamente, Virilio cita Der Arbeiter di Jünger, dove quest’ultimo vedeva la “rivoluzione dromocratica” delle masse in movimento - allora agli inizi della fase di scatenamento pieno - anche da un lato positivo, Virilio, lucidamente, ne descrive le conseguenze in modo invece asettico e freddo[9]. Le società perdono forza interna e coesione proprio a causa della velocità sempre crescente.
Oggi viviamo sostanzialmente dopo i cambiamenti che l’accelerazione dromocratica ha imposto al mondo intero: il proletariato non c’è più e le società sono in fase di estrema dissoluzione. Viste con questo sguardo, le “elezioni” fanno ridere - o piangere -; come ha scritto illo tempore Calasso: “Democrazia: estendere a tutti il privilegio di accedere a cosa che non sussistono più[10].

3. Lostato di emergenzaglobale. Qui l’intuizione - illo tempore - di Virilio è stata giustissima, cioè che si sarebbe entrati nell’epoca dello stato d’emergenza globale, solo che lui lo diceva per le ragioni sbagliate: le armi nucleari. Pochi sanno che circa dopo 10 anni la decadenza dell’uranio rende difficile il raggiungimento della “massa critica” che innesca la reazione della bomba nucleare. Ovviamente, l’uranio rimane radioattivo a lungo, ma non può più essere utilmente usato per la reazione della bomba nucleare: ne diventa, così, estremamente problematico lo smaltimento, proprio perché il decadimento rimane comunque lunghissimo. Anche per questo, sia detto per inciso, si arrivò agli Accordi USA-URSS per lo smaltimento di una parte rilevante dell’arsenale atomico. Una parte di quest’ultimo, comunque, fu mantenuto: quella parte ancora potenzialmente utile (meno del 10%); ed anche per questo stesso motivo sia gli Usa che la Russia stanno procedendo a produrre di nuovo armi nucleari e/o missili con testate nucleari: serve a sostituire quella parte ancora utile che, anch’essa, vede lentamente - ma inesorabilmente - ha visto decadere il suo potenziale d’innesco di una reazione atomica.
Per motivi errati, legati ad un peculiare momento storico, e pur vide giusto. Ciò è accaduto per cause che all’epoca sarebbero state difficilmente prevedibili - anche qui, non tutti, perché Guénon (sempre nel già citato Il Regno della Quantità), prevedeva che il mondo sarebbe andato verso una crescente dissoluzione, una volta che la “solidità” della fase pienamente moderna sarebbe stata superata -, come il cosiddetto “terrorismo globale”. Ma la causa rimane una: la crescita della velocità e la riduzione dello “spazio decisionale”, e non, dunque, a causa delle armi atomiche, dimostratesi essere, come disse illo tempore Mao Zedong, una “delle tigri di carta[11]. Su questo, sulla velocità che non lascia spazio di tempo per strategie più vaste, invece vide giusto: “Dallo stato di assedio delle guerre dello spazio, allo stato d’urgenza delle guerre del tempo non sarà alla fine necessario attendere che pochi decenni[12]. E così è stato.
Proletariato finito. Società in dissoluzione. Stato di emergenza globale. Nessuna consapevolezza dei cambiamenti avvenuti. E questo - quest’ultimo, precisamente questa mancanza di consapevolezza - è il potere sulla Terra. Oggi.

Andrea A. Ianniello

 
Il “torrente” si è arrestato



Talleyrand ebbe presto la percezione che le dispute del potere non si sarebbero più svolte su una scacchiera dove le mosse si succedono con cerimoniale lentezza, ma all’interno di una corrente ben più forte di tutto ciò che trascinava. E’ questo iltorrente’ di cui parlava a proposito degli anni della Rivoluzione [Talleyrand[13]] - lo stesso che incontriamo nelle pagine di tanti suoi contemporanei. […] La torrenzialità non era un accidente prodigioso che veniva a turbare la storia, per essere poi riassorbito: anzi, era addirittura la manifestazione del nuovo carattere dominante - la febbre sperimentale - che si era innestato sulla storia, trasformandola per sempre. Talleyrand l’avrebbe ritrovata ovunque, sotto Napoleone ma anche sotto la Restaurazione, e infine sotto i borghesi di Luigi Filippo. […] Visti da un occhio non indulgente, come quello di Talleyrand, la Reazione e il Terrore Bianco erano staffette che proseguivano la corsa giacobina […]. Come Talleyrand avrebbe precisato, nella nota agli alleati in data 31 luglio 1815, il passaggio dalla Rivoluzione a Napoleone era stato quello dall’ ‘esprit d’égalité’ all’ ‘esprit de conquête’. E si poteva dire che, proprio con la bigotteria della Restaurazione, quell’ ‘esprit de conquête’ aveva portato a compimento la sua opera d’infiltrazione in tutta l’Europa”[14].
Anche il “grande ballo” della Restaurazione è, però, terminato: che i reazionari d’ogni sorta se ne facciano una ragione, son fuori strada, fuori epoca. La velocità è contro di loro, come ormai è contro i residuati bellici dell’epoca pienamente moderna, che ormai da tempo fa parte del nostro passato, anche se non tutti se ne sono ancor accorti. Ora, si sa che spesso chi pensa è l’ultimo ad accorgersi dei cambiamenti di sostanza. …
Sarebbe però sbagliato dedurre che, dalla fine del torrente rivoluzionario politico, se ne debba dedurre la fine del torrente stesso: il torrente politico è finito proprio perché ha preso una velocità tale che anche le strutture che ne hanno provocato l’inizio non potevano più tenergli dietro! Ecco quel che tutti i reazionari di sorta - perenni tigri di carta senza speranze - han sempre mancato di voler comprendere. Uso il termine volere perché non ci vuol molto a capirlo, peccato che cozzi contro le loro strillate convinzioni, d è il punto vero. Dovrebbero cambiare … Non sia mai! Tra i più pestilenziali effetti della modernità è l’aver fatto di ogni stolto individuo un “maitre à (mal) penser” che possiede convinzioni pretese “assolute”, quando invece non sono che il massimo della costruzione e dell’influenza esterna. Ma tant’è, così vanno le cose. OGGI.

Finito il torrente. Finite le Restaurazioni.



A R C A N A   I M P E R I I



“In origine il potere era diffuso in ogni luogo, aura e miasma.
Poi si raccolse in Melchidedec, sacerdote e re.
Poi si divise fra un sacerdote e un re.
Poi si raccolse in un re.
Poi si divise fra un re e una legge.
Poi si raccolse nella legge.
Poi la legge si divise in molte regole.
Poi le regole si diffusero in ogni luogo”[15].
Poi le regole iniziarono a svanire nel mentre che si moltiplicavano, come un bianco lattiginoso che va svanendo come una spuma.

“La filosofia ha parlato delle qualità, ma non di che cosa sono le singole qualità … Che cos’è il dolce?”[16].

Una storia “gnostica” non è storia della conoscenza, ma è conoscenza della storia. “Una storia gnostica, quella che ci manca, è fatta in gran parte di ‘intersignes’ (come li chiamava Massignon), avvenimenti insoliti, coincidenze (così le chiamano gli storici, per evitarli), forme erratiche, reliquie sepolte, segnature fisiognomiche, costellazioni latenti nel cielo del pensiero[17].





Talleyrand precorre de Toqueville 
(stessa “T” iniziale)



Nel 1797 Talleyrand scrisse una Memoria sulle relazioni commerciali fra Stati Uniti, allora agli albori, con l’Inghilterra. Talleyrand incontrò due personaggi esemplari: il taglialegna e il pescatore. Ne tracciò il ritratto: e quello che apparve non fu il profilo di due forme abbandonate dalla storia ai suoi primordi, ma l’anticipazione di due volti che la storia stava per assumere: erano le silhouettes dei primi uomini nuovi, in attesa di Toqueville. Nei loro deserti, si apprestavano a entrare in scienza quali rappresentanti della massa[18]. Scriveva Talleyrand: “‘Il taglialegna americano non s’interessa a nulla. Ogni idea di sensibilità gli è remota. Quei rami così elegantemente gettati dalla natura, un buon fogliame, un colore vivido che anima una parte del bosco, un verde più forte che ne incupisce un’altra, tutto questo è niente. Egli non ha ricordi da disporre in alcun luogo. Sua unica idea è la quantità di colpi che servono per abbattere un albero […]’. […]Il pescatore americano acquisisce dalla sua professione un’anima quasi altrettanto incurante […]’”[19].
Nell’interessante libro Mar dei massacri, l’autore[20] dispiega a piene mani la sua “riprovazione morale”, ma è sbagliato: quella è la logica (illogica) dell’insensibilità che ha reso il mondo “cosa” e merce”: niente di più, niente di meno. Certo, ci vogliono dei correttivi ed il mondo non ha saputo vivere senza porre dei correttivi. Poi, è giunta epoca in cui la forza sistemica è stata tale - la “globalizzazione” - che ogni “correttivo” è stato ricusato. Allora, il mondo ha pienamente subito quegli effetti che sono in tale sistema sin dal suo principio, che gli sono inscritti come un codice genetico. E’ seguita l’epoca della rabbia e del piagnisteo, ma la logica fondante non è stata tuttavia messa in questione …




La rovina dell’Antico “Ordo



Che differenza con l’antico “Ordine” e la sua rovina, come si è mantenuta nella storia della “Rovina di Kasch”, questa storia raccolta da Leo Frobenius in Kordofan (attuale Sudàn), e che parrebbe uscita dalle Mille e una notte. Tale storia narra dell’antico ordine basato sull’uccisione, sul sacrificio del re e sui moti zodiacali, e della fine di tal ordine che Jünger avrebbe detto “mitico”, cioè di precedente ad Erodoto, di prima della storia. E’ una storia sull’inizio della storia.
E sulla fine dell’ Ordo” precedente: “Quando gli uomini recitavano la parte degli astri, venivano strangolati con un laccio nero”[21].

Ora, ecco come termina quell’ordine certo anche crudele, duro: “Quanto è grandiosa la fine dei sacerdoti uccisi nell’ordalia, tanto è cruda e laconica la rovina di Naphta [la capitale del regno di Kasch, chiaramente simile al Kush biblico; nota mia], che è diventata nel frattempo ricco luogo di commerci. Altro non c’è da dire. L’ordine antico era finito invece fra visioni che gonfiavano come il Nilo il cuore degli uomini[22].
L’ultimo re di Kasch non viene sacrificato, come tutti gli altri re prima di lui, e “svela” se stesso, punto interessante. “Il re che non viene sacrificato è l’ultimo re, non può trasmettere la sua vita a un successore. E’ la situazione inversa a quella moderna: Luigi XVI, il primo re che viene sacrificato (Carlo I non aveva raggiunto la pura esemplarità), segna la fine della sovranità regale. Con Fa-li-mas [il narratore delle storie che seduce il re, di fatto impedendo il sacrificio dello stesso re, una sorta di Shehrazàd maschile; nota mia] si entra in un altro regno: il regno della parola, dopo quello del sangue. E’ un regno che non uccide secondo il rito, ma evoca la morte attraverso un disordine che sopravviene rapido, indomabile [Oggi]. Le parole di Far-li-mas sostituiscono il sacrificio[23].
E, d’allora in poi, siamo in questo “regno”.

La rovina di Kasch è una delle storia di Far-li.mas[24].

“Due interrogazioni irriducibili si rivolgono alla divinità: quella di Giobbe e quella di Arjuna: la prima interroga sull’essere uccisi, la seconda sull’uccidere. La risposta divina, in tutti e due i casi, è insieme soverchiante ed evasiva. In tutti e due i casi non è una spiegazione, ma una maestosa epifania cosmica. Una risposta puntuale al quesito manca. Son due domande ultime, che non ammettono una risposta minore del tutto. Il Leviatano che ‘fa ribollire come una caldaia / Il fondo degli abissi’; e Kŗşņa,come una massa di fuoco che proietta fiamme da ogni parte’”[25].

“Procedendo all’indietro nella storia, ci accorgiamo che la colpa e il male si allontanano sempre più dalle cattive intenzioni del soggetto e assumano l’angusta realtà del numero. Il peccato originale diventa un fatto matematico e divino, un avvenimento in coelestibus, come di tutti gli avvenimenti di cui sia il caso di parlare[26].

“Rimproveravano a Guénon di scrivere come un contabile della metafisica, senza vibrazione, senz’anima. Trovavano che non era ispirato. Ma Guénon non faceva altro che obbedire alprecetto iniziatico, e più particolarmente rosacruciano, secondo il quale conviene parlare a ciascuno nel suo linguaggio’”[27].

“Il nostro destino è governato da due mummie: quella di Lenin nel suo mausoleo e quella di Bentham a Londra, University College[28]. Forse per questo il Mausoleo di Lenin non l’hanno ancora chiuso, nonostante la famiglia di Lenin abbia più volte chiesto di chiuderlo per restituire alla famiglia ed alla terra le spoglie della mummia. Quanto a Bentham, di dismetterla non se ne parla proprio. E’ che non si può dimetterle in effetti; tutti gli altri Mausolei moderni - e relative mummie eventualmente ivi presenti - si son ispirati a questi due (nella Sitografia si vedranno dei link relativi a questi temi, tra l’altro). Quand’anche sparissero, non sparirebbero le conseguenze che han generato. Non è questa - quella della mera cancellazione - la via corretta da scegliersi, ormai, or sempre …




LIMITI



“Il capitale è definito da Marx come incessante abbattimento di barriere -dove l’unico presupposto è l’andar di là dal punto di partenza’. Al tempo stesso Marx si appiatta in attesa del momento (vicino) in cui il capitale troverà il proprio limite. Ma qual è il limite di ciò che abbatte perennemente i limiti? Già Marx, con il fragore dei suoi vituperi, nascondeva a malapena il più insidioso timore; che tale limite non ci fosse[29]. Non limite, dunque, che dovrebbe e potrebbe esser superato dal “socialismo” che sarebbe, nelle intenzioni di Marx, il “vero” portatore “oltre i limiti” e il vero Prometeo, ma un “termine - Terminus, dio romano -, o la fine. E vi è un solo sistema che abbatte limiti per definizione: si chiama capitalismo. Il socialismo n’è stata brutta copia, pretendendo di abbattere limiti ma, in realtà, ponendone e, dunque, venendo abbattuto dal rivale apparente (in realtà, non c’è mai stata partita): “Al cattivo abbattimento dei limiti si contrapporrebbe allora quello buono e inarrestabile”[30]. Ma il capitalismo è, per definizione - e su questo, invece, Marx non errava, su questo vide giusto ma poi come si fosse messo paura, come se i condizionamenti ottocenteschi lo bloccassero - ponendo un “termine” - una fine che è anche un fine - si pone termine a tutto un lungo processo di sviluppo dell’umanità, a tutta una direzione di sviluppo della storia umana. Il che non avverrebbe, se il capitalismo potesse essere superato da un altro sistema che, però, mantenesse intatta la finalità di base del capitalismo stesso: non ha senso una cosa del genere; per questo il “comunismo” è stato, storicamente, un fallimento.

“Il mondo del produrre non conosce modelli e non si pone limiti. Perché suo limite può essere solo il tutto[31]. Ancora: “‘Al di là di un certo punto lo sviluppo delle forze produttive diventa una barriera per il capitale; e dunque il rapporto del capitale una barriera per lo sviluppo delle forze produttive del lavoro’ [Marx, Grundrisse, edizione tedesca Berlino 1974, p. 635]. La caduta del tasso tendenziale del saggio di profitto serve innanzitutto a fissare un point of no return, dove lo sviluppo finalmente ostacola se stesso. Così il capitale, che era stato la freccia stessa dello sviluppo, diventa una ‘barriera’, come lo erano stati in precedenza i rapporti economici che il capitale aveva dissolto[32]. E questo non è possibile, e qui fu l’errore di Marx. Il punto di non ritorno però c’è, solo che non era quello che s’immaginava Marx.

“Le società che noi studiamo sui libri, le società che compongono il passato, che hanno lasciato una gora iridata di relitti o sono scomparse quasi senza residui, come orme di uccelli, obbedivano tutte al bisogno di patteggiare, scontrarsi e conciliarsi con qualcosa di esterno ad esse. E da quell’esterno traevano il fiore della loro forza. […] La società in cui siamo nati è la prima, nelle vicende del pianeta, che voglia bastare a se stessa e solo con se stessa sappia confrontarsi”[33]. E qui, su questo punto, si vede la debolezza delle istituzioni religiose attuali, di tutte le religioni, che hanno senza dubbio salvato se stesse dalle deboli tigri di carta della scienza newtoniana e del liberalismo politico, ma non sanno risolvere il problema centrale, quello appena detto qui sopra. Anche nel mondo islamico, in realtà si tratta di una società che sempre guarda se stessa come centrale, che si santifica per se stessa e in se stessa. Manca un “Esterno” reale, vi sì è una Legge basata sul Corano, e stop. Molto insufficiente davvero, in ordine alla risoluzione del problema detto.

“Capitalismo è il nome economico di un immane rivolgimento nel cervello, il predominio raggiunto dallo scambio, quindi dalla digitalità, su tutto; ogni altro principio diventa un’isola al suo interno, così come all’interno del mercato planetario vi sono isole tribali[34].

“La legge, in Russia, è un articolo d’importazione. Come tutte le curiosità esotiche, eccita gli animi e si crea i suoi devoti. Ma il fondo su cui si applica le è ostile[35].
Ha continuato a esserlo … 

“… due giovani tedeschi piccolo-borghesi, marchiati da una naturale tendenza a degradarsi in Lumpen [straccioni, sotto-proletari] (Stirner due volte in prigione per debiti, Marx fermato a Londra come sospetto ladro mentre andava a impegnare l’argenteria della moglie, che portava lo stemma degli Argyll) si guardarono intorno e videro una sarabanda di spettri. Condividevano con il loro tempo la convinzione che gli spettri fossero un segno del male (Guénon osservò l’incresciosa coincidenza per cui lo spiritismo comincia a dilagare negli Stati Uniti come un’epidemia nel 1848, necessario contrappeso alle barricate europee, che a loro volta erano solo un delicato segnale dell’emergenza di un nuovo personaggio, il Caos, sul palcoscenico di Corte della storia). Il loro sguardo si fissò su quegli spettri e ne fu catturato. Ma resistevano - e disprezzavano quelli che, intorno a loro, procedevano ignari, convinti ormai di abitare in un mondo vuoto[36].

“L’inevitabile scelta politica che oggi si offre: essere governati dal denaro o dalla delazione? Oh, quanto più amabile e distratto il denaro …”[37]. Questa era la scelta in quel momento. E così è stato: tutti scelsero il denaro.
Ora, il denaro non esiste più. Che cosa, dunque, hanno effettivamente “scelto”?

“La rabbia sorda che Marx scarica sui Lumpen prosegue in quella che dimostra per i lavoratori improduttivi. […] E proprio nei Grundrisse, l’opera che prepara la fossa a tutta la maestosa concezione del lavoro produttivo, in quanto ipotizza lo stato al quale oggi ci stiamo avvicinando [all’epoca del libro, 1983, oggi, al contrario - 2015 - ci siamo dentro da tempo; nota mia], quello in cui il lavoratore produttivo finisce per trasformarsi in ‘sorvegliante e regolatore del processo produttivo stesso’, proprio nei Grundrisse la inattaccabile fedeltà all’impianto metafisico della produzione (ben più che al suo manifestarsi storico) lo spingerà ad un sovrappiù di enfasi nel difendere la distinzione di Smith”[38]. Al contrario, pur riconoscendo le intuizioni marxiane nei Grundrisse, già illo tempore Baudrillard scriveva: “Vi è una sola specie di lavoro, […] e la sfortuna vuole che sia quella che Marx ha lasciato cadere. Se attualmente tutti i lavori s’allineano in un’unica definizione, è su quella del lavoro/servizio, su questa categoria bastarda, arcaica, non-analizzata, e non su quella classica. e supposta universale, del lavoro salariato ‘proletario’. Lavoro/servizio: non nel senso feudale, perché questo lavoro ha perduto il senso di obbligo e di reciprocità che aveva nel contesto feudale, ma nel senso segnalato da Marx: nel servizio, la prestazione è inseparabile dal prestatore - aspetto arcaico nella visione produttivista del capitale, ma fondamentale se si coglie il capitale come sistema di dominazione, come sistema di ‘infeudazione’ a una società di lavoro, vale a dire a un certo tipo di società politica di cui esso è la regola del gioco. E’ esattamente dove siamo ora (se non ci si era già al tempo di Marx): il ribaltamento di tutto il lavoro sul servizio, il lavoro come pura e semplice presenza/occupazione, consumo di tempo, prestazione di tempo. […] In questo senso, il lavoro non si distingue più dalle altre attività, e in particolare dal suo termine opposto, il tempo libero, che, giacché presuppone la medesima mobilitazione e il medesimo investimento […] è oggi allo stesso titolo un servizio reso - che dovrebbe giustamente meritare un salario di disoccupazione (il che d’altronde non è affatto impossibile [in nota Baudrillard parlava del salario-disoccupazione, che si sarebbe sviluppato di seguito in alcuni paesi, ma direi che quelli che, per esempio, lavorano ai videogiochi giocandoci direttamente per provarli o modificarli o gestire le puntate su di essi o farci gare, questi sono un esempi ancor più calzante di lavoro/servizio rispetto al salario di disoccupazione; nota mia]). In breve, non è soltanto la distinzione immaginaria fra lavoro produttivo e improduttivo che salta, ma la stessa distinzione fra lavoro e tutto il resto. Semplicemente non c’è più lavoro nel senso specifico del termine[39]. Frasi del 1979 … Le cosiddette “sinistre” son rimaste totalmente spiazzate perché il loro concetto di lavoro è sempre quello di lavoro produttivo”, categoria classica di A. Smith fatta propria da Marx, più borghese del borghese par excellence, ma con la grandissima differenza che Marx intravide il limite delle sue categorie, pur non avendo la visione per poter tagliare i ponti con l’economia classica.




Fine della Storia, post-storia, Jünger



Secondo Jünger, la storia nasce con Erodoto. Essa pone termine al passato “mitico”, dimensione del mythicus che, però non sparisce del tutto, anche se può solo rompere la “coltre solida” della storia senza, però, poterla cambiare: “Abbiamo ricollegato l’ideale dell’uomo nordico all’età ènea, definizione mitica di quel periodo che lo storico chiama età del bronzo. E’ l’epoca in cui il mito divenne realtà dominante, l’epoca in cui il mitico determinava azione e pensiero dell’uomo. Questa realtà permane incrollabile nel ricordo, nei canti omerici e nelle saghe, ma di essa non si dà una replica sul piano politico. Non è un caso che i modelli delle potenze sconfitte nella seconda guerra mondiale provenissero dall’età del bronzo o dalla prima età del ferro: l’uomo nordico, l’antico romano, il samurai giapponese. Che non avessero possibilità di vincere risponde alla fondamentale legge secondo cui il mito non può venire riattivato: può squarciare come un’eruzione vulcanica la volta della storia, ma non può dar vita a un clima universale. Questa fondamentale legge dà conto di numerose osservazioni specifiche, ad esempio del fatto che la guerra non possa più essere condotta tra popoli e da re, e neppure secondo le regole del duello. Essa perde così il suo ethos mitico-eroico, mentre permangono tratti distintivi più profondi, come la dedizione e il dolore. Questa legge spiega altresì per quali ragioni il detentore eroico del potere abbia cessato di apparire credibile in quanto guida e in quanto padre. Coma già nel caso di Napoleone, questi deve presentarsi sotto spoglie di dux, di colui che libera energie. Suo modello è l’eterno giovinetto del tempo mitico. Perciò non può invecchiare. La sua legittimazione è insufficiente di fronte all’ ‘assemblea dei popoli’. Essa faceva già da sfondo agli eroi omerici[40].
Ma se oggi siamo già nella post-storia, se la traiettoria della storia sta esaurendosi cosicché si veda il “fondo oscuro” che vi giaceva sotto, questo significa che la storia finisce sfinita, e cioè ha un termine, un termine finale. In effetti, a ben vedere, l’ “apocalisse” - la Revelatio, apokàlypsis - vuol dire che l’irruzione del Divino pone termine alla storia, ma ciò avviene a sua volta come risposta “divina” all’ emersione delle forze anti divine dal sottosuolo … 
Insomma l’ “Anticristo” non è un “fatto storico”; la sua “emersione” deve “squarciare come un’eruzione vulcanica la volta della storia, ma non può dar vita a un clima universale”, per usare le succitate parole di Jünger. E questo è, OGGI, zero - sottozero - compreso ... 
Si potrebbe allora - giunti a tal punto, ed a tal proposito - porre la domanda-chiave, il punto de-cisivo (de-negante la de-negazione, per ironizzare su e con Hegel): COME si passa dalla storia all‘ oltre-storia? QUAL è il punto in cui il fiume lento e stanco della storia, giunto alla post-storia ormai, sfocia nel “vasto mar” dell’ oltre-storia? 

AI POSTER L’ARDUA RISPOSTA.  Ma è una posterità contemporanea ... 

In una parola: è 

OGGI

  





SITOGRAFIA


http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/reneguenon/regnotempi.pdf

http://associazione-federicoii.blogspot.it/2015/09/appendice-al-post-precedente-per-chi.html

http://www.yamaguchy.com/library/pearson/pearson_index.html

https://en.wikipedia.org/wiki/Paper_tiger#/media/File:1950-08-Paper_Tiger.png

http://www.jstor.org/stable/43151649?seq=1#page_scan_tab_contents

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https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/5c/Ho_Chi_Minh_Mausoleum.jpg

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http://ideeinoltre.blogspot.it/2014/10/andrea-ianniello-le-ragioni-dellimpasse.html

http://ideeinoltre.blogspot.it/2014/01/andrea-ianniello-la-fine-del-mondo.html

http://www.kainos.it/numero4/ricerche/pagani.html



[1]  In P. Virilio, Velocità e politica. Saggio di dromologia, Multhipla edizioni, Milano 1981, p. 85, corsivi in originale.
[2]  Ivi, p. 113, corsivi in originale.
[3]  R. Calasso, La Rovina di Kasch, Adelphi Edizioni, Milano 1983, p. 130, corsivi miei.
[4]  Citazione un po’ da “preistoria”, ma comunque interessante: G. Lerner - L. Manconi, M. Sinibaldi, Uno strano movimento di strani studenti. Composizione, politica e cultura dei non garantiti, Feltrinelli opuscoli marxisti, Milano 1978, p. 59. Tra l’altro, il sottotitolo è molto, ma molto interessante, alla luce dei cambiamenti sistemici avvenuti nel frattempo: di nuovo, si dimostra - nei fatti - che “certe” tendenze, ben lungi dall’esser casuali, sono, al contrario, il preciso riflesso di scelte sistemiche.
[5]  Riguardo allo stesso Cacciari, se confrontiamo la sua produzione di quegli anni (per esempio Krisis, del 1976, o Dialettica e critica del politico. Saggio su Hegel, del 1978, Feltrinelli opuscoli marxisti) e la presente sua produzione, ci si accorgerà immediatamente dell’andamento sempre più “implicito”, che riflette una tendenza globale a porre da canto le tematiche “sistemiche” per approfondire tanti temi particolari senza però mai - ma proprio mai - nemmeno lontanamente avvicinarsi ad un’ottica “sistemica”, come l’ho chiamata, relativa, cioè, alla natura ed alle prospettive dell’intero sistema globale, il “sistema-mondo” di cui parlava I. Wallerstein. A tal proposito, cfr. T. K. Hopkins - I. Wallerstein, L’era della transizione. Le traiettorie del sistema-mondo 1945-2015, Asterios Editore, Trieste 1997 (si ponga ben attenzione alla data di pubblicazione, l’edizione in inglese essendo solo dell’anno prima, eccezionalmente subito tradotta in italiano). Ora, nella parte seconda - intitolata Una visione d’insieme - vi son due capp., il primo dedicato al sistema-mondo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale (ovvero la sua fase di massima potenza ed ascesa), ed il secondo, sempre a firma di I. Wallerstein, intitolato significativamente: Le possibilità globali, 1990-2025 (ivi, pp. 272-292, grassetto in originale).
Ecco alcune delle considerazioni dell’epoca: “Nella misura in cui gli stati non risolveranno la propria crisi fiscale [e non l’hanno affatto risolta, nota mia] ciò minerà la stabilità ambientale di cui le imprese capitalistiche hanno bisogno perché sia possibile un’assunzione di rischi relativamente razionale. D’altro canto, essi possono tentare di risolvere la propria crisi fiscale con il ricorso a riduzioni delle spese [cosa che hanno precisamente fatto, nota mia!]; ma, nella misura in cui saranno in grado di realizzare tagli finanziariamente significativi, toccheranno una parte considerevole del reddito degli strati intermedi degli stati del Nord [del sistema-mondo] - i cosiddetti diritti acquisiti. Si tratta di quegli stessi strati intermedi la riduzione del cui numero eccessivo è l’obiettivo di quelle imprese che sono alla ricerca di una maggiore agilità nelle competizioni sul mercato mondiale. La combinazione della riduzione dei posti di lavoro degli strati intermedi (a opera delle imprese così come dei governi […]) e della riduzione dei sussidi diretti a questi stessi strati nella forma di diritti acquisiti costituirebbe un attacco proprio a quegli elementi che sono stati i pilastri politici degli stati liberali del Nord e i loro principali difensori nello sforzo di contenere il malcontente degli strati inferiori” (ivi, p. 283, corsivi miei). Ma è precisamente ed esattamente questo che è successo … In questa riduzione, infatti, si è espressa l’ apparenza della “crisi globale”.
La forma-stato cosiddetta “liberale” del Nord del sistema-mondo, dunque, per Wallerstein sarebbe entrato inevitabilmente in crisi, a causa dal non saper regolare o dominare la crisi fiscale, che sarebbe stata scaricata sugli “strati intermedi”, sulla “classe media”, insomma - come, poi, è successo effettivamente. Di qui, tante conseguenze a catena, come l’ordine interstatuale, insomma mondiale, che sarebbe diventato - come poi è successo - sempre più precario (cfr. Ivi, p. 289). Diminuisce la “statalità” stessa, per la prima volta dall’epoca della nascita del sistema-mondo, vale a dire dall’epoca immediatamente seguente a quella delle cosiddette “grandi scoperte geografiche”: “Abbiamo considerato alcune delle ragioni per cui questa crescita secolare della ‘statalità’ (che poi è un altro modo per definire l’ordine pubblico) potrebbe aver superato il suo picco ed essere per la prima volta in declino. La questione è se il declino della statalità sarà altrettanto graduale del processo attraverso il quale essa si è storicamente affermata. Vi sono motivi per dubitarne” (ibid., corsivi miei). Anche l’aspetto militare è da considerarsi fondamentale, perché la crisi sistemica comporta necessariamente - ed ecco la nostra presente situazione attuale - la diminuzione del grado di sicurezza del sistema globale, con la rinascita di conflitti che il sistema-mondo, al suo picco, tendeva ad escludere, e cioè le lotte dal Sud del sistema-mondo verso il Nord, e le lotte interne alle potenze del centro del sistema-mondo, come nelle Due Guerre Mondiali (cfr. Ivi, p. 290). E, non certo a caso, in quest’ultimo periodo abbiamo visto il ritorno precisamente di questo genere di conflitti. Infine, il settore delle istituzioni religiose, che hanno resistito ed anche migliorato le proprie posizioni, ma che devono fronteggiare la sfida del ruolo delle donne al loro interno, “una sfida assai più sostanziale di quelle portate loro dalla scienza newtoniana o dal liberalismo, rivelatisi, sotto quest’aspetto, delle tigri di carta” (ivi, p. 291). In questi vari fronti, ognuno dei quali ha dei sotto-fronti, in un quadro sempre più farraginoso e caotico, mescidato e mescolato, macchinoso e confuso, si può tentare di “contenere i conflitti […]. L’interrogativo che occorre porsi è se ciò accadrà. E qualora dovesse avvenire, se sarà sufficiente. In considerazione dell’ interazione tra i diversi ambiti, il contenimento dei conflitti in uno di essi può rivelarsi transitorio a causa della loro esplosione in un altro. In una polveriera - è questo il quadro che abbiamo tracciato del sistema-mondo - il fuoco può diffondersi. Ed è questo che s’intende per caos sistemico. Certo, al caos sistemico seguirà un nuovo ordine, o nuovi ordini. Ma a questo punto dobbiamo fermarci, Non è possibile conoscere in anticipo quale sarà questo nuovo ordine” (ivi, p. 292, corsivi miei).
[6]  Scriveva Guénon a tal proposito che “d’altronde, come orientamento di carattere generale, quel che più appare è sempre, secondo le leggi stesse che reggono la manifestazione, una conseguenza piuttosto che una causa, un punto di arrivo piuttosto che un punto di partenza, e, in ogni caso, non è mai in tale sede che bisogna cercare quel che agisce in maniera veramente efficace in un ordine più profondo, si tratti di un’azione che si eserciti in senso normale e legittimo, oppure del contrario, come nel caso di cui ci stiamo occupando” (R. Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Adelphi Edizioni, Milano 1982, p. 103, corsivi miei). “Se si preferisce, si potrebbe anche dire che si tratta di unfrutto’ piuttosto che di un ‘seme’; il fatto poi che il frutto stesso contenga dei nuovi semi, indica che la conseguenza può, a sua volta, svolgere una funzione causale ad un altro livello, conformemente al carattere ciclico della manifestazione; ma anche in questo caso essa deve passare dall’ ‘apparente’ al ‘nascosto’” (ibid., nota a pie’ pagina).
[7]  Ivi, pp. 110-111, corsivi miei. Si consideri che la gran parte di questo libro di Guénon è stato scritto intorno al 1945 - si ponga ben attenzione alla data -, vale a dire l’inizio della fase di maggior crescita del sistema-mondo nel già citato libro di Hopkins e Wallerstein.
[8]  P. Virilio, Velocità e politica, cit., cap. 3, della parte terza, pp. 85-101, grassetti in originale.
[9]  Cfr. Ivi, p. 86.
[10]  R. Calasso, La Rovina di Kasch, cit., p. 395.
[11]  “Il bluff atomico degli Stati Uniti non può certo spaventare il popolo cinese. Il nostro paese conta seicento milioni di abitanti [nel 1955] e un territorio grande 9,6 milioni di chilometri quadrati. Quel po’ d’armi nucleari che gli Stati Uniti posseggono non possono distruggere il popolo cinese. Se anche gli Stati Uniti disponessero di bombe atomiche più potenti e le usassero contro la Cina, se anche facessero un bel buco sulla Terra e la riducessero in frantumi, per quanto grandi potessero essere le ripercussioni di un tale atto sul sistema solare, esso sarebbe pur sempre una vicenda di poco conto per l’intero universo”, da Mao’s Selected Works, Xuanji, vol. V, pp. 136-137, “A Conversation between Mao and Finland’s First Ambassador to China”, in G. Frazer - G. Lancelle, Il Libretto nero di Žirinovskij, Garzanti Editore, Milano 1994, Premessa, p. 25. Gli autori del libro appena citato, così commentano questa frase: “Mao aveva certamente idee molto originali” (ibid.). Inoltre, L’imperialismo e tutti i reazioni sono tigri di carta è il titolo del cap. VI del “Libretto rosso” (cfr. Mao Tse-tung, Citazioni. Illibretto rosso”, Newton Compton Tascabili economici, Roma 1994, pp. 31-33).
[12]  P. Virilio, Velocità e politica, cit., p. 118, grassetti in originale.
[13]  Su Talleyrand, cfr. P. Damiano Mori - G. Perich, Talleyrand, Rusconi Libri, Milano 1978.
[14]  R. Calasso, La Rovina di Kasch, cit., pp. 46-47.
[15]  R. Calasso, La Rovina di Kasch, cit., p. 82.
[16]  Ivi, p. 83.
[17]  Ivi, p. 90.
[18]  Ivi, pp. 104-105.
[19]  Ivi, pp. 105-106.
[20]  F. Mowat, Mar dei massacri, Longanesi & C., Milano 1984.
[21]  R. Calasso, La Rovina di Kasch, cit., p. 170.
[22]  Ivi, p. 174, corsivi miei.
[23]  Ivi, pp. 174-175, corsivi miei.
[24]  Ivi, p. 176.
[25]  Ivi, p. 214, corsivi miei. 
[26]  Ivi, pp. 270-271. 
[27]  Ivi, p. 275 (la citazione di Guénon è da Les Principes du calcul infinitésimal, Gallimard, Parigi 1946, p. 39).
[28]  Ivi, p. 284.
[29]  Ivi, p. 286, corsivi in originale.
[30]  Ivi, p. 287, corsivi in originale.
[31]  Ivi, p. 292.
[32]  Ivi, p. 307.
[33]  Ivi, p. 317.
[34]  Ivi, p. 320.
[35]  Ivi, p. 321.
[36]  Ivi, p. 345.
[37]  Ivi, p. 384.
[38]  Ivi, p. 362-363.
[39]  J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 1979 (si ponga ben mente alla data), pp. 29-30, corsivo in originale.
[40]  E. Jünger, Al muro del tempo, Adelphi Edizioni, Milano 2000, pp. 106-107, corsivi miei.  

2 commenti:

  1. Non c'è che dire un'analisi bellissima, anche il libro a cui si rifà sembra una bomba. Per quanto riguarda il momento in cui viaviamo, non resta che aspettare tempi migliori in cui la nostra azione abbia un senso.

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  2. Grazie molte. Una cosa, però, vrrei sottolineare: si veda le date degli scritti citati ... Voglio dire: questa cosa qui ha **radici profonde**, nond a ieri. Il che, a sua volta, ci potrebbe - ma proprio senza nessunissima illussione o proiettando i propri “desiderata”, quel che in inglese si dice “wishful thinking” - far pensare che non può continuare così a lungo, per molte ragioni.

    Se noi vediamo tutti gli indici, scorpiremmo che sia il commercio che gli investimenti non sono un granché, mentre i traffici finanziari non sono mai stati meglio, in effetti ... E questo è il quadro del “dilemma di Triffin”, ovvero “affogare” di liquidità i mercati ma poi tali “liquidi” si trasformano non certo in azioen cocnreta: nei motori a scoppio si chiama questo volgarmente “ingolfare” il motore, questo paragone fa capir le cose bene ...

    Tra l’altro, sempre pensando al fatto che ‘ste cose non è he siano nate ieri, ricordo un altro testo: S. C. GWYNE, “Il mondo sull’orlo del fallimento”, Edizioni di Cmunità, Milano 1987, quarant’anni esatti fa. Narra del pericolo che si corse allora quando l’aumento dei prezzi del petrolio strozzò i “paesi in via di sviluppo”, come si diceva all’epoca.
    E questo fu alla radice di tutti quei fenomeni che si son diffusi in quei paesi, poi alla radice di ciò che - **in futuro rispetto alla data di pubblicazione del libro citato** - si sarebbe chiama la crisi dei “migranti”, di nuovo il presente ha radici vecchie ...

    Tutte queste cose andrebbero studiate **storicamente** che, poi, è il solo modo di capirne le traiettorie ...

    Vi è un’altra osservazione ancora, da farsi: come si cercò di “parare” l’enorme indebitamento che si causò nei cosiddetti - allora - “paesi in via di sviluppo”; si cercò di farlo per mezzo di **politiche restrittive** che **bloccarono** lo “sviluppo” dei “paesi in via di sviluppo”, di allora ...

    Ora la cosa belle è che, per rientrare e “parare” la crisi che si è instaurata dal 2011, nei paesi del Sud Europa si sono usate le **stesse** politiche, “muatatis mutandis”. Il che significa che questo genere di politiche che, negli anni Settanta ed Ottanta, si applicavano nelle regioni **periferiche** del System, poi si sono applicate quasi al centro del Systema stesso.
    Una prima avvisaglia furono gli eventi del ‘92 in Italia e la crisi della lira ...

    Ma il punto è la maniera di reagire, che è simile, con i piccoli ed inevitabili cambiamenti di tempo e luogo.








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