domenica 3 aprile 2016

Su di un interessante recente articolo su “Foreign Affairs”





Le armate dello scià non sono che ombre 
e le ombre non combattono” [1].


L’articolo cui ci si riferisce è a firma di Jacob Olidort, “Theology in Foreign Policy. ISIS in Context”, Foreign Affairs, 29 marzo 2016.

In esso si argomenta, piuttosto seriamente, a riguardo della vera e propria totale incomprensione da parte americana - e direi anche europea (i soliti “europoidi” che vogliono i vantaggi della “protezione” americana, ma senza pagarne il prezzo, e senza dare dei segni di effettiva politica diversa, costitutivamente differente, pensata diversa e che parta da diverse basi) - delle radici della presenza teologica nella politica medio-orientale, dalle radici della Rivoluzione iraniana del 1979 in poi. Tra l’altro, e fa specie leggerlo - perché la fonte è in America, non perché la cosa non sia più che chiara -, si dice chiaramente che è stato un grosso errore, da parte americana, quello di scambiare i mujahidîn afghâni per “combattenti per la ‘libertà’” (qualunque cosa si voglia intendere con quest’ultimo termine, ma proprio qualunque).

In effetti, è così, è stata un’allucinazione. Peccato, però, che sia stata ben seguita e completata da una serie di allucinazioni: per esempio, la Seconda Guerra del Golfo fatta per motivi errati, ideologicamente fasulli, quelli della “diffusione della democrazia” e che, non stanchi di ciò, si è tolto di mezzo degli incontestabili dittatori che, però, fungevano da “filtro”, sporco e mal funzionante, rispetto alla “risalita gastrica” dell’Islamismo integralista e, ormai, divenuto pienamente “jihadista”, di deriva in deriva successiva.

Tu puoi togliere di mezzo i dittatori, nessun problema, ma non è che poi puoi dire: “Eh fate voi, vi abbiamo dato la ‘democrazia’” e aspettarti che accada qualcosa di diverso da ciò che è successo.

Il solo pensare che ci sia stato - e vi sia ancor oggi - chi l’abbia pensato fa capire la totale “bolla speculativa” mentale in cui - e di cui - l’ “Occidente” ha vissuto (e, ahinoi continua, purtroppo, a vivere, male peraltro).  
“L’approvazione dell’imam ad azioni che apparivano agli occhi degli altri ayatollah manifestamente ingiuste e, quindi, non islamiche, non era, in ogni modo, completamente motivata da considerazioni di ordine tattico. Khomeini aveva sempre creduto che l’Islam doveva essere imposto sia con l’esempio sia con la coercizione collettiva. La vita terrena, sosteneva, consiste di fugaci episodi che devono accordarsi con l’eterna verità rivelata nel Corano. Ciò che importa è che ognuno si comporti secondo i princìpi dell’Islam, sia che vi creda personalmente, o che non vi creda per nulla. Invece di creare una società islamica da una comunità che già professava la religione maomettana, qui il processo era invertito: una società islamica doveva essere imposta dall’alto, in modo da rendere gli individui buoni musulmani” [2].

La “lotta interna all’Islâm” è stata - ed è - proprio questa: chi, contro la sfida della modernità - e la crisi dell’Islâm ch’essa inevitabilmente implica -, ha voluto ricorrere all’imposizione statale, ed ecco il punto, e chi, al contrario, vuol combattere con le armi del convincimento, non troppo dissimile a quel che facevano i partiti cattolici qualche decennio fa. In tal senso, si può dire che è l’ Occidente che è cambiato, e non presenta quasi più tali fenomeni.

In Occidente, infatti, la fine del “comunismo” è stata un pessimo affare per i partiti di stampo religioso, perché, improvvisamente, è venuta così a mancare la “giustificazione” per l’esistenza di tali stessi partiti religiosi. L’errore è stato compiuto al principio, “all’inizio”: quello di costruire quel genere di aggregazioni “contro” qualcosa; ma ormai è troppo tardi, le società occidentali son irreversibilmente mutate, ed esse più non accettano certe aggregazioni politiche su basi religiose, come invece facevano un tempo, peraltro non tanto lontano. 

Tutto questo, questo comportamento apparentemente “particolare” dell’Islamismo a rispetto di altre religioni che - tutte - registrano comunque la presenza di un’ “ala integralista”, nasce dal fatto che “la comunità islamica non è una Chiesa, è uno stato” [3].

Questa è una differenza sostanziale fra Cristianesimo e Islamismo, e che spiega tante cose. L’Islamismo nasce come stato; il Cristianesimo lo diventa, per mezzo dell’Impero Romano, verità storica, quest’ultima, che pochi amano ricordare. Quel che ci rimane dell’Impero ci rimane, in effetti, per mezzo della religione cristiana, cattolica e ortodossa, non protestante, che ha “tagliato” quei legami, cosa significativa. Quei legami, tuttavia, sarebbero rimasti, ma “laicizzati”, in Inghilterra, che avrebbe diffuso una parte del retaggio antico-romano al mondo intero.

Succedevano gli Stati Uniti d’America, la cui Costituzione e i “Padri fondatori” si modellarono sulla Repubblica romana, così come l’Impero britannico si modellò sull’Impero romano di una certa sua fase.

Quest’ultimo libro, citato su, è uno dei pochi sulla storia del jihàd in italiano: “In Italia, al di là di saggi che magari utilizzano il termine jihad per introdurre vicende a carattere regionale o tematiche più specifiche, gli unici approcci introduttivi sul significato del termine si devono a Biancamaria Amoretti Scarcia con il suo Tolleranza e guerra santa nell’islam, ricco di testi in traduzione, e a Giorgio Vercellin” [4].

E quest’ultimo scritto, di Cook (non la Premessa all’edizione italiana, appena citata), così termina, in relazione al “jihadismo” militante, ormai a tutti noto (si ricordi che lo scritto è pubblicato in Italia nel 2007, edizione inglese originale dell’anno prima, cosa rara una tale spedita traduzione …), dopo aver introdotto questa parte citando fonti islamiche che parlano del Mahdì in senso islamistico stretto, che poi è la base fondante del “mito” cui si richiamano i “jihadisti”: 
“In definitiva, la visione che del jihad hanno i musulmani radicali globali esige il dominio del mondo. L’islam deve pervenire al suo dominio nella sua totalità, conformemente all’interpretazione fornita dal radicalismo musulmano del versetto del Corano 8:39: ‘Combatteteli, dunque, finché non vi sia più scandalo e l’unica religione sia quella di Allah’. Una visione assolutistica che non vale certamente per tutti i musulmani ma fa vibrare l’animo di molti” [5]. 
Difficile parlar più chiaro, non è vero …

Ma “chi” davvero ascolta, ecco il punto …

Ricordiamoci sempre: “l’Occidentale” critica molto la religione che ha predominato nella sua storia, perché detesta la sua storia, in sostanza non si è riconciliato con essa.

In altri climi culturali e in altre zone del mondo questo non esiste. L’Occidente, roso dalla crisi fiscale, l’Occidente della dittatura fiscale che caratterizza gli stati sull’orlo della dissoluzione, ormai perso completamente come visione, come fiducia in se stesso, come senso di missione, come tutto - che ormai non crede a nulla, in una parola, se non nei sempre transeunti e mutevoli ritrovati tecnologici -, “l’ ‘Occidente’” è del tutto ed assolutamente “impari” (= dispari) alla sfida “generale” che gli viene lanciata. Questo vien detto anche dai partiti “populisti” di oggi ma che ne danno la colpa agli “immigrati” e sottacciono quando anch’essi sostenevano al via che ci ha, inevitabilmente e necessariamente, portato qui dove siamo.

Il rimedio è peggio del male, come si suol dire …

In ogni caso, non è un rimedio, perché è sempre la stessa malattia in altre, mentite spoglie.

Tornando a “chi” ascolta, è chiaro che il sistema occidentale divenuto globale porti alla distruzione e alla dissoluzione il centro stesso da cui è partito. Dunque, un cambiamento che si risolva nel chiudersi in quell’errore o nell’intervenire altrove, e non nel cambiare all’ interno quel sistema stesso, è solo un’illusione che si aggiunge ad un’altra, e la segue; in una parola: è solo un’altra guerra di ombre, e “le ombre non combattono”. 





NOTE

[1] A. Taheri, Lo spirito di Allah. Khomeini e la rivoluzione islamica, Ponte alle Grazie, Firenze 1989, p. 160. Il titolo, “Lo spirito di Allah”, allude al nome di Khomeini, piuttosto raro in terra islamica, “Ruhollah”, letteralmente “lo spirito di Allah”. L’idea di fondo è che “l’Islâm possa risolvere ‘tutti’ i problemi del ‘mondo moderno’”, e che la “Crisi del mondo moderno” (Guénon) nasca dall’allontanarsi dalla religione.
Un esempio di tale tendenza, in abito cattolico, è questo link: http://antoniusaquinas.com/2016/03/20/holy-week-and-the-decline-of-the-west/. Ora, però, questo modo di pensare confonde una fase della modernità, quella del “secolarismo”, con la modernità tout court: vi è stato un tempo in cui l’Occidente era indiscutibilmente moderno e tuttavia religiosissimo. Questa fase, per tutti costoro, è semplicemente incomprensibile: si deve non vederla, sennò l’assunto base del pensiero loro va in crisi. In base a quest’assunto, per tanti l’epitome della modernità era il “comunismo”: l’han fatto fuori e la loro sorte non è che sia radicalmente ambiata, si potrebbe anzi dire che senza dubbio è peggiorata, l’Occidente sta peggio, da tutti i punti di vista, ed è in una crisi sociale irreversibile, che le tirannie fiscali non potranno che peggiorare, che i populismi xenofobi non potranno che ampliare. Ma l’errore sta come sempre a monte: ascrivere al “comunismo” un qualcosa che è proprio alla modernità in se stessa. E, tra le altre cose, le “paure” di ciò che il comunismo avrebbe fatto son la nostra cronaca quotidiana: con la scusa dei problemi di “fiscalità generale”, le famose, fumose “libertà individuali” son sempre più intaccate, se non cancellate.
Secondo punto: quella fase è passata. Fa parte, cioè, del passato, e non di pomodori.

[2] A. Taheri, Lo spirito di Allah …, cit., p. 236, corsivi miei. E aggiungeva i gradi di avvicinamento all’ “eterna verità dell’Islâm”, che dovevano portare al tasdiq: “Ora, il termine ‘tasdiq’ è difficile da tradurre. Esso significa la realizzazione pratica in questo mondo dell’eterna verità rivelata da Allah a Maometto nel Corano. Il regno dell’Islam è di questo mondo e deve essere costruito con la forza, la violenza e lo spargimento di sangue, se necessario. Quelli che son obbligati ad obbedire alle leggi dell’Islam, pur se a malincuore, finiranno per vivere secondo quelle leggi come se fossero una seconda natura. Molti si smarrirebbero e sarebbero perduti se venissero lasciati soltanto alle proprie risorse intellettuali e alla propria forza morale: sarebbe perciò crudele sottoporre quelle anime deboli alla tentazione costante e pretendere che infine non soccombano. Soltanto una piccola minoranza eccezionalmente forte può rimanere pura in un mondo di peccato e corruzione. L’Islam è la corda che impedisce allo scalatore di precipitare nell’abisso, la boa che salva le anime naufraghe dell’universo (ossia la maggioranza dell’umanità) dall’annegamento. E non si tratta di una serie di norme che si possono seguire discrezionalmente; persino quelle opzionali […] non possono essere violate” (ivi, pp. 236-237, corsivi miei). Questo genere d’idee, molto diffuso, però sottovaluta sempre un punto: e se Dio volesse proprio “selezionare” quella “piccola minoranza eccezionalmente forte”? Perché quest’eventualità vien sempre tolta dal novero delle possibilità?  Che debba essere, ovvio, è opinabile; ma che possa essere è, semplicemente, logicamente ineccepibile. Dunque, ammesso che così non sia, ammesso - e non concesso - che Dio non voglia selezionare la “piccola minoranza eccezionalmente forte”, la religione si può rifare stato, soprattutto laddove non ha mai cessato, in realtà, di esserlo: l’Islamismo è il massimo rappresentante di tale corrente, che, però, in forme assai più blande, esiste sotto tutti i climi. Ma è fondamentale l’esser consapevoli della vera distinzione, della vera posta in gioco.

[3]. B. Scarcia Amoretti, Tolleranza e guerra santa nell’Islam, Sansoni, Firenze 1974, p. 14, corsivi miei. Si osservi la data: 1974. In un altro passaggio, la Scarcia Amoretti scriveva illo tempore: “Perché l’Islam venga considerato, in ambito musulmano, un’opzione personale, bisogna arrivare alla Turchia di Atatürk, che fissa limiti fra stato e religione, e più generalmente fra sacro e profano, senza che tuttavia la Turchia odierna si presenti in ciò con caratteristiche vistosamente diverse da altri paesi islamici: il che fa supporre, nel migliore dei casi, un’incomprensione di fondo delle masse nei confronti della ‘riforma’ del Padre della Patria” (ivi, p. 24, corsivi miei).

[4] Premessa all’edizione italiana di R. Tottoli in D. Cook, Storia del jihad. Da Maometto ai giorni nostri, Einaudi, Torino 2007, pp. IX-X.

[5] Ivi, pp. 242-243, corsivi miei. 




22 commenti:

  1. Nello scritto che in seguito riporto, alla nota n° 20, è scritto che: [il mondo tradizionale] si è adattato al mondo che diceva di combattere, per di più pretendendo di cambiarlo “dall’interno”, quest’illusione con la quale si son baloccati per vent’anni [...]" (tratto da http://www.superzeko.net/doc_incanus/IncanusLAffaireDeiPolaires.pdf).
    Qui invece è scritto che: "[...] un cambiamento che si risolva nel chiudersi in quell’errore o nell’intervenire altrove, e non nel cambiare all’ interno quel sistema stesso, è solo un’illusione che si aggiunge ad un’altra".
    Come si conciliano le due visioni? O sono riferite a cose e situazioni diverse (nel primo caso, al mondo tradizionale)?
    Chiedo questo perché mi è parso di capire, finora, che condizione primaria per poter agire è riconnettersi al Centro – e quindi c'è bisogno di una discesa di un Potere spirituale, che a quanto ho capito precede ed è diverso in proporzioni dal Secondo Avvento del Cristo, per intenderci, che opererà poi la trasformazione finale.
    Altrove (http://www.superzeko.net/doc_incanus/IncanusBreviAppuntiSullaPalingenesi.pdf) è scritto che la Guerra dei Trent'Anni fu una svolta per l'esoterismo, in quanto chiuse delle porte, mentre adesso (lo scritto è del 2013) saremmo alle soglie di una svolta in senso inverso: quindi delle porte si aprirebbero.
    Ovviamente dovrebbero prima emergere le forze dissolventi e cambiare le correnti mentali per poter trovare "terreno fertile".
    Mi sto confondendo?

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  2. Eh beh sì, son tutte affermazioni riferentisi a cose diverse, mi par di capire.

    La prima frase si riferisce a quelli, che, del mondo “tradizionale”, son voluti “entrare” nel “Sistema” per “cambiarlo ‘dall’interno’”, cosa impossibile.

    La seconda frase non si riferisce al mondo “tradizionale” invece.

    “Chiedo questo perché mi è parso di capire, finora, che condizione primaria per poter agire è riconnettersi al Centro – e quindi c’è bisogno di una discesa di un Potere spirituale, che a quanto ho capito precede ed è diverso in proporzioni dal Secondo Avvento del Cristo, per intenderci, che opererà poi la trasformazione finale.” Sì ad ambedue.
    Non tanto “precede”, ma “è diverso”, perché qui parliamo **non** della trasformazione “finale”, ma di una trasformazione parziale ed ancor interna alla fase di “passaggio” fra “vecchio” e “nuovo” “Ciclo umano”.

    Per capir questo bisogna chiarire un punto che “si dà” per scontato ma, ovvio, scontato non è affatto: che la trasformazione “finale” TERMINA la fase di “passaggio”. Questa trasformazione “finale” OPERA sì il “passaggio”, ma termina la **fase** di passaggio.
    Qui l’ambiguità è che usiamo la parola “passaggio” per due cose diverse: la parola “passaggio” esprime un cambiamento, ma tal cambiamento mica è detto sia lo stesso … La fase di passaggio è quella per cui, come Achille e la tartaruga, Achille si avvicina ma non tocca mai la tartaruga.
    Il Passaggio “compiuto” nasce sempre per una **integrazone finale** che non si può mai ritrovare sullo stesso piano del **processo** trasformativo stesso.

    Punto tre (“Altrove”): vero, si chiuse una porta. Vero, se ne apre un’altra. Ma è la stessa?? Mica è detto …

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  3. Come sempre chiarissimo, grazie. La risposta mi conforta perché vuol dire che sto iniziando a comprendere, infatti mi sono espresso male con le parole, ma intendevo esprimere quello che poi hai detto tu, infatti mi era chiaro questa ambivalenza d'uso della parola "passaggio".
    La questione dell'"integrazione finale" poi è chiarissimamente espressa in "Liberi di non scegliere" (http://associazione-federicoii.blogspot.it/2016/04/reminder-1-liberi-di-non.html). Tra l'altro questo scritto mi ha fatto finalmente capire perché dia 1 l'integrale della funzione gaussiana (come degli altri integrali che danno 1). Ricordo che passavo il tempo a immaginare il grafico estendersi all'indefinito senza riuscire a "cogliere" come facesse poi a dare un numero intero. Davvero interessante poi estendere tutto ciò, sia nell'ambito individuale che collettivo.

    Infine, che la porta che si apre non sia la stessa di quella che si chiuse, è la cosa di cui nutro meno dubbi, anche per il semplice fatto che non si può manifestare due volte la stessa "possibilità". Da qui la necessità di andare oltre il punto di vista di una particolare forma tradizionale.

    Un ultimo nodo che mi logora invece è questo: "ricollegarsi al Centro" significa altro dall'aver raggiunto il culmine dei Piccoli Misteri (per dirla con Guénon)? Nel senso: chi sta facendo un percorso esoterico che lo porterà a realizzare, appunto, il Centro del suo essere, sarà ipso facto "collegato al Centro" nel senso di cui sopra, o c'è dell'altro?
    In effetti mentre scrivo mi rendo conto che la domanda è molto "mentale" e deriva dal fatto che ovviamente questa consapevolezza ancora non ce l'ho.

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  4. Esattamente è il problema dell’ “integrazione finale”, della quale trattò lo stesso Guénon nel suo “La metafisica del numero. Princìpi del calcolo infinitesimale”, Arktos, Carmagnola MCMXC - oggi lo ritrovi in “Principî del calcolo infinitesimale”, Adelphi, Milano -, problema che, tra l’altro, fu al centro della polemica fra Leibniz e Newton, riguardo la quale ricordo un vecchio testo di G. Colli ed uno più recente, credo del Mulino (qualcosa come “Filosofi in guerra”, mi pare il titolo suo, se non ricordo male).

    Lo stesso Colli, nel testo cui ho fatto riferimento qui sopra, “Filosofia dell’espressione”, Adelphi, Milano 1969 (ma l’hanno recentemente ripubblicato), nella parte finale confuta la definizione di Cauchy usando l’argomento “eleatico” di Achille e la tartaruga (senza rughe né ruchetta, si scherza …).

    In pratica, il meccanismo della derivazione, che è un’approssimazione **successiva**, si avvicina “indefinitamente” (ma **non** “infinitamente, “infinitum secundum quid” e **non** “infinitum absolutum”, distinzione scolastica rimessa in auge da Guénon nel suo “Princìpi del calcolo infinitesimale”) si avvicina “indefinitamente” al risultato. MA, “DE FACTO”, NON LO RAGGIUNGE MAI, PUR AVVICINANDOCISI SEMPRE DI PIU’.
    E spiega benissimo la nostra situazione; in “Liberi di **non** scegliere” c’è l’aspetto più strettamente “economico” (**se** - ammesso e non concesso - si vuol considerare l’economia come luogo privilegiato della storia, il che è un’idea **solo** moderna, e, peraltro, in crisi, perché oggi, anzi, da tempo, l’economico è una gigantesca “simulazione di massa”).


    Alla “fine” il processo di integrazione dà come risultato un numero intero a causa di detto processo integrativo che **non puoi** considerare sullo stesso piano del processo di “approssimazione successiva”, se si vuol evitare l’inconsistenza logica, messa in luce da Colli nel 1969, 1969, non ieri eh. Ed anche questo la dice lunga …


    La ripetizione della “stessa possibilità” è una pura impossibilità. Che poi ci possano essere influenze o filiazioni, tutto legittimo, ma che sia la stessa è semplicemente impossibile. Ci può essere un filo comune, questo sì, ma è altro discorso.


    Che la comprensione richieda tempo, sia detto per inciso, è cosa palese ma, oggi, esplicitamente negata: si pretende di capir tutto ad un primo sguardo, inevitabilmente superficiale, il che vuol dire votarsi alla superficialità, e siamo nell’epoca della superficialità collettiva. Quindi, che tu abbia bisogno dei tuoi tempi va benissimo, è cosa normale, sarebbe strano l’opposto. Oggi pretendono il contrario, ma il risultato, si diceva, è una gigantesca superficialità collettiva, processo terrificante, e molto ma molto “anticristico”, tra l’altro.


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  5. CONTINUA QUI. Che le domande oggi siano “mentali” è, dunque, più che ovvio e son legittime, con l’importante “nota a pie’ pagina” che recita: mai però credere di aver capito bene l’insieme delle relazioni che costituiscono un problema a partire da questo stesso “mentale”.
    E dunque: ‘chi sta facendo un percorso esoterico che lo porterà a realizzare, appunto, il Centro del suo essere, sarà ipso facto “collegato al Centro” nel senso di cui sopra, o c’è dell’altro?’. “Evidentemente” c’è “dell’altro”.

    Ben venga il ritrovare il proprio “Centro”, ottima cosa. Ma, di qui al ricollegamento col Centro che implichi un qualcosa di più vasto, e relativo alla Terra o a un gruppo e/o ad una civiltà e/o a un momento cosmico …: beh, c’è dell’altro.
    In una parola: “non sufficit”.

    Ci si può arrivare molto semplicemente osservando quel che segue: ad un certo punto, secondo Guénon, vi sarebbe stata la “rottura” fra l’Occidente ed il “Centro supremo”, questo lui diceva.
    Dopo questa rottura, però, sono sparite “ipso facto” tutte le forme iniziatiche in Occidente? Certo, sono entrate in crisi, ma non è che siano sparite semplicemente.
    E, fra tutti coloro che si son ricollegati, legittimamente o meno, a tali forme, possiamo noi sostenere che “nessuno” abbia mai raggiunto “il Centro del proprio essere”? Direi di no, deduzione eccessiva dalle premesse date.
    Ma, se così è, se qualcuno, comunque, ha raggiunto “il Centro del proprio essere”, evidentemente questo non ha certo “rettificato” il mondo, non ha certo cambiato le cose, anzi le cose sono andate per la loro strada, e continuano ad andarci: quel che vediamo sotto i nostri occhi sta qui a dimostrarcelo praticamente **ogni** giorno. Se, dunque, così è, “ergo” se ne deve dedurre che, alla domanda da te fatta sopra, **si debba** rispondere: “c’è dell’altro”.
    Dico “si debba” e **non** si possa, è una deduzione necessaria.


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  6. Però "non sufficit" sono *due* parole (si scherza eh!, anzi apprezzo molto la tua ironia, l'umorismo a volte è un vero e proprio segno di garanzia. Anzi scusa se ti ho sempre dato del "tu", ma il mezzo informatico distorce un po' la percezione delle persone).

    La prima metà dell'osservazione mi era ovviamente chiara, non ne avevo mai dedotto la seconda però ('evidentemente questo non ha certo “rettificato” il mondo, non ha certo cambiato le cose'), che pure di per sé è abbastanza evidente!
    Provo a dedurre a mia volta che perciò non basta una intenzione (nel senso proprio di in-tendere, di fare una "scelta elitaria") individuale, ma c'è bisogno di gruppi o almeno di un gruppo di "intenzionati". Ci dovrebbe essere insomma una differenza qualitativa dalla semplice "aspirazione per la Verità" che individualmente si ha!

    Ma quindi, dato tutto questo, la domanda che più semplicemente mi si pone é questa: Come si fa a collegarsi al Centro? O forse l'umano può al massimo invocare l'intervento non-umano, e sarà poi eventualmente il Centro a "intervenire"?
    E che atteggiamento assumere proprio "mo", qui e ora?
    In realtà penso che queste domande verrò a riproportele fra un po', perché non vorrei come l'Ulisse dantesco "bruciare le tappe invece di bruciare il mio orgoglio".

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  7. Nessun problema nel “tu”, non formalizziamoci; poi un po’ d’ironia fa bene, in questa “triste fine del ‘Kali-Yuga’”, come qualcuno (Msr. G.) avrebbe detto (a proposito di P. Le Cour e della sua “fixe” sull’Atlantide “celtica”), e senza scadere nel ridanciano e cioè nel ridere “a forza” per continuare a dormire nelle illusioni. Da notare come la “nostra” epoca sia tanto quella della cronaca nera a iosa che quella del ridere “a forza” per “dimenticare”: tutti fenomeni di “escapismo” collettivo. Forse mai nella storia l’ “escapismo” ha raggiunto tali successi e tanti fasti …

    Eh beh, la seconda osservazione è quella **che non si fa mai**, per la semplice ragione che sta sotto gli occhi: sai qual è il detto, che tu la cosa più vicina è proprio quella che non vedi; devi prendere un po’ di distanza dalle cose per poterle vedere davvero per ciò che sono.
    La tua deduzione (“perciò non basta un’intenzione (nel senso proprio di in-tendere, di fare una ‘scelta elitaria’) individuale, ma c'è bisogno di gruppi o almeno di un gruppo di ‘intenzionati’. Ci dovrebbe essere insomma una differenza qualitativa dalla semplice ‘aspirazione per la Verità’ che individualmente si ha!”) è corretta: è così.

    E qui - qui, **non** sulla mera “continuità” esteriore della “regolarità” - **qui** si vede la crisi, davvero profondissima, delle organizzazioni iniziatiche sopravvissute, in Occidente, dov’è conclamata “beyond any reasonable doubt” - come dicono i “legal thriller” americani (‘ah, quelle ironie’ …) - **ed** in Oriente, cosa che Msr. G. non poteva vedere nei tempi sua.

    E tuttavia, v’è di più: rimando a quell’osservazione “sparsa” qui o là (lì o là …) da G., secondo ‘l qual lo Graal pur non manifestòssi alla Tavola Ronda de lo Rege Arturo, “figuratio sine fulguratione”, nella sua base 12, di un Centro iniziatico “ben costituito” e “completo”.
    IL GRAAL NON SI MANIFESTÒ **MAI** ALLA TAVOLA ROTONDA: “piccola osservazioncina” di poco conto cui poco si pensa. E che apre **un mondo** d’osservazioni e conseguenze plurime “a cascata”, si spera non del Niagara ma Vittoria.

    IL GRAAL FU CERCATO **A PARTIRE** DELLA TAVOLA ROTONDA e su “ordine” di Re Artù (“ARTHUR LATINE SONAT URSUM HORRIBILEM”), MA NON VI SI MANIFESTÒ GIAMMAI.
    Occorrerebbe ponderare (pensare ha la stessa radice di “pesare” dunque soppesare, “sub” pesare) con attenzione questi fatti.

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  8. “O forse l’umano può al massimo invocare l’intervento non-umano, e sarà poi eventualmente il Centro a ‘intervenire’?” Certo, se anche i centri iniziatici non possono “farlo”, “ergo” l’umano può solo “invocare”.

    MA IN-VOCARE (chiamare “IN”) NON È AFFATTO UNA SCIOCCHEZZA, ma RISPONDE ad un atteggiamento CONCRETO e reale. Forse questo “Centro” non interviene perché l’ “in-vocatio” è scarsa e/o insufficiente: altra cosettina cui poco si pensa, dando per scontato che “noi siamo i ‘buoni’” e gli “altri” i “cattivi”, dunque “è tutta ‘colpa’ loro”, come se un pasticcio “globale di siffatte dimensioni” potesse avere come “colpevoli” solo quei cattivoni di Wall Street e le cattivissime “banche”, come se questi ultimi non avessero potuto raggiungere il loro attuale potere SENZA CONSENSO.

    In realtà, il compiacimento è stato “GLOBALE”, il consenso UNIVERSALE. PER QUESTO SIAMO DOVE SIAMO. E le religioni nulla han potuto, quand’anche, ammesso e davvero poco concesso, l’avessero davvero voluto e non, piuttosto, unirsi agli “architetti del Binario” nel perseguire la globale dittatura dell’Unico e Solo Sistema Universale. La “storia vera” del XX-XXI secolo è ben diversa, è la caduta di ogni tentativo - o anche velleità, perché ci sono state velleità a iosa, questo è vero - di “alternativa”.

    Noi veniamo da questo passato, e questo è un “anello” cronologico, e direi logico, decisivo per capire, davvero, il presente, per non stupirsi che un grave lasciato cadere a terra, guarda caso, cade a terra e non vola per aria, per non stupirsi dell’ovvio, come oggi pare tanto diffuso. Quanti cadono sempre dalle nuvole su cui **non** stavano: il loro nome è legione, ma stavano con la testa ben fissa nel terreno invece, e chiudevano gli occhi.

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  9. Che fare, dunque. Punto primo, e, punto secondo, LAST BUT FIRST, non cadere nelle trappole come quella della “difesa” del sistema in dissoluzione (lo è perché non riesce a rodare, non riesce a rimettersi davvero in moto per la semplice ragione che non può “resettarsi”: lo potrebbe se operasse una ridistribuzione interna, cosa impedita dal dominio pressoché totale delle “minoranze egoiste” al suo interno, dominio pressoché totale dovuto alla **tecnologia** moderna, non dimentichiamo).

    La difesa di un sistema in dissoluzione è la *classica* “trappola del ‘tradizionalista’”, e dunque oggi **non* si può essere contro una redistribuzione (che sarà fasulla e fallace, ma ciò non significa che questa fase possa esser evasa o non attraversata).

    Il non cadere nelle trappole è fondamentale. SE unito con un atteggiamento invocativo le cose potrebbero forse davvero iniziare a cambiare. Ovviamente, poi il “fare” non dipende dall’ “uomo”. Ah, quest’ “uomo individuale” in possesso di sé, affrancato dalle pastoie “tradizionali” e ben informato e che decide “razionalmente” (musiche esaltanti di sottofondo d’obbligo ed “acclamatio” a go-go “pour tous”): ah ah ah ah, che barzelletta, la barzelletta moderna, cui NON POSSIAMO proprio credere.

    Il che manco significa che “non si può far nulla”, che è il lato “pessimista” della **modernità stessa** che sempre ha oscillato fra una sopravvalutazione dell’individuo e il nichilismo, due facce della stessa medaglia probabilmente. Se “si” uniscono le due cose come “ivi quivi” suggerito, probabilmente - probabilmente - un “Che fare mo’” lo si ritrova …

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  10. Grazie per la risposta "al cubo", me la sono salvata e sarà oggetto di ponderazione, vista la cornucopia che hai offerto. Spero sinceramente di vederci chiaro e di non incartarmi in "desiderata" vari; vedo pure di approfondire il ciclo del Graal per ricavarne altre conclusioni (o inizi...), che peraltro avevo iniziato a fare qualche mese fa.

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  11. Hai ancora tempo, tranquillo. E ricorda una cosa: come dice il passo di “Mt.” 24: grazie agli “eletti” il tempo sarà abbreviato.

    Cosa **tutt’altro che semplice** da farsi, ma è un “Che fare ‘mo’’”, e qui “Qualcosa è cambiato”, perché vi è stato un lungo, davvero lungo, ma molto ma molto **lungo** tempo nel quale l’idea era di rallentare lo “srotolamento”, che è parso avvenire nell’inizio degli Anni Novanta, ma “les temps netaient pas mûrs” - come si poteva leggere in un vecchio link dei “tempi eroici” del web (inizio anni Novanta, che affermava che cambiamenti sostanziali potessero avvenire solo a partire dalla fine del primo decennio del XXI sec.) -; poi una decina di anni fa, intorno al 2005.

    Ma oggi pare i tempi siano “mûrs” come rotti “murs” e dunque mormorino come marmi rotti. Che cos’è cambiato nel frattempo?? Che il sistema ha una valvola di “discarico contraddizioni”, nei paesi emergenti. Quando questi ultimi han cominciato ad incepparsi, il sistema ha iniziato a rodare a vuoto …

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  12. Stanotte sono stato spronato in questo senso da un sogno, in cui 'una persona a me cara (simbolo del "Centro del mio essere") mi chiedeva se ricordassi il sogno di ieri notte. Rispondo di no e mi dice che ho stabilito un contatto con Wolfram von Eschenbach (che eri tu) e che lui mi ha portato in chiesa (un eufemismo per il Tempio del Graal), e che ciò era successo pure la notte prima. Al che arrivano alcuni del mio gruppo, che avevano ascoltato questo, a dirmi che faccio sogni strani. Loro hanno questo atteggiamento perché sono impauriti dal senso che potrebbe avere questa cosa, visto che non lo riescono ad intuire, e perciò attuano questo meccanismo di difesa "denigratorio". Li rassicuro e sono accomodante con loro.'

    I recenti eventi in Sudamerica (tra gli altri luoghi) perciò andrebbero inquadrati in quest'ottica. In effetti l'ascesa di rappresentanti delle "minoranze egoiste" in paesi come Argentina e Venezuela, e quello che sta succedendo i Brasile, tutti concentrati in un lasso breve di tempo, non lasciava spazio ad altre considerazioni.
    E "rodare a vuoto" significa danneggiato ormai in maniera irreparabile...

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  13. “Rodare a vuoto” significa che non può recuperare le sue finalità, non sa recuperare la prospettiva della “crescita”: infatti, è così, non può. Le “minoranze egoiste” nei paesi “emersi” han fatto in pochissimo tempo quel che l’Italia già aveva fatto in meno tempo rispetto all’Inghilterra, per esempio (rileggevo ultimamente certe affermazioni di Pasolini a tal riguardo).

    E perché il sistema non può più “crescere”? Perché la crescita del debito globale è tanto superiore a quella della capacità produttiva, l’ “età dell’oro” del capitalismo essendo quella in cui il fattore finanziario non superava troppo quello produttivo. Attenzione: il fattore finanziario ha **sempre** superato il fattore produttivo. Solo che, dopo un certo momento, il moltiplicare di crescita della produzione e quello del credito son sempre stati più divergenti.

    E perché il sistema non può non entrare in questa deriva? Perché il profitto che si può trarre per mezzo dello sfruttamento dei produttori diretti ha i suoi limiti, mentre, teoricamente ovvio, la costruzione di una catena di crediti su crediti può non aver mai fine. In teoria, ripeto …

    In una parola: il debito globale, **pubblico e privato**, non può essere pagato salvo due condizioni: 1) esplosione della produzione da sette a dieci volte il livello attuale; 2) blocco o almeno controllo del meccanismo di crescita degli interessi sul debito, perché se, per aumentare la produzione, tu accedi al credito, accendi un altro debito.

    Il denaro misura tutte le merci, ma è esso stesso una merce, tu misuri con un metro che si espande e si contrae. Se noi tutti, cittadini del mondo, andassimo nello stesso tempo a richiedere i soldi che abbiamo allegato al sistema di credito, scopriremmo che non ci sono mai stati.

    Il capitalismo fondamentalmente questo è: si presta ciò che non si ha.

    Possiamo solo drogare il mercato come fanno le “panche” centrali: non c’è altro da fare, siamo in una deriva vera e reale. Ci vorrebbe lo stato che investe allo scopo di controllare la disparità di crescita tra il fattore produttivo e quello finanziario.

    Ti faccio osservare che questo migliorerebbe le sorti dell’impoverita classe media nei paesi ex-centrali del sistema, nessun dubbio. Ma mi chiedo: questi paesi sono il centro del sistema? O lo sono stati? Se la risposta è la seconda, difficile che risolva il problema **anche** in questi paesi, perché occorre avere una disponibilità di denaro che andrebbe scaricata nei paesi poveri, od ormai ex-poveri. Nel mondo d’oggi è ben difficile farlo. Inoltre, non risolverebbe il problema sostanziale, ma migliorerebbe le sorti solo in poche parti del sistema, parti ormai nemmeno più così centrali, come s’è detto.

    Interessante il tuo sogno.

    Sii accomodante, certe cose han difficoltà ad e nell’essere accettate, ben si sa …


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  14. Nella Postfazione, significativamente intitolata “Il pianto di Scipione” - rif. Alla “visione” che ebbe Scipione alla fine di Cartagine e che testimonia Polibio che si trovava, nel 146 a.C., accanto a Scipione stesso (“Mi prese [Scipione a Polibio] la destra, e mi disse: ‘Polibio, sì, ciò è bello [la distruzione di Cartagine]; ma, non so come, ho timore e presentimento che un altro abbia a dare alla nostra patria [Roma] la stessa notizia’” ed ebbe un moto d’intensa emozione) – all’indubbiamente **datato** testo di H. CORBIN, “L’Imâm nascosto”, Celuc libri, Milano 1970 (a sua volta edizione italiana dell’originale francese del **1959**, dunque “datato” per davvero, pur contendo, ovviamente, **corrette** informazioni), P. Flecchia (autore della Postfazione) sottolinea una cosa che oggi si sottolinea poco: quanto sia stato importante l’Islàm per l’ “identità” europea (ivi, pp. 95-97 e 99-100), “identità”, parola sin troppo abusata … Ma è un fatto che sia stato così.
    Giuste anche le osservazioni sulla Chiesa cattolica e il perdurare in essa dell’eredità romana specifica. E ch’essa, in sostanza, in modo solo **parzialmente** consapevole, però – e questo è importante - ma non lo dice Flecchia … - ha impedito una “deriva” simil-islamica in Occidente. Fin ora, ovviamente …




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  15. Vediamo il passo, cui si è fatto riferimento qui sopra: “Un breve excursus basta a provare la funzione determinante dell’Islam nella storia dell’Occidente. E’ l’Islam che crea l’Europa, poiché è la sua presenza ch rompe sé stessi. Senza l’argine islamico l’occidente non avrebbe mai acquistato conoscenza della sua specificità. Opposto ma anche identico, l’Islam delle origini trasmette all’occidente, con molta sapienza greca e indiana, lo strumento principe della dominazione europea: il concetto di tolleranza, completamente sconosciuto alle altre culture. Prima dell’Islam la cultura vincitrice o ignorava la cultura vinta o la inglobava con il massacro. Mancava l’elemento mediatore tra l’indifferenza e il massacro: la tolleranza, come evidenzia in ‘Tucidide – Guerre del Peloponneso’ il dialogo tra gli ateniesi e i meli. […] Con l’avvento dell’Islam lo spazio del ‘politico’ è assorbito nello spazio del ‘religioso’. […] Ai dominati [da parte della prima espansione islamica] è sempre concesso un tempo per riflettere e meditare” (P. FLECCHIA, “Il pianto di Scipione”, Postfazione in H. CORBIN, “L’Imâm nascosto”, cit. nel Commento qui sopra, pp. 96-97, corsivo in originale). Questo il passo dove spiega la relazione **necessaria** fra l’autocoscienza occidentale e l’Islàm, senza il quale non vi potrebbe essere “l’Occidente” in alcun modo.

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  16. Ed argomenta meglio il fatto come proprio la Chiesa cattolica sia stata il “baluardo storico” **non tanto** contro il Giudaismo, ma effettivamente contro l’Islàm, pur sempre necessario come strumento che, negato, fa sì che si abbia l’ “autocoscienza” di se stessi: “La chiesa cattolica è in tutto e per tutto la continuazione dell’impero romano: una struttura di dominio che si tramanda e racconta, autopossedendosi attraverso la propria storia, ma proprio in quanto istituzione storica, costretta a misurarsi con la propria storia. Costrettavi perché il confronto tra i suoi programmi e le sue azioni istituzionali è chiaramente presente e imposta anche agli agiografi. Ne discende che papa Borges e non San Francesco è la vera forza della chiesa, poiché anche papa orgia si pone entro la chiesa, ad ammonire circa la possibilità di errore, molto più chiaramente del santo. Struttura che si tramanda e legittima – come ogni istituzione storica – solo attraverso la propria azione, la chiesa cattolica deve farsi carico non solo ‘anche’, ma ‘soprattutto’ dei propri errori, magari attraverso l’azione dei propri avversari, magari contro voglia, ma deve. Nulla di tutto questo nell’Islam, chiesa senza istituzioni” (ivi, p. 98, corsivo in originale). La Chiesa, quando fa storia di se stessa, è **costretta** a prender atto della distanza fra i programmi e le concrete azioni istituzionali. In tal senso, si dimostra come un pontefice di nome Francesco, di fatto, agisca in senso di rafforzamento dell’immagine della Chiesa stessa, mentre un pontefice ben più consapevole della mai definitivamente colmabile distanza fra i programmi e le concrete azioni istituzionali, come Benedetto XVI, sia stato l’unico, dopo tanti secoli, a dimettersi dal proprio ufficio istituzionale. Quali che ne siano state le intenzioni momentanee, il suo è stato un gesto **enormemente** “profetico”, nel senso cristiano del termine, come a dire che la distanza fra i due poli non sia mai realmente colmabile. Ma, d’altro canto, se non vi fossero ambedue i poli non vi sarebbe più la Chiesa che, davvero – non certo “in tutto e per tutto”, come dice Flecchia, affermazione eccessiva – è **in parte**, solo parzialmente, l’erede dell’Impero romano. Seppur solo parzialmente, però lo è davvero. Ed è quest’eredità che collide con l’Islàm, **non** la parte comune monoteistica, a Cristianesimo ed Islamismo, questa parte comune, invece, permette l’interazione. Altamente significativo come Averroè fosse rifiutato dal copro principale dell’Islamismo, venendo relegato in una sua variante minoritaria e specificamente occidentale, mentre, nell’Occidente cristiano, egli esercitasse un’influenza enorme, pur contrastato, ma l’esercitasse; nel mondo islamico, invece, l’influenza di Averroè fu sempre bassa. Ma è un “caso” che Benedetto XVI fosse il pontefice più “sensibile” alla “sfida islamista” e che più metteva l’accento sulle radici **culturali** dell’Europa … Non lo è di certo …

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  17. Quando la Chiesa cattolica comincia a decadere, allontanandosi sempre più dalla sua matrice romana, consapevolmente o non, **comunque** l’Islàm rimane il “polo” dell’auto conoscenza che l’Occidente ha di se stesso. “Tra il 1600 e il 1700 l’Islam assurge a polo di riferimenti culturale attivo, perché figura nel destino che attende l’Europa. Contro questo destino di assoggettamento […] la chiesa cattolica era ormai impotente a lottare [e d’allora in poi lo è rimasta impotente, al massimo ha potuto combattere duramente il “comunismo” e più blandamente il nazismo, vale a dire lotte **interne** alla modernità, ma come aiuto e sostegno, non più attivamente, direttamente, come lo fece contro l’Islamismo, e questo è stato un “cambio di corrente” storica dei più fondamentali; nota mia], ma la cultura europea possedeva una storia ritrovata, nella quale s’identificò: la classicità: vicenda eminentemente politica mediante la quale l’occidente poté isolare l’esotismo islamico, e combattere e sconfiggere l’incalzante tirannide, come ci documentano le opere dei grandi pensatori della libertà d’Europa: Machiavelli, Montaigne, La Boétie, Montesquieu. Quest’estraneità dell’Europa all’Islam è dunque un’estraneità conquistata e voluta, a partire da una comune conoscenza e coscienza […]. Despoti cristiani e mussulmani faranno spesso lega vicendevole e profittevole contro confratelli in religione, e il mercante europeo e il mercante mussulmano s’incontreranno sulle stesse rotte, ora concorrenti spietati, ora profittevolmente soci: nello ieri come nell’oggi, per le spezie come per i petrodollari, tanto che un notevole studioso islamico ha potuto affermare giustamente che solo una serie di fatti meramente contingenti ha fatto nascere in Europa e non nell’area araba l’industrialismo, i cui presupposti esistevano in entrambe le culture” (ivi, pp. 99-100, corsivi in originale).

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  18. “L’angoscia della coscienza storica che, davanti al procedere irreversibile del tempo, antivede l’irreversibile sconfitta, ci è raccontata dal pianto di Scipione davanti a Cartagine sconfitta. Vero o falso che sia, pochi racconti esprimono altrettanto compiutamente la coscienza laica dell’agire politico. Atteggiamento degno di assurgere a fondamento della moderna coscienza libertaria [ma *non* l’ha mai fatto perché **non può** farlo, essendo comunque il liberalismo un’ideologia storica e, come tutte le ideologie “storiche”, in cerca affermazione sul palcoscenico della storia stessa; nota mia], il pianto di Scipione è il pianto del guerriero che riconosce l’inutilità della guerra, perché la vittoria militare – a differenza del selvaggio e del barbaro – non garantisce e no prova nulla, o meglio prova solo che a distruzione seguirà distruzione fino a quando Roma, tutte le ROMA dell’uomo periranno, l’UOMO stesso perirà. Per misurare in tutta la sua portata e significati rivoluzionari il pianto di Scipione, dobbiamo paragonarlo al grido dell’ ‘Ecclesiaste’: ‘tutto è vanità polvere eri e polvere ritornerai’, dal quale, e sfruttando il quale, discendono e si sono affermati tanto l’Islam che il cristianesimo. Qui il grido è levato solo per spaventare, perché chi lo leva sa, e vuole insegnar agli altri, che, oltre la polvere del tempo, esiste uno spazio sottratto e garantito. […] Smuovere e stornare l’uomo storico dalla storia verso un qualche paradiso perduto, ecco che cosa si propone il terrorista religioso [e torniamo a Hasàn-i Sabbah, ma sulla “natura” di detto “Paradise The Lost” verte la differenza …; nota mia]. Operazione non facile però, perché il tempo della storia è il tempo tragico di Scipione: anche dalla parte dei vincitori [ed ecco il punto vero, difficile; nota mia]. Non basta minacciare e promettere; affinché s’instauri il tempo liberato della metastoria, bisogna innanzitutto sconfiggere questa visione tragica della storia producendo gli opportuni rimandi e categorie, mediante le quali de significare i fatti come fatti, e recuperare la stessa storia contro la storia. Ed ecco il cristianesimo recuperare la storia di Roma e fonderla con quella degli ebrei” (ivi, pp. 102-103, corsivi in originale).

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  19. Trattando del conflitto fra “libertà del popolo” e “sistemi dogmatici” di qualsiasi tipo, non solo politici ma anche religiosi, così continua: “Conflitti che discendono certamente dalla questione principe: la questione sociale, che l’uomo della storia ha cercato in moti modi di risolvere, ma gli è sempre mancato l’elemento tempo, perché incalzato da continue mutazioni culturali. Quale che ne sia la soluzione, noi riteniamo che non esista una formula univoca e generalizzabile” (ivi, p. 105, corsivi in originale). Per poi così concludere: “Ciechi schemi messianici che lottano per il dominio, essi vivono si duplicano però nell’uomo stesso, dalla sua ferma volontà di non porsi davanti al muro di Cartagine, di non riascoltarsi nel pianto di Scipione, solo al quale riferiti noi potremo rovesciare il potere, liberarci dallo sfruttamento, per passare nel paradiso, che è già qui e ora, solo che ci si sappia riconciliare con la vita: accettare il male del vivere” (ivi, pp. 104-105, corsivi in originale).

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  20. Invece non è questa la via, la Via è un “pianto di Scipione” generale, la **consapevolezza** - ma vera, niente chiacchiere o propaganda, please – che non vi son né vinti né vincitori, e che il “Regno di Dio” **non è** di questo mondo …. **Non** la coscienza cosiddetta “libertaria”, un’altra foglia di fico, non certo il mero sapere che la guerra “porti distruzioni” e che la si pagherà, prima o poi: questo lo si sa stra-super-benissimo, e **nulla** mai ha potuto di vero, di reale.
    Sciocchezze! Bagattelle inutili!
    Qualcosa di ben più grande occorre “vedere”, che la **posta in gioco** non conta più, **non** una questione di meri “mezzi”, ma di **fini**, i fini si stanno svuotando di senso. E si svuotano di senso.
    E il “pianto di Scipione” collettivo non è certo la mera comprensione che “Gli imperi nascono. Gli imperi muoiono”, pur essendo **anche** questo, senza dubbio.
    Il “pianto di Scipione” collettivo è comprendere, sapere - non a parole, ma sulla propria pelle -, che non vi è soluzione alla storia sul piano del problema stesso, cioè della storia stessa, che qualunque siano le combinazioni che noi possiamo fare, non approderemo mai alla risoluzione, che la vicenda stessa dell’ “Uomo” è al termine, che tutto cadrà a pezzi perché è un vuoto guscio; è la consapevolezza del “figliol prodigo” – ma senza **nessuna** “morale” … - che un percorso si è concluso.
    Per sempre.
    E: “Non vi è città che non distruggeremo prima del Giorno della
    Resurrezione o che non colpiremo con severo castigo; ciò è scritto nel
    Libro.” (“IL CORANO”, SURA 17, “Isrà’ (Bani Isra’il)”, vs. 58).

    La storia, non si spiega pienamente, né si salva, con la storia stessa. E’ dismettere i miti storici, tutt’altro che miti ma ben aggressivi, come ben sappiamo, siano essi di uno pseudo paradiso “hic et nunc” (qui-ed-ora) come di false “libertà” che forgiano le più dure catene che mai siano state forgiate: quelle gradite all’uomo stesso: le catene del sogno sono praticamente infrangibili, proprio quelle costruite di sputo di rana e di alito di pipistrello.
    Vi è sempre stata, e vi è ancora, “un’altra cosa”, un’altra “mutazione culturale”, vi è sempre una “via di fuga”. No. L’uomo deve affrontare il peso – enorme – degli errori fatti, il fatto che “anche chi vince, piange” (“Tao Tê Ching”) - e non lo fa solo e soltanto perché sa che, poi, a sua volta perderà -, e donarlo, al Trascendente: non lo possono far tutti, ovvio, ma **questo** è il compito, vero, dell’ “élite”.
    Quando non vi è più “un’altra cosa”, quando non vi è più un’altra “mutazione culturale”, quando non vi è più una “via di fuga”, allora – e solo allora – la storia finirà.

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  21. E dunque, la “Grosse Coalition” Usa-Russia si sta costruendo, sembrerebbe - come disse “qualcuno”, “illo tempore” ...

    Solo che, questo stesso “qualcuno” legava tutto questo ad un “signum” preciso; per dir meglio, considerava questo un “signum” preciso ...




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