giovedì 17 novembre 2016

Il “bignamino”, parte 2





Parliamo di “de-globalizzazione” – come qualcuno l’ha chiamata (cfr. http://cassandralegacy.blogspot.it/2016/11/trump-on-way-to-scenario-3.html), in continuità – di riflessioni – con il precedente post (http://associazione-federicoii.blogspot.it/2016/11/il-bignamino-della-storia.html).  

“Personalmente” mi son sempre opposto a tutto questo: opposto alla “globalizzazione”, all’introduzione dell’Euro (il Marco – “Deutsche Mark”, of course - mascherato), ed ora tocca opporsi alla de-globalizzazione – chiamiamola meglio: la re-nazionalizzazione alias il “ritorno” (il tentativo di ritorno … falso come tutti i “ritorni”) alla situazione di prima della Prima Guerra Mondiale[1].
La “resistibile ascesa” della “globalizzazione” si è mostrata per quella ch’essa è. E che, sia detto per inciso, fu predetta non poter essere che tale.
E non ci vuol “gran genio” né chissà quale laurea in qualsivoglia studi sociali per rendersi conto che anche la re-nazionalizzazione avrà lo stesso effetto – mutatis mutandis. Essa, cioè, avrà successo, ma il suo successo accrescerà il cammino verso la dissoluzione …
I cosiddetti “valori occidentali” – ormai cocci dentali (e cossi addentanti) – non son più, e da ormai molto ma molto tempo, che simulacri.
Infatti ormai è chiaro, il “discrimen” è chiaro, è quello fra il “trumpismo” – e varianti (fra cui il “putinismo”) europee – e la residuale corrente “globalizzante moderata” (della quale il recente articolo scritto in comune da Obama e dalla Merkel è un esempio evidente) non può che rafforzare la tendenza “renazionalizzante” oggi sempre più predominante.
Sbagliano profondamente nel non esser capaci di vedere il fallimento – profondissimo – di ogni “inclusività” nella globalizzazione, nel fissarsi sui valori “democratici”, appassiti ed impotenti a fronteggiare la forza potentemente perturbatrice che la globalizzazione, in effetti, è, quindi – conseguentemente – nell’accontentarsi del vuoto, vacuo, inutile riformismo che non sa cercare altro se non una “globalizzazione dal (cosiddetto) ‘volto umano’”.
La globalizzazione non ha un “volto umano”, non può averlo, perché trattasi di null’altro se non dell’ulteriore protendersi di quel sistema-mondo nato molto tempo fa – l’ultima fase di quel sistema.
In ogni caso, tuttavia, nel criticare la varie forme del (cosiddetto) “trumpismo”, hanno ragione nel dire che non funzionerà perché indietro non si può tornare.
Verissimo. Nessun dubbio al riguardo.
Ma vi è un’altra eventualità: che i due gruppi, seppur nessuno davvero la possibilità di un uppercut alla prima ripresa e di un knock-out alla seconda o terza, si esauriscano fra loro - in una vana lotta. Ovvero si vada verso la dissoluzione. Non han tenuto in alcun conto di questo punto, nessuno ne tien conto davvero.
Eppur è il più semplice, il più facile a vedersi.
Non appare, infatti, una forza decisiva in nessuno dei due gruppi, ognuno dei quali corredato dalle rispettive lobby (per favore, però, non si dica che le lobby le aveva la sola Clinton, certe cadute di stile son davvero risibili, come i complottisti tristi usano fare).

Per capire davvero questi fenomeni bisogna sapere che vi son sempre due tendenze, non una sola, non solo quella che “ci piace a noi” e, dalla loro interazione, ne nasce una terza: il “risultato” è quest’ultima terza cosa, che, a sua volta, diverrà generatrice di una contro tendenza, che genererà un altro risultato. E via dicendo.  
Un qualsiasi piano che possa sperar d’aver successo deve sempre tener conto della resistenza verso di esso.

Andrea A. Ianniello





[1] Vi son vari link su questo blog a tal proposito, come pure un vecchio scritto del 1998 (anno in cui entrò in vigore quella zona di “cambio fisso” che è, dal punto di vista della dottrina economica moderna) contro l’Euro.
Quindi sul piano dell’esser nemico dell’Euro, lo son sempre stato, ma non per nazionalismo. Tra l’altro, voler uscire dall’Euro con un referendum è sbagliatissimo, in quanto accadrebbe che, chi ha la valuta, sottragga forti somme per mantenerle in Euro che, ovviamente, diverrebbe la valuta forte.
Ma non facciamo fantapolitica, beviamo aranciata, in quanto le cose andranno per altre vie in quanto sono a rischi d’uscita dall’Euro non Italia o Grecia, ma Francia o Germania … On verra, e l’anno prossimo, a breve … 





11 commenti:


  1. Per quanto, dunque, il cavallo di rincorsa abbia deciso d’intervenire nelal corsa (http://associazione-federicoii.blogspot.it/2016/01/il-cavallo-di-rincorsa.html), questo momento **non è ancora venuto**, si deve decidere il punto centrale in esame in questo post ....




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  2. La lotta fra lo “shale oil” e l’Opec intanto continua, vi son vari link al riguardo ...

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  3. Si osservi questo video, del lontano ***1984***, Iron Maiden - 2 Minutes To Midnight (Official Video) - https://www.youtube.com/watch?v=9qbRHY1l0vc.

    Vi si vede l’Occhio di Horus - famoso - ma è “preveggente” (**non** “profetico”), in quanto fa vedere una sorta di “ribellione (tele)guidata” - da qualche scemenza marxista, come sic redeva in quei tempi - per la “presa del potere globale”.

    Ora però, in quei tempi - *anche** per le sciocchezze marxista (o **pseudo** tali, dicamo marxista ma non necessariamente marxiane), che si **credevano** di poter attentare alla stabilità sistemica ma che, proprio il video, fa vedere com’erano manipolate (ci si riferisce alle sciocchezze marxiste, il cui spaventapasseri ancora gronzola per metter “paüra” alle tonnellate di gonzi che rimpinzano il mondo come un ano dopo una luculliana manducata) - ora erò, in quei tempi, era Virtualmente e Realmente **impossibile** che ciò potesse accadere.

    Si pone la semplice questione: non è “Ora” quel momento? Quando sembrerebbe non possibile?

    In effetti, proprio la presidenza Trump segnala **una spaccatura** all’interno del “Gotha” della pseudo ed anti “élite” che domina il globo.

    Ci “Si” può attender, dunque, una “presa del potere”, ci si chiederebbe adunque ...

    Che i tempi, stavolta, sian matüri, beh, è davvero evidente in quanto ***nessuno*** può, **davvero** e non achiacchiere, prender in mano e portare avanti - non con nostalgie del vecchio nazionalismo “pre” Prima Guerra Mondiale - la **crisi della “globalizatia”** “in” cui e “di” cui viviamo e siamo ...

    Questo è “signum” importante.

    Ma da solo, come sempre (“same as it ever eas”, Talking Heads, “Once in A Lifetime”), “non sufficit”, non basta.

    Urga una de-cisione che in-cida e cambi il fulxus della corrente.

    Ai poster l’ardua lardosa responsa ...



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  4. https://associazionefederigoiisvevia.wordpress.com/2016/12/16/non-piu-copertine-pero-ancora-immagini-da-un-vecchio-libro-di-frye-ed-una-che-cita-un-passo-dai-testi-dei-yezidi/

    https://associazionefederigoiisvevia.files.wordpress.com/2016/12/quasi-demoniaco.jpg

    https://associazionefederigoiisvevia.files.wordpress.com/2016/12/frye1.jpg




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  5. https://associazionefederigoiisvevia.wordpress.com/2017/01/01/ascolta-sinistra/

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  6. Da ‘“Listen Liberal”: What’s the Matter with the Democratic Party?’ (April 18, 2016 by Jim Miller), link:
    http://sandiegofreepress.org/2016/04/listen-liberal-whats-the-matter-with-the-democratic-party/, recensione a “Listen Liberal”, di Frank, che in Italia potremmo tradurre “Ascolta sinistra” (ma non ascolta né ascolterà):

    “Frank argues that the Democratic Party, in absorbing legions of self-satisfied professionals, has shed its New Deal mantle and come to disdain the manual class for its inability—or worse, unwillingness—to adapt to a new economy built on education, technological innovation, professional associations, and disposable capital. The creative class’s philosophical convictions include a hazy, Utopian fantasy of all technical and economic problems magically solved. This is a very different idealized future from the class-less, poverty-abolishing dreams of the old-school New Deal Democrats.
    The Democratic Party’s current leaders are in the grip of an uncharacteristically anti-government fever. They favor tax and trade policies that foster technological innovation and business start-ups that will, they believe, establish a spectacular meritorious economy with jobs for all—all, that is, who are adequately prepared to fill them.
    Their idea that this rising tide of technological innovation will lift all boats generally goes unquestioned. But Frank peels away the fatuous Platonic sales talk to reveal that this is just the latest rationalization of capitalists trying to dismantle a system that imposes regulations and taxes on them.”







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  7. Sempre dalla recensione di J. MILLER al libro intitolato “Listen Liberal”, di T. FRANK, il cui link è stato riportato appena qui su:

    ‘The only problem in education, for the professional crew, is that it is “not meritocratic enough.” Thus all that needs to be done is bust the teachers’ unions (whose sin is their outdated belief in solidarity), open charter schools, test our kids to death, give tax breaks to “innovators,” and make sure that the cream that rises to the top is “diverse” in nature.
    Put another way, when neoliberalism meets superficial identity politics you get corporate liberalism that talks about breaking the “glass ceilings” for a handful of women and people of color in board rooms and government while it blithely promotes trade deals like NAFTA and TPP along with deregulation and bad government policies that lower the floor for the majority of folks at the bottom and hurts the very people the party claims to represent. Hence, as Frank observes of the Clinton years, “What the poor get is discipline; what the professionals get is endless indulgence.” Or later of Obama’s economic advisors, “Thus did the Party of the People turn the government over to Wall Street in the years after Wall Street had done such lasting damage to . . . well, the people.” ’



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  8. Ancora dal link appena qui su riportato: ‘In perhaps the most interesting section of the book for those already familiar with the rise of the Democratic Leadership Council (DLC) in the eighties and nineties, Frank locates the beginning of the party’s shift away from the New Deal to the period “between ‘68 and ‘72” when “unions lost their position as the premier interest group in the Democratic coalition.”
    Frank adeptly points out that the reforms of the McGovern Commission in 1971, “which seemed to be populist” on the surface, actually led the party to “replace leaders of workers’ organizations with affluent professionals.”
    Frank digs deep and goes to the source citing a 1971 Manifesto by Fredrick Dutton, a liberal lobbyist, Democratic strategist, and power broker, who argued that the old New Deal coalition was “the principal group arrayed against change,” and that, “In the 1930s, the blue-collar group was in the forefront. Now it is the white-collar sector.”
    Of course, the notion here was that it would be college educated liberal young people changing the world for the better, but the result was, Frank persuasively argues, that it “opened the way for something truly unfortunate: the erasure of economic egalitarianism from American Politics.”

    Listen Liberal continues in this vein for much of the rest of the book, engaging in a rigorous history and analysis of the rise of neoliberalism in the DLC and later New Democrats, while skillfully eviscerating the sacred cows of the Clinton and Obama administrations along the way.
    Frank digs beneath the rhetoric and populist style that so many observers confuse with substance and convincingly illustrates that ”What distinguishes the political order we live under now is consensus on certain economic questions, and what made that consensus happen was the capitulation of the Democrats.”
    Hence, whether it be the Clinton Administration’s embrace of NAFTA, mass incarceration, welfare reform, and financial deregulation or the Obama Administration’s failure to act more boldly in response to the financial crisis, abandonment of the public option in the Affordable Care Act, capitulation to Wall Street, and aggressive promotion of TPP, Frank meticulously unmasks the illusion that Bill and Barack are worthy heirs to the legacy of FDR. As he pithily notes of Obama’s legacy, “Having put so much faith in his transformative potential, his followers need to come to terms with how nontransformative he has been.”’

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  9. Ancora un altro passo: ‘Frank’s What’s the Matter with Kansas? became a go-to source for Democrats looking to understand the “backlash populism” of the American right, giving us a history that makes the rise of the Bushes and Trumps of the world understandable.
    What he does in Listen Liberal is give progressives a usable history that can help us understand the terrain on which we are fighting against both a deeply reactionary right and a fundamentally compromised “party of the left.”’
    Frank understands that there are many exceptions to his characterization of the Democratic Party, and he openly acknowledges the party’s key role in standing between the Oval Office and “the radicalized GOP.” But, in his conclusion, he smartly notes that the very flaws he underlines in Listen Liberal have made the party electorally vulnerable to the populist right in that, “the direction that the Democrats have chosen to follow for the last few decades has been a failure both for the nation and for their own partisan health.”
    Why? Frank pulls no punches:
    ‘The Democrats posture as “the party of the people” even as they dedicate themselves ever more resolutely to serving and glorifying the professional class. Worse: they combine self-righteousness and class privilege in a way that Americans find stomach-turning. And every two years, they simply assume that being non-Republican is sufficient to rally the voters of the nation to their standard.
    This cannot go on.
    Despite this, Frank is pessimistic about our current ability to either rebuild the labor movement or start a third party so he ends by calling on progressives to “strip away the Democrats’ precious sense of their own moral probity” because, “The course of the party and the course of the country can both be changed, but only after we understand that the problem is us.”’



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  10. U ultimo passo: ‘Nonetheless, as of this writing, with most polls showing Clinton likely to win New York and further cement the probability of her being the Democratic nominee, Frank’s analysis still holds true. All one needs to do is refer to Bill Clinton’s recent comments mocking Sanders supporters by joking that they think that we should, “Just shoot every third person on Wall Street and everything will be fine.” The real problem, according to Clinton, is with Sanders’ focus on economic inequality as “the unilateral explanation for everything that’s wrong.” On the question itself, Clinton opined that, “The inequality problem is rooted in the shareholder-first mentality and the absence of training for the jobs of tomorrow.”
    This is, in many ways, a perfect illustration of what Frank claims is the matter with the Democratic Party. At base, the fundamental misunderstanding that they have about inequality is that it is somehow a “technical problem” or a “single issue” rather than, as Frank puts it, “nothing less than the whole vast mystery of how we are going to live together.”’


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  11. “2017 and the echoes of 1933”, http://joycehopewell.blogspot.it/2017/01/2017-and-echoes-of-1933.html,
    https://3.bp.blogspot.com/-fwSkGeNaj_U/WGZaxqqWCkI/AAAAAAAAEwE/OD0gnIxkcjEACkzTdVhUv5zlZH_qQk7mQCLcB/s1600/1933hitler.bmp,
    https://2.bp.blogspot.com/-LXXBvLlbjcc/WGjlLWn5aPI/AAAAAAAAEw8/q_v8DY-CCpoCB9N2LcmZcgypiUQwvm9UQCLcB/s1600/trump%2Binauguration.bmp.



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