sabato 25 giugno 2016

Nietzsche sull’Europa e sulla “malattia della volontà” che, già nel XIX secolo, la colpiva





Nietzsche parlava della “malattia della volontà” (volontà che, secondo Colli, è, comunque, un costrutto “secondario” rispetto alla “conoscenza”, costrutto “primario” perché in ogni caso “rappresentazione” e, poi, “espressione”, quindi costruzione “razionale”: solo il “mistico ‘contatto’” è per lui primario: conseguentemente, si vive nel passato e del passato, di qui la sua svalutazione della storia, che è un suo punto molto ma molto debole, dove anche lui è divenuto “attuale”: la sua epoca, che perdura oggi, è quella del “rifiuto della storia”, segue alla “superstizione della storia” ma è anche peggio di quest’ultima: in realtà, noi viviamo del passato, le espressioni del passato costituiscono la trama del presente, e riconoscerlo implica che, se il passato non lo conoscerai mai davvero, ma conoscerai solo le sue espressioni, ciò è altrettanto valido per il presente, ecco la cosa dura da comprendersi; e solo la “mistica”, intesa come percezione del mystèrion del contatto diretto ti fa conoscere le cose per-cià-che-sono-davvero [1]).

La “malattia della volontà”, secondo Nietzsche, toccava massimamente l’Europa del suo tempo, il XIX secolo.

Essa si manifestava come “volubile scetticismo che balza impaziente e cupido di ramo in ramo, ora invece mostrando un aspetto torvo come quello di una nube sovraccarica di punti interrogativi” [2].


Così poi procedeva:

“La malattia della volontà non si è diffusa sull’Europa in guisa uniforme: si manifesta con maggiore imponenza e molteplicità d’aspetti laddove la cultura è già da lunghissimo tempo di casa, scompare, invece, nella misura in cui ‘il barbaro’ persiste - o torna - a rivendicare il suo diritto sotto le vesti ciondolanti della propria educazione occidentale. E’ infatti nella Francia contemporanea […] che la volontà è ammalata in maniera veramente grave; e la Francia che ha sempre avuto la magistrale abilità nel trasformare radicalmente i più esiziali rivolgimenti dello spirito [geist, nel senso di spirito come “mente” o “pensiero”, nota mia] in qualcosa d’incantevole  d’ammaliante, mostra propriamente oggi, come scuola ed esposizione d’ogni magia della scepsi, la sua preponderanza culturale sull’Europa [in tal senso, essa sarebbe divenuta, non per caso, ancor più dominante nel secolo successivo ed in questo; nota mia]. La forza di volere, e di volere, in verità, a lungo una volontà, è già un po’ più accentuata in Germania, e al nord ancor più che al centro; notevolmente più vigorosa in Inghilterra, Spagna e Corsica, connessa, laggiù, alla flemma, quaggiù, invece, a teste dure - per non parlare dell’Italia, che è troppo giovane per sapere già quel che vuole, e che deve prima dimostrare se sa volere [oggi lo sappiamo bene: non sa volere, nota mia] -, ma è assolutamente rilevante e sorprendente in quell’immenso impero intermedio in cui, per così dire, l’Europa rifluisce verso l’Asia, in Russia. Qui da gran tempo la forza del volere si è raccolta e accumulata, qui la volontà attende - chissà se come volontà di negazione o d’affermazione - minacciosamente il momento in cui verrà scatenata [la Rivoluzione del 1917, qui Nietzsche fu buon profeta, anche se fu “volontà di negazione”: nota mia], per mutuare dai fisici contemporanei il loro termine preferito. Non soltanto potranno rendersi necessarie guerre in India e complicazioni in Asia, affinché l’Europa venga liberata dal peso del suo più grande pericolo, ma occorreranno rovesci interni, lo smembramento dell’Impero [russo] in piccoli corpi e soprattutto l’introduzione dell’ imbecillità parlamentare, compreso l’obbligo per ognuno di leggere a colazione il proprio giornale. Non dico questo auspicabile: a me starebbe invece a cuore l’ opposto - cioè un tale aumento di minacciosità della Russia, da far sì che l’Europa si sentisse costretta a decidere di divenire anch’essa ugualmente minacciosa, di acquisire [corsivo in originale], cioè, una volontà unica [corsivo in originale], mercè l’intervento di una nuova casta dominante l’Europa, di una durevole, tremenda volontà propria [che l’Europa come Europa non ha per niente], in grado di porsi mete al di là dei millenni - affinché finalmente la commedia, protrattasi anche troppo, della sua congerie di staterelli nonché la molteplicità dei suoi velletarismi dinastici e democratici giunga infine a un epilogo [epilogo che, ancor oggi, nel XXI sec., manca … !!]. E’ passato il tempo della piccola politica: già il prossimo secolo porterà con sé la lotta per il dominio della terra - la costrizione [corsivo in originale] alla grande politica” [3].

Ora si guardi l’Europina di oggi: che cosa mai essa è se non il miserabile sconcerto delle piccole nazionucole, topi che squittendo, credono di ruggire? E cioè proprio quel che Nietzsche tanto detestava (e ne dava la colpa storicamente sì alla Francia, ma, culturalmente - per lui molto ma molto più grave - alla Germania)? 
Vero si è che la “cura” di Nietzsche - “War, War and still War” - è miseramente fallita, ma stavolta è stata la “pace” ad illudere i popoli europei, che stan tornando massivamente alla loro malattia di nascita, ovvero quel che Nietzsche tanto detestava.


Dunque altro che “grande politica”, forse un po’ nel XX secolo s’è vista, siamo infognati - e profondissimamente - non solo nella piccola politica, ma nella politica piccola piccola, “meschinismo” all’ennesima potenza!!


Dunque la guerra non cura.
Ma neppure la pace.

“Che fare”, quindi
Ai poster l’ardua risposta, e si spera non sia una risposta style Adua … Anche se di Adua ce n’è stata più d’una ed anche molti ambaradàn …








NOTE

[1] “L’arbitrio della conoscenza interiore annullato dalla collettività”, G. Colli, La ragione errabonda. Quaderni postumi, Adelphi Edizioni, Milano 1982, p. 116.
Ecco ciò che Colli pensava del cristianesimo: “Oggi il cristianesimo è rivalutato dal fatto di esser qualcosa di antico, almeno nella sua parte mitica <e mistica>, in ciò che di esso appare più estraneo. Del cristianesimo Nietzsche combatté la parte ancora moderna, quello che vi è di scatenante sul terreno dell’azione. E in genere - intendendo i termini in senso elevato - ogni conservazione è sacra e ogni novità nefasta (anche quando il conservato è fasullo), e questo perché la conservazione è naturalezza, la novità è ipocrisia. La fede nella novità, nella distruzione, era ancora viva in Nietzsche, ma ora che tutto è stato distrutto, non ha più ragion d’essere neppure nella prospettiva storica. Su un piano teoretico più alto poi è giusta solo una posizione conservatrice, perché il mondo in cui viviamo <ogni mondo> non è altro che ripercussione del passato. […] Tutto quello che accade è l’apparenza di un passato, ogni passato è l’apparenza di un anteriore passato” (ivi, pp. 540-541, corsivi miei).
“Ricetta per diventare un filosofo: Scegliere per tempo i propri maestri (ma il fiuto dev’essere innato) - pochi. E inoltre tenerseli stretti per decine di anni” (ivi, p. 458). La seconda cosa manca singolarmente oggi, per causa della “malattia della volontà”, non solo per questa causa, ma essa vi gioca senza dubbio un ruolo fortissimo e preponderante. “L’intervento dell’etica in filosofia segna l’inizio della decadenza. Socrate. Platone. Upanishad. Buddha” (ivi, p. 486). Altrove però dice: “La filosofia occidentale non dispone, nel suo nascere, di un’opera paragonabile alle Upanishad indiane. Le prima espressioni filosofiche dei Greci sono troppo fortemente dominate dalle personalità dei loro creatori, e si differenziano tra loro con vivacità. La tradizione, poi, non ha rispettato la preminenza dei fondatori; e si vuol trovare un blocco dottrinale - tramandato compiutamente - che stia alla base, bisogna discendere nel tempo sino a Platone. Ma Platone si accompagna ad Aristotele, e i due filosofi accennano ad una frattura originario del nostro pensiero. Non così in India, dove le Upanishad si presentano all’inizio come un insegnamento compiuto, che impone il rispetto alla tradizione. In una visione non agonistica della vita non interessa la persona del maestro, ma la sua parola. La verità cancella il suo scopritore. […] Da questo corpo splendido prende inizio la filosofia indiana, e […] rimarrà sempre, in questa civiltà contemplativamente statica, l’elaborazione di un germe tratto dal tesoro delle Upanishad” (ivi, p. 116).
Ed anche: “Filosofo è chi ha il gusto dell’enigma. Lo schiaccianoci di Nietzsche” (ivi, p. 486).

[2] F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi Edizioni, Milano 1968 e 1977, p. 114.

[3] Ivi, pp. 114-115, corsivi miei.  









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