lunedì 14 agosto 2017

Benedetto da Norcia, o della decadenza (e della sua cura)







Fermo restando che: “Anche questi monasteri [che saranno formati seguendo la Regola], come qualsiasi altra forma di vita storica, conobbero tempi in cui la sacra fiamma minacciava di estinguersi. Nessuna vita monastica va esente da questo pericolo”[1], chi fu Benedetto da Norcia? Raramente lo si pone nella sua epoca, in ciò sbagliando. Al contrario, ricordiamocene: “Quattro anni prima della nascita di Benedetto, nel 476 Romolo Augustolo, imperatore romano d’Occidente, vene deposto da Odoacre e dai suoi mercenari germanici [Odoacre, in realtà, era un erulo, e cioè un unno, gli Unni, da un base mongolica, poi si erano mescolati sia con popoli germanici sia con slavi: Attila è parola gota e significa “piccolo padre”; nota mia], al soldo dell’imperatore d’Oriente. Roma e l’Italia avevano perso la loro posizione di potenza mondiale [e non l’avrebbero mai più riconquistata – è bene ricordarsene –, nota mia]. Nel 489 l’ostrogoto Teodorico si proclamò re d’Italia. Benedetto visse durante il periodo del dominio gotico in Italia, caratterizzato da instabilità e guerre”[2].
E appena il caso di ricordare che il dominio politico dei papi a Roma deriva dal titolo di Praefectus Urbis e che tal titolo fu dato dall’imperatore d’Oriente perché esercitasse la sua autorità: pertanto, esso è del tutto legittimo.
Naturalmente, da buon romano, il papa subì l’influsso della “lupa”, e subito tese ad esser del tutto indipendente, ma questo è un altro discorso.
Torniamo a Benedetto, dunque.
Quel che c’interessa non sono le vicissitudini storiche o la natura umana, incallita, ma invece avere indicazioni o suggerimenti su come si reagisce alla decadenza ed alla fine delle culture. E cioè quel che stiamo esperendo nel “nostro” tempo.
“Fu [Benedetto] una grande figura di fondatore. Non fu un religioso ordinario. Non esiste un Ordine benedettino nel senso usuale del termine [all’epoca della vita di Benedetto, s’intende], perché Benedetto fondò un solo monastero e nulla più. Secondo lui, ogni monastero è indipendente, un mondo a sé. Egli non fu neppure un riformatore della vita religiosa con intenzioni restauratrici [punto molto importante questo, nota mia]. L’uomo di Montecassino fu un fondatore eminente, con lo sguardo proteso al futuro e per nulla propenso a cullarsi nei sogni di una aureo passato [ben diversamente da oggi, dove o sognano impossibili restaurazioni, oppure si danno – e si dannano - ad uno schiacciamento nel presente che è cosa immonda; nota mia]. Quanto la sua singolare figura fondò, risultò consistente perché aveva in sé la forza di durare nei secoli. La vocazione di esser fondatori proviene unicamente da Dio. […] I fondatori son individui irripetibili in possesso di una straordinaria energia. Con la fondazione di Montecassino Benedetto non si presentò come riformatore del mondo [altro punto davvero da sottolinearsi, nota mia]: si vide semplicemente di fronte a una società in sfacelo e si rese conto di come una cultura andava inarrestabilmente precipitando. In quel difficile momento fondò con estrema modestia un monastero che, appartato dal mondo, era un luogo di silenzio, dove senza grandi ambizioni venne tentato un nuovo inizio. Benedetto non si preoccupò oltre della decadenza in atto, pensò a costruire qualcosa di nuovo[3].
Senza grandi ambizioni”, venne “tentato un nuovo inizio”, mi sembra stia tutto qui, oggi
Questo non significa, come si fa oggi, che si debba “imitare” il passato, cosa, peraltro, impossibile, ma che si debba “trarre spunto” dal passato, perché solo proiettandosi nel passato è possibile spingersi nel futuro, il presente infatti essendo un istante impalpabile.
In effetti, si vive sempre nel recentissimo passato, mai nel presente davvero: esperire l’istante significa collassare nel non tempo, espandersi oltre il tempo stesso: insomma, quel che sta al centro di ogni spiritualità, trascendere l’aspetto temporale.
Non sono, dunque, impossibili “restaurazioni” che potranno mai aver successo: qui è caduto il XX secolo, che, pure, ha ricevuto tanto, più del XIX, mentre quest’inizio di XXI sembra più essere la permutazione del XIX che il superamento del XX. La causa, profonda e decisiva, di tal fallimento sta proprio nell’aver voluto disperder energie in impossibili restaurazioni.
Secondo Toynbee, sebbene le civiltà siano differenti, la maniera in cui decadono e terminano è sempre una.
Ne deriva che anche la cura è una ed una sola.
Quella che Benedetto comprese.
Quella detta qui sopra. Di conseguenza, se uno comprende questo punto, il suo animo si rasserena, come quello di Benedetto: “Il suo animo non tradiva il minimo segno di essere lacerato e diviso[4]. Un “animo (animus, e non anima) lacerato e divisoè “il” segno distintivo di tutte le età di crisi, ma è sommamenteilsegno (signum) dei “nostri” tempi.
La via d’uscita, dunque, una ed una soltanto è.
Ovviamente, poiché viviamo in un quest’inizio del XXI secolo, ben diversamente dall’epoca di Benedetto, siamo seguiti alla fine del XX secolo, l’epoca in cui il come ha raggiunto il massimo della sua influenza.
Oggi è l’epoca del “come”, mai del perché: si descrive molto esattamente un processo, ma non se ne comprendono le ragioni profonde.
La cecità è il prodotto di lenti distorcenti …
In ogni caso, questa è l’epoca che “si” vive.
Dunque l’aspetto analitico – e cioè il come siamo giunti qui – è stato lungamente trattato in questo blog, e rimando ai vari post precedenti, seppur in maniera non sistematica ed anche “saltellante” od episodica, come vogliono sia il mezzo sia la “nostra” epoca.
Ma ciò non significa che le vie d’uscita siano tante, ma proprio per niente.
Al contrario, una soltanto essa è.

Or vi sia un momento di silenzio che anche sia un memento al silenzio e della sua importanza: “Benedetto fu animato da un ideale inflessibile […]. In un periodo difficile della storia volle aiutare e aiutò effettivamente. Le sue energie produssero un effetto rinnovatore, per cui con piena convinzione possiamo definirlo una figura veramente benefica della storia. Che dovrei ancora dire? Nient’altro! Vorrei solo ripetere le parole di Gregorio: ‘Ora sarà bene sospendere per un po’ i nostri colloqui … Ristoriamo, con un po’ di silenzio, le nostre energie’”[5].

Andrea A. Ianniello




Copertina di W. Nigg, Benedetto da Norcia, cit., 

L’immagine è dell’VIII secolo, e proviene dalle catacombe di Ermete, a Roma, quella Roma che deluse Benedetto e nella quale trovò decadenza, non solo culturale o morale, ma invece anche religiosa. Tale immagine viene considerata la più antica raffigurazione di Benedetto. Egli vi è un monaco, ancor giovane, che, attento, guarda, osserva profondamente, e “riserba il giudizio”. Ma le sue considerazioni arriveranno, precise, chiare, cristalline come acque di un torrente di montagna.
Uno sguardo attento, vigilante. E nulla potrà sfuggire da quel chiaro, netto eppur sereno sguardo dove le cose saranno viste per ciò che sono, senza falsità e infingimenti umani, eppure con amore, con comprensione. Ma il male non può ingannare un tale sguardo.
Son occhi antichi[6].











[1] W. Nigg, Benedetto da Norcia, Edizioni Paoline, Roma 1979. Interessante quest’osservazione: “si potrebbe indagare sul ruolo svolto dall’invidia, dalla gelosia e dall’intrigo nella storia della Chiesa … Basterebbe un grosso volume? Certamente no […]. La gelosia, l’invidia, la vanità e l’ambizione occupano un posto paurosamente grande tra i cristiani. Sovente essi non cercano neppure di combattere tali sentimenti. L’invidia tra colleghi costituisce un tristo capitolo nella storia ecclesiastica e rende poco credibile la predicazione cristiana. Non dobbiamo passare frettolosamente sopra questo comportamento deleterio e i suoi effetti nefasti. I cristiani invidiosi hanno fatto più male alla Chiesa di tanti miscredenti: ‘Il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani’ (Rm 2, 24)”, ivi, p. 29. Delitti sono stati commessi da membri della Chiesa cristiana come da delle altre istituzioni, nessuno è senza peccato: voglio dire che, nonostante quel che alcuni credono, tali delitti non sono affatto una caratteristica distintiva del Cristianesimo; ma, se si dovesse chiedere qual è il peccato che ha costellato sin dall’inizio quest’istituzione, la risposta sarebbe semplice: l’invidia, che altro non è se non una forma della vanità. Benedetto ebbe, poi, a lottare contro l’ “eterno nemico”, cf. ivi, pp. 31-32. Spesse volte, ahinoi, le stupide invidie umane aprono la porta a mali ben peggiori.
[3] Ivi, pp. 62-63, corsivi miei. Interessante notare come un primo tentativo non ebbe successo, cf. ivi, p. 26. Occorre saper perseverare.
[4] Ivi, p. 62, corsivi miei.
[5] Ivi, p. 64, corsivi miei.
Cercando le prove dell’esistenza di un “Cerchio interno” dell’umanità – ma in senso “moderato” e non “teosofista”: “Il punto di vista ‘debole’ attribuisce al ‘Cerchio interno’ saggezza superiore e poteri, ma non lo ritiene onnipotente”, J. G. Bennett, Gurdjieff. Un nuovo mondo, Ubaldini Editore, Roma 1981, p. 60, corsivi miei, ed esso “Cerchio” è costituito da “un insegnamento tradizionale, trasmesso da persone che sono pervenute a un livello superiore di esistenza grazie ai loro sforzi e che usano la loro conoscenza e i loro poteri nella misura consentita dalle condizioni del mondo”, ibid., corsivi miei -, Bennett s’imbatté, guarda caso, in Benedetto. “Tra il iii e il vii secolo d.C., l’Europa fu sconvolta dalle orde che scaturirono dall’Asia centrale e distrussero l’impero romano. Nel bel mezzo di questi sovvertimenti, sorse lo straordinario fenomeno del monachesimo cristiano, visibilmente fondato da San Benedetto e dai suoi successori. I monasteri d’Europa ripristinarono la stabilità e la fiducia, dissodarono di nuovo la terra e crearono una nuova cultura che resistette per ottocento anni, finché non fu soppiantata dal sistema valutativo del Rinascimento. Pochissima gente di solito è disposta a collegare questi eventi con i ‘Maestri’ […], con esseri soprannaturali nascosti ai comuni mortali. Nondimeno, il fenomeno è una realtà storica che non si spiega facilmente. Le orde gotiche furono trasformate da distruttrici in creatrici, in un modo che fa pensare che interventi spirituali fossero in azione sia in mezzo a loro che fra le popolazioni europee che conquistavano. […] Esiste una notevole analogia fra gli eventi europei appena descritti e gli sconvolgimenti che scossero la maggior parte dell’Asia tra l’xi e il xvi secolo. Orde di Goti e di Tartari, di Turchi e di Mongoli avanzarono impetuosamente attraverso gli imperi in declino di Cina e India. […] Il culmine si toccò tra il 1220 e il 1230, quando Gengis Khan e i suoi mongoli abbatterono ogni resistenza e devastarono antiche culture”, ivi, p. 34, corsivi miei.
Su Gengis Khan, cf. G. Mandel, Gengis Khan. Il conquistatore oceanico, SugarCo Edizioni, Milano 1979. Sugli Unni, cf. ivi, pp. 21-35. In calce a questo libro, vi è un passo biblico: “E disse Dio: ‘Ecco susciterò un popolo feroce e impetuoso – i Caldei – che percorrerà i vasti spazi della terra per conquistare le dimore non sue. Popolo feroce e terribile, che dalla forza trae il proprio diritto. I suoi cavalli sono più veloci dei leopardi, più agili dei lupi della sera. Vengono da lontano a cavallo dei loro destrieri, veloci come l’aquila che piomba per divorare. Superano ogni altra gente nella rapina. La loro faccia è del color del fuoco come il veto d’oriente; ammassano i prigionieri come sabbia; se la ridono di re e di potenti; e si fan gioco d’ogni fortezza: vi ammucchiano contro un terrapieno e la prendono d’assalto’. La Bibbia, Abacuc, 1, 6-10. (600 a.C.)”, ivi, p. 7, corsivi in originale. Oggi, che tutto è un’immonda città, nessun popolo “se la può ridere dei potenti” che nel frattempo, non son certo più re. Ed ecco abusi, soprusi ed ingiustizie che sommergono il mondo come uno tsunami radioattivo. Anche interessante: G. Mandel, Gengis Khan, “Periodici Mondadori”, Milano 1968, che, a p. 61, presenta una foto di una grotta “probabile tomba di Gengis”, corsivi in originale.
Interessante notare l’eponimo di Sant’Agata dei Goti, dove i Goti avrebbero sostato, indipendentemente se siano stati o non i fondatori della città, di ritorno (oppure andando verso) il Busento, dove Alarico I era stato, secondo la leggenda, sepolto. Anche questo fatto, riferito al borgo sannita, è leggendario, ma non ci si può dimenticare del legame fra Sant’Agata e i Goti, testimoniato a Roma dall’omonima chiesa nell’angolo di Via Panisperna, ed alle spalle della Banca d’Italia, un posto per il quale son passato molte volte, chiesa molto ma molto antica, sebbene oggi, ovviamente, sia stata ricostruita varie volte: le forme attuale son ben più tarde dell’originale del V secolo. Siamo sulla via che porta alla Suburra, una parte molto interessante di Roma, verso l’Esquilino, dove gli stranieri a Roma spesso si stabilivano. Sull’etimo di Sant’Agata dei Goti e sull’inconsistenza della tesi, oggi dominante, secondo cui il nome “dei Goti” deriverebbe dalla famiglia de Goth – eh sì, quella di Clemente V (Bertrand de Goth, 1264-1314) –, cf.
http://www.sanniopress.it/2013/06/25/storia-sul-nome-di-santagata-dei-goti/.
Tra l’altro, tornando a Gurdjieff, prima di notare come avesse contatti sia con il partito zarista sia con quello rivoluzionario, con grave scandalo di Ouspensky che era zarista, Bennett parla del soggiorno di Gurdjieff a Roma, dandone i riferimenti nell’edizione inglese di Incontri. Eccone il passo, nell’edizione italiana: “Sempre seguendo il mio scopo, un giorno approdai a Roma; siccome il mio denaro stava finendo, seguii il consiglio di due giovani aissori [cristiani assiri] di cui avevo fatto la conoscenza, e col loro aiuto mi installai sul marciapiede come lustrascarpe. All’inizio, bisogna dirlo, i miei affari non furono brillanti. Perciò, per aumentare le mie entrate, decisi di dare a questo mestiere un tocco nuovo, per niente banale. Ordinai una poltrona speciale, sotto la quale sistemai un fonografo di Edison, invisibile ai passanti. Di fuori, si vedeva soltanto un tubo di gomma munito di diffusori disposti in modo tale che quando una persona si sedeva sulla poltrona, questi erano a portata delle sue orecchie. Non avevano che da avviare discretamente la macchina. In questo modo, mentre io gli lustravo le scarpe, il mio cliente poteva sentire La Marsigliese o la maestosa aria di un’opera. Inoltre, fissai al braccio destro della poltrona una specie di vassoio sul quale posavo un bicchiere, una caraffa d’acqua, del vermouth e dei giornali illustrati. Grazie a questi accorgimenti, i miei affari andavano a gonfie vele: questa volta cominciarono a piovere delle lire, e non più i centesimi. I turisti giovani e ricchi era particolarmente generosi. Introno a me c’era sempre una quantità di sfaccendati. Essi aspettavano il loro turno per sedersi sulla poltrona dove, mentre io loro lustravo le scarpe, essi si sarebbero dilettati con qualcosa d’inedito, mettendosi nello stesso tempo in mostra davanti agli occhi di altri idioti vanitosi della loro specie, che andavano bighellonando da mane a sera”, G. I. Gurdjieff, Incontri con uomini straordinari, Adelphi Edizioni, Milano , pp. 173-174, corsivi in originale. Sembra che, quanto a gente che “bighellona”, Roma continui ad avere una lunga e gloriosa tradizione antica …
Riguardo al fatto che Gurdjieff potesse militare in partiti opposti, Ouspensky non capì mai come, per Gurdjieff, non contasse “di che partito si era”, ma, invece, quel che contava era l’uomo, la condizione umana.
Nonostante tutta la sua evidente intelligenza, Ouspensky conservava comunque qualche aspetto della classica mentalità russa, chiusa e tendenzialmente settaria. I russi hanno questa “sindrome dell’accerchiamento”, come se tutto il mondo ce l’avesse con loro, anche quando ciò non è affatto vero e il contrasto è semplicemente un contrasto d’interessi, senza nessuna particolare intenzione negativa specifica contro di loro. Inoltre, sul denaro Gurdjieff era senza scrupoli, la qual cosa inquietava il molto corretto Ouspensky. In poche parole, Gurdjieff era vissuto tra disastri economici e guerre, frequentando società segrete e cospiratori di varia natura, mentre Ouspensky era, in sostanza, un giornalista ed un professore, dunque due esperienza di vita del tutto lontane: non stupisce non s’intendessero.
Diceva Gurdjieff, per esempio, “Ero sempre cortese nei riguardi dei poveri, però non consideravo n peccato approfittare della stupidità di coloro che, senza merito alcuno, e soltanto in virtù di una posizione dovuta al caso, rappresentava l’intellighenzia del posto, mentre dal punto di vista dell’intelligenza vera, erano bel lungi dal valere la popolazione locale a loro subordinata”, ivi, p. 339. E, dopo aver visto di tanta, tantissima gene, che vale sottozero, esercitare un governo “senza merito alcuno, e soltanto in virtù di una posizione dovuta al caso”, non posso che dire “amen” a questo. In altri tempi non l’avrei fatto, ma dopo averne viste “di crude e di caldissime”, no ho alcuna comprensione per questa gente qui, che impesta le pubbliche amministrazioni, e non solo.
Poi, sulla Russia, diceva: “dopo esser diventato per volontà del Destino (o, per meglio dire, per la stupidità di chi detiene il potere in Russia), povero come un topo di sagrestia, mi sono avventurato nel paese del dollaro”, ivi, p. 321, corsivi miei, dove “di chi detiene il potere in Russia” si riferisce allo zarismo. Lo stesso Gurdjieff tentò anche di staccare Nicola II dall’influsso di Rasputin, senza però riuscirci; descrisse Nicola II come uno che, sulla carta, aveva chissà quale potere, in realtà non ne aveva più di “un Duca di Brunswick”. Chiaro che queste frasi, ascoltate da un Ouspensky, non potessero che scandalizzare quest’ultimo.  
[6] Dietro questa questione vi è il – perenne – problema dell’ “intervenire” nel mondo o, al contrario, “liberarsene”, quest’ultimo atteggiamento essendo quello di Sri Ramana Maharishi, l’altro di Sri Aurobindo. Parlando dell’opera di teatro di Sri Aurobindo Perseo il liberatore, Mère riassumeva questi due atteggiamenti ed il fatto che spesso lei oscillava fra questi due “atteggiamenti spirituali”, cf.
http://www.arianuova.org/it/perseo-il-liberatore?id=889.
Il discorso sarebbe lungo, si può però dire una cosa, ovviamente legittimi ambedue, non è questo affatto il problema: è il discorso del “pagamento”, cui si è accennato varie volte su questo blog. “Dio ha fatto del mondo un campo di battaglia e lo ha riempito del calpestio dei combattenti e delle grida di un grande conflitto e di una grande lotta. Vorresti rubarGli la pace senza pagare il prezzo che Egli ha fissato?”, Sri Aurobindo, Pensieri e aforismi, Editrice Arka, Vimodrone (Mi) 1985, p. 25, corsivi miei. Eh sì, gli uomini questo vorrebbero: “rubarGli la Pace” senza pagarla. E non si può, non si può. Ma il punto vero è: qual è il prezzo, e chi è disposto a pagarlo? Sta tutto qui … A questo punto giunti, chiarito il “nodo” – che si debba pagarne il prezzo -, si può pensare a far sì che, fra i due “atteggiamenti spirituali”, la Bilancia si “abbocchi” dal lato più debole: infatti, questa spiritualità remissiva ed intimistica, che noi abbiamo ereditato dal recente passato, ha contribuito non poco ad aprire all’ “Avversario perenne” enormi spazi di manovra. Ora, giusto per esser chiari, se “intervenire” vuol dire tornare alla “religione più politica” avremo soltanto fatto un grande, un enorme autogol.
Questo per dire come le cose siano tutt’altro che “semplicistiche” e che non ce la si può cavare con la permutazione di vecchi atteggiamenti, probabilmente avremmo bisogno di nuovi atteggiamenti, lontani sia dalla mera imitazione del passato sia dalle solite storielle sulla “nostra” grande epoca di “trasformazione”, che si riducono sempre a trasformazioni verso il Basso, mai verso l’Alto. E mai che si chiedessero com’è che sia così facile discendere, difficilissimo il salire, che, poi è una domanda-chiave - che aprirebbe tante porte.
Bisogna che la spada, come quella di Brenno si ponga sulla Bilancia dei due atteggiamenti, stavolta in favore del più debole; ma ciò, ripetiamolo, non è mai a costo zero … Ma si può fare, si può fare.     
Tra l’altro, il 1962 fu, secondo Satprem, un raro anno “liberoe “sereno”, per Mère, cf.
http://www.superzeko.net/doc_incanus/IncanusPrecisazioniNonNecessarie.pdf, nota n°16 a pie’ pagina. 








La COMPAGNIA e **“l’” ANELLO**







“Nella tradizione scandinava gli dèi incatenano il lupo gigante Fenrir per impedirgli di devastare il mondo; ciò infine accadrà, ma alla fine del nostro ciclo. Allora i diversi bastioni finiranno di crollare e le potenze infernali, uscite dal mondo inferiore (dal latino inferus, ‘che si trova di sotto’) irromperanno nel mondo degli uomini”[1].

“Dal momento che l’uomo è nato dal suono, la sua essenza rimarrà sempre sonora. Abbiamo visto come il canto di un tordo beffeggiatore, seduto all’uscita della caverna degli Hopi, avesse aggiunto al suono fondamentale di ogni individuo una melodia appropriata. Per mezzo di quella melodia, al neonato erano state assegnate una determinata lingua e tribù. Il canto che l’uccello attribuisce a ogni individuo è un canto di stato civile che legalizza il posto occupato dal suo possessore nella società.
Sulla terra non ci possono essere più uomini di quanti siano i canti o i nomi disponibili. Quando il repertorio dell’uccello (che è l’eroe civilizzatore) si fu esaurito, nessun uomo poté più uscire dalla caverna. Per questo i cacciatori di teste uccidono le vittime soltanto dopo averle costrette a confessare il proprio nome. Essendosi liberato un nome con la morte del suo possessore, essi possono darlo a uno dei loro figli, i quali, proprio per mancanza di nome, non hanno ancora potuto ottenere un posto legale nella società”[2].

“Nei miti, il creatore vive a nord, dove regna la morte, e ‘viaggia’ verso est.
Il suo ‘avversario’, il transformer, risiede a sud e va verso ovest.
L’eroe civilizzatore si sposta da est a sud, mentre la strada del dio della guerra porta da ovest verso nord. I quattro personaggi si muovono seguendo uno svastika[3].

“Ma anche questo [nostro] mondo materializzato trae la sua forza dal suono puro dal qual è nato. Di conseguenza, la musica e le sue incarnazioni strumentali sono […] manifestazioni dello spirito. Ai difensori accaniti dell’interpretazione sessuale, si può solo ricordare il concorso artistico nel quale gli dèi contrapposero la loro arpa o il loro canto di luce […] al grido degli asini in calore. E giacché gli antenati si son nettamente decisi a dare la corona della vittoria agli dèi, perché oggi noi vogliamo metterla in testa all’asino?
Forse perché il coronamento della nostra epoca sarebbe l’incoronazione dell’asino?”[4].


Dopo l’ultimo post, di riflessione più generale, veniamo a un post – come detto – relativo a temi specifici, salvo eventi mondiali accelerino il passo, il ritmo.
Sia consentita qui una battuta: non sono per “uni-versi”, ma per “pluri-versi” …



Rivedendo dopo anni – la notte del 10 del mese passato – “La Compagnia dell’Anello”, il film di P. Jackson (del 2001) ispirato a La Compagnia dell’Anello di J. R. R. Tolkien (1954), primo volume della trilogia Il Signore degli Anelli (1955), sorgono alcune considerazioni, fermo restando che preferisco il libro.
Sia detto en passant: a mio avviso, La Compagnia dell’Anello è la migliore delle tre parti, la più pregna di un esplicito senso symbolico, che, nelle seguenti due parti, si metterà un po’ da canto, privilegiandosi l’aspetto etico, aspetto etico, però, non assente neanche nella prima parte: per esempio quel che accade alla fine a Boromir, oppure i dilemmi etici sia di Bilbo che dello stesso Gandalf. Quest’ultimo nome si pronuncia “Gàndalv”; il composto finale –lf si pronuncia com’è scritto solo se ha la forma: –lph, come in: alph = cigno; nome, a sua volta, per niente casuale: è la radice preindoeuropea “alp”, sia di “Alpe” che di “alba”, che vuol dire “bianco”. Insomma, quella tentata da Tolkien è stata una sintesi, in parte ben riuscita, fra il passato precristiano e l’etica cristiana.
“Il Lord of the Rings […] è […] caratterizzato da un apparato retorico (e morale) fortemente propenso allo schematismo”[5]. Questi “luoghi comuni”, però, “nel Lord of the Rings son più simili agli exempla e alle imagines della rettorica [sic] medievale”[6].

Venendo al tema di un post precedente, in Tolkien vi è “una critica della democrazia[7]. Attenzione, però, che non si tratta della “commistione fra l’ auctoritas e la potestas” tipica dei “totalitarismi” novecenteschi, che qualcuno ha letto dietro il “dominio di Mordor” (termine,  quest’ultimo, che ha la stessa radice dell’inglese attuale murder, cioè “omicidio”, assassinio). “Nel Lord of the Rings […] l’ auctoritas coesiste con la potestas secondo una sociologia di tipo imperiale: la capacità di decisione non è scissa dalla capacità di azione, ed entrambe le facoltà vengono legittimate dalla felicitas (che altro non è se non il successo). Si riscontrano, però, nell’antropologia psicosociale di J. R. R. T. [Tolkien], così […] imperiale, importanti venature repubblicane che si manifestano appunto in una scissione tra la capacità decisionale dell’ auctoritas e la capacità operativa, giuridica o militare, della potestas. Infatti, la potestas di Aragorn, per quanto legittimata sia dal riconoscimento popolare del càrisma sia dalla felicitas, dipende in misura rilevante da un consilium che si affianca alla figura del capo carismatico: il savio Gandalf, […] e poi un Consiglio vero e proprio (che è in qualche modo presieduto da Elrond). La cerimonia d’incoronazione ‘mette in scena’ lo sdoppiamento (tipicamente repubblicano) tra auctoritas e potestas: Aragorn, accettando la corona da Faramir, non se la pone in capo da sé tra lo stupore di molti, ma la restituisce all’ultimo dei Soprintendenti; e sarà Frodo a prendere la corona dalle mani di Faramir e consegnarla a Gandalf (‘perché è stato lui il fautore di tutto ciò che è stato compiuto, e questa vittoria è sua’). Ed è davanti a Gandalf che Aragorn s’inginocchia accettando l’investitura”[8].
Ancora: “Nulla è più lontano da questa, non si sa quanto consapevole, utopia semi-repubblicana illuminata dal Bene e dalla Giustizia (l’ auctoritas è dei savi o del Senato; la potestas è del Re che, in grazia del consilium esterno a lui, è in qualche odo un magistrato; e in conseguenza di ciò la libertas è partecipata dal popolo tutto), è quanto avviene nel formicolante e sordido mondo sociale mordoriano. Qui auctoritas e potestas sono indistinguibili, avvinte in un’unica mostruosa entità: Sauron non è già princeps investito da un mandato, ma dominus dei corpi deformi degli schiavi (più che sudditi) e deus delle loro nere anime. L’ auctoritas di Sauron è priva di qualsiasi legittimità, e anche di un’origine vera e propria: essa si fonda solo su un antico e terribile sortilegio (rotto il quale tutta la tremenda piramide crollerà miseramente, svanendo in fumo)”[9].
Ed è questo l’Anello, l’ Unico Anello. Dopo questo “discorso” introduttivo, veniamo all’ “Unico” Anello.


“L’elemento più significativo, nella storia di Sauron, che è quello stesso su cui si fonda Il Signore degli Anelli, è l’Unico Anello.
L’ironia basilare è che Sauron abbia legato buona parte del suo potere ad un anello che potrebbe sfuggirgli [corsivi miei] – come difatti gli sfuggì – e causare la sua distruzione. Però tale sconsiderata condotta è seguita da numerosi stregoni e Re dei racconti mitici, delle fiabe e delle leggende [corsivi miei].
Alla base di questo tema c’è la credenza in un’anima separabile dal corpo vivente [corsivi miei]. Era diffusa credenza, e tale rimane presso popoli tribali, che l’anima o forza vitale [corsivi miei, è l’anima in quanto “forza vitale”, nota mia] potesse lasciare il corpo vivente e venir racchiusa in un oggetto esterno (al modo stesso in cui Sauron racchiuse gran parte del suo potere nell’Anello).
Alcuni popoli tribali, in tempi di percolo, nascondono emblemi delle loro anime in luoghi sicuri, ritenendo che, fintanto che le loro anime sono protette, i loro corpi resteranno illesi. Consimile pratica è quella di portare indosso amuleti che si ritiene contengano la propria anima. Nei racconti popolari, il tema dell’anima esterna si esplica in genere così: un Re o uno stregone ha la propria anima racchiusa in uno speciale oggetto che è o segreto oppure nascosto in luogo che non può esser raggiunto con mezzi normali.
Un eroe apprende questo segreto e viene aiutato, spesso da un animale, a ubicare l’oggetto. Trovatolo, lo distrugge e, con esso, provoca la morte del possessore di quell’anima. La storia dell’Unico Anello segue questo schema di fondo. L’Anello è il ricettacolo della forza di Sauron e mantiene operante la forza coesiva dalla quale le sue opere sono sorrette. Bilbo trova l’Anello, là dove lo ha lasciato cadere il bestiale Gollum. I poteri dell’Anello sono segreti, e non vengono mai scoperti per settantasette anni [cifra evidentemente symbolica, nota mia]. Frodo porta l’Anello nella terra di Mordor, apparentemente inespugnabile, guidato da Gollum, e distrugge insieme l’Anello, il suo proprietario e la sua fortezza. La mitologia classica contiene esempi di anime esterne [corsivi miei].
In un mito greco, la vita e il trono di Niso, Re di Megara, dipendono da una ciocca di capelli d’oro o di porpora che gli cresce al centro del capo. Sua figlia, Scilla, recide questa ciocca, uccidendolo, per amore del nemico di suo padre, Minosse di Creta. In un altro mito greco, il destino dell’eroe Meleagro è legato a quello di un tizzone che sua madre aveva trafugato dal focolare all’epoca della sua nascita a causa di una profezia secondo la quale egli sarebbe vissuto fino a quando quel tizzone restasse incombusto. In seguito, per vendicare l’uccisione dei suoi fratelli, la donna restituisce il tizzone alle fiamme e suo figlio muore fra i tormenti.
Nella fiaba russa immortalata da Stravinski nel balletto L’uccello di fuoco, l’anima dello stregone Koscej Senza-morte è nascosta in un uovo. Un uccello soprannaturale aiuta un principe a procurarsi quest’uovo. Quando l’uovo viene rotto, lo stregone e i suoi demoni periscono e una principessa, da lui tenuta prigioniera, viene liberata. La storia dell’eroe tartaro Kök Chan descrive gli effetti di un’anima separabile restituita al corpo in tempo di bisogno. Per metà la forza di Kök Chan risiede in un anello d’oro che egli ha dato a una fanciulla perché glielo conservi. Quando l’eroe si batte con un avversario che non riesce ad uccidere, la fanciulla gli lascia cadere l’anello in bocca, dandogli così il potere di sopraffare l’avversario.
I dettagli di questa storia presentano strette analogie con a storia di Sauron.
In entrambe è un anello d’oro a possedere una forza soprannaturale, sebbene entrambi i personaggi abbiano della forza indipendentemente dagli anelli.
Se Sauron avesse riavuto il suo anello, come Kök Chan, egli avrebbe certamente sopraffatto i suoi nemici. E’ significativo che Tolkien si sia rifatto a un tema mitologico tanto diffuso quanto quello dello stregone dall’anima separabile, per fornire il tema centrale del Signore degli Anelli. Tale tema denota immediatamente la base mitica della sua opera [corsivi miei], e classifica la ricerca essenziale ch’essa descrive. Alcuni negano totalmente che si tratti di una ricerca. Sarebbe più giusto dire che è una ricerca invertita [corsivi miei].
La ricerca classica è volta al reperimento dell’emblema del raggiungimento del Bene. Il Signore degli Anelli è un’odissea volta a rifiutare un emblema [corsivi miei], ottenendo con ciò la negazione del Male [corsivi miei]. Com’è stato dimostrato, la formula mitica mediante la quale ciò si compie è una formula essenziale ed universale [corsivi miei], tanto vitale e fondamentale quanto la Ricerca.
Il risvolto che Tolkien dà alla formula è rivelatore.
L’emblema malvagio, l’ ‘anima dello stregone’, è, all’inizio della storia, già in mano all’eroe [corsivi miei], ignoto, ma potente. L’eroe va alla ricerca del luogo ove distruggere l’emblema, luogo che, ironicamente, si trova all’interno della roccaforte dello stregone [corsivi miei]. Il messaggio è chiaro: non occorre andare alla ricerca del Male, per trovarlo; la lotta consiste nel negare il Male, il che può farsi solo quando il Male sia stato pienamente riconosciuto [corsivi miei]”[10].

Si deve, il “Male”, poter esprimersi ed essere “maturo” pienamente. Solo e soltanto allora si può – anzi si deve – negarlo[11].

Il concetto di “anello” – ricollegabile a quello di “anima separabile” cosiddetta –, a sua volta si ricollega al tema del doppio, o, almeno, ad uno dei significati che ha il termine “doppio” nel complesso universo del “magico”.
“‘Lo sai chi è il mio doppio?’. La stregona mi pianta gli occhi addosso mentre mi interroga: sta armeggiando sull’altare ed io sto occupando il posto che mi ha assegnato prima, proprio dietro all’altarino rettangolare. ‘Intanto devi spiegarmi: cos’è per te il doppio?’ ‘E’ un’altra me stessa, che vive al d fuori della mia persona; su di lei posso scaricare tutte le influenze malefiche che mi raggiungono e che incanalo perfettamente su questo mezzo magico’. La stregona rovista sempre sull’altare cercando non so cosa […]. ‘Eccolo!’ e mi mostra quello strano pezzo di legno che prima mi faceva impressione; in effetti, visto così da vicino, non rappresenta alcunché di particolare: è solo una striscia tondeggiante di legno che sembra provenga da un ramo abbastanza piccolo. La stregona l’ha reso liscio all’esterno, quasi voglia cancellare dalla mente le asperità del suo durissimo lavoro. Non lo tocco, ma la stregona me lo tiene così vicino che posso constatare che possiede ogni tanto alcune intagliature, che probabilmente hanno un gran significato per lei. ‘Il doppio è qualsiasi cosa, oggetto animato o no, un animale o fors’anche un uccello, se vuoi anche un albero: tutto ciò che esiste sulla terra può essere scelto dallo stregone’. Mentre la maga parla,inizio a sentire nuovamente il ritmare del tam-tam che sembra provenire dalla parte opposta a quella di prima”[12].

Andrea A. Ianniello







[1] C. Levalois, Princìpi immemorabili della regalità, Il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini 1991, p. 97. Questo stesso autore, nella pagina precedente, aveva scritto: “il periodo rivoluzionario inizia assai prima del 1789 e continua anche dopo, benché attualmente si sia entrati in una nuova fase”, ivi, p. 96, corsivi miei. Benché altrove scrivesse: “L’inverno è seguito dalla primavera, e non da un nuovo inverno”, ivi, p. 109, si tratta di petizione di principio che a nulla, in concreto, impegna: tutta la sua forza, l’attenzione, le più o meno rinnovabili energie, come quelle di tutti, senza eccezione, i “tradizionalisti” di ogni forma ed obbedienza, sta in impossibili restaurazioni.
Si è trattato – e, ancor oggi, si tratta – di un atteggiamento malsano, sbagliato ed errato rispetto alla “decadenza”, atteggiamento che porta sempre a “portar pietra”, inevitabilmente, a ciò che si vorrebbe combattere. L’atteggiamento sano, invece, si vedrà nel prossimo post.
[2] M. Schneider, La musica primitiva, Adelphi Edizioni, Milano 1992, pp. 45-46. E manchiamo di nomi sufficienti, oggi … 
[3] Ivi, p. 88, corsivi in originale. 
[4] Ivi, pp. 100-101, corsivi miei. Parlando delle “feste carnevalesche”, Guénon scriveva: “noi viviamo, in realtà, in un sinistro ‘carnevale perpetuo’”, R. Guénon, Simboli della scienza sacra, Adelphi Edizioni, Milano 1975, p. 135. Sul “dio dalla testa d’asino”, cf. ivi, p. 130. E, in nota: “Il ruolo dell’asino nella tradizione evangelica, alla nascita di Cristo e al suo ingresso in Gerusalemme, può sembrare in contraddizione con il carattere malefico che gli viene altrove quasi dovunque attribuito; e la ‘festa dell’asino’ che si celebrava nel Medioevo non sembra sia mai stata spiegata in modo soddisfacente: ci guarderemo bene dal rischiare la minima interpretazione su quest’argomento assai oscuro”, ibid., corsivi miei; una tale affermazione (“ci guarderemo bene …”) è cosa rara, in Guénon, che assai spesso si “arrischiava” … In effetti, la “festa dell’asino” è il nostro presente, si potrebbe dire oggi. Poi aggiungeva: “vogliamo trarre almeno una conclusione: al declino di una civiltà, è il lato inferiore della sua tradizione che persiste più a lungo, il lato ‘magico’ in particolare, che contribuisce d’altronde, con le deviazioni alle dà luogo, a completare la sua rovina; è quanto sarebbe avvenuto, si dice, per l’Atlantide. E’ anche al sola cosa i cui resti siano sopravvissuti nel caso delle civiltà interamente scomparse; la constatazione è facile per l’Egitto, per la Caldea, per il druidismo stesso; e senza dubbio il ‘feticismo’ dei popoli negri ha un’origine simile”, ivi, pp. 130-131. Naturalmente, vi è anche l’Egitto dei Sapienti, non solo quello del “magismo”: “Il moralista ebreo non ha mai pensato a dissimulare quanto doveva a quello egiziano e, oltre a lui, ai moralisti egiziani in generale. L’autore degli Atti degli Apostoli (7, 22) non ricorda che Mosè era stato istruito in ogni ramo della scienza degli Egiziani? In tal modo viene confermata la parola di Unamon che dice al re di Biblo: ‘E’ dall’Egitto che viene la saggezza’”, P. Montet, Egitto eterno, Casa editrice Il Saggiatore, Milano 1964, p. 266, corsivi in originale. Sulla “guerra degli Impuri”, dei seguaci di Seth, cf. ivi, p. 156. Ramses II, tra l’altro, oltre alla sala ipostila di Karnak, “portava a termine il tempio di Seth in Abido”, ibid. in seguito alla “guerra degli Impuri”.    
[5] M. Paggi, La spada e il labirinto. Meraviglioso e fantastico neIl Signore degli Anelli”, ECIG, Genova 1990, p. 33, corsivi in originale.  
[6] Ivi, p. 37, corsivi in originale. 
[7] Ivi, p. 64, grassetto in originale. Su questo tema della “democrazia, la cui esistenza non può mascherare il fatto che “la Macchina funziona da sola”, cf.
http://associazione-federicoii.blogspot.it/2017/07/la-spola-la-fine-della-democrazia-1994.html (che, poi, è il post in questione cui ci si riferisce qui sopra). Essa – “laMacchina –, infatti, è governata da una sua logica interna ed il vero “complotto” è quello che ha costruito la sua logica di funzionamento interna escludendo ogni altra logica. Hic erant Dracones … E “gli uomini sono in realtà d’accordo nel mantenere la macchina in moto. E’ ciò che chiamavamo ‘la buona volontà civilizzata’”, da La Centrale di Energia (1910) in L. Pauwels – J. Bergier, Il mattino dei maghi, Oscar Mondadori, Milano 1979 (edizione francese 1960), p. 108. E “la civiltà trionferà sempre fino al momento in cui i suoi avversari non apprenderanno da essa stessa la vera importanza della Macchina”, ivi, p. 111. Fa di seguito il caso dei “cospiratori di Ginevra” contro i Romanov, fra cui Lenin …, che ben avrebbe compreso l’importanza della “Macchina”, solo che aveva fini sbagliati. Purtroppo, dopo di lui, quest’importanza è stata sottovalutata e tutte le “rivoluzioni culturali” tentate dai “non-ufficiali” sono fallite per questo preciso punto: “la civiltà sa utilizzare le energie di cui dispone, mentre le infinite possibilità dei non-ufficiali se ne vanno in fumo”, ivi, p. 112. Intanto, alcune cose che si diceva illo tempore si sono realizzate: “Basterebbero poche modifiche minime per ridurre la Gran Bretagna al livello […] dell’Ecuador, o per dare alla Cina la chiave della ricchezza mondiale”, ivi, p. 109, corsivi miei …
Venendo alla “buna volontà civilizzata”, essa può aiutare solo in parte a spiegare quella che gli stessi autori qui appena riportati chiamano la “criptocrazia”, parola che, dopo, sarebbe divenuta il cosiddetto “complottismo”, reazione isterica ad un fatto reale: “Luigi XIV è un sole, ma tutti possono in ogni momento entrare nel castello e assistere ai suoi pasti. Sempre sotto il fuoco degli sguardi, semidei carichi d’oro e di piume, colpiscono sempre l’attenzione, contemporaneamente ‘appartati’ e pubblici. Dalla Rivoluzione in poi, il potere si rifà a teorie astratte e il governo si occulta. I responsabili si dan da fare per passare per persone ‘come gli altri’ e nello stesso tempo stabiliscono delle distanze. Sul piano delle persone, come sul piano dei fatti, diventa difficile definire con esattezza il governo. […] Si vedono pensatori assicurare che l’America ubbidisce unicamente ad alcuni capitani d’industria, l’Inghilterra ai banchieri della City, la Francia ai massoni, ecc. [dunque: queste non sono novità, come si vede …; nota mia] […] Entra in scena una vera criptocrazia. Non abbiamo il tempo, qui, di analizzare questo fenomeno, ma ci sarebbe da scrivere un libro sull’avvento di ciò che chiamiamo criptocrazia”, ivi, p. 114, corsivi miei. In un libro, che presenta moti gravi limiti “nostalgici”, e però pure molte cose giuste, si trova scritto come si è diffusa la “criptocrazia”: “Un tempo, ricchezza significava indipendenza, non aver bisogno di nessuno, non dover render conto a nessuno. Oggi, avviene proprio il contrario: la ricchezza è una situazione meno indipendente della povertà, perché la ricchezza è il credito. Per abitudine, si dice ancor oggi, parlando di un uomo ricco che ricopra un ruolo politico, che da parte di costui si può star sicuri: egli non farà niente di disonesto perché avrebbe più da rimetterci che d guadagnarci [e, in Italia, quest’argomento è stato strausato nel caso di Berlusconi, oggi negli Usa per Trump: peste e corna a quella nazione che si affidi ai multimilionari, si sta ponendo completamente in balia del sistema e delle sue vicissitudini, come il “caso Italia” sta lì a dimostrare “oltre ogni ragionevole dubbio”; nota mia]. Si è in errore, e bisognerebbe dire il contrario: guai al moderno Creso, se ha la sventura d’incorrere nelle ire del capitalismo in cui affondano le sue radici: un colpo di scure è pronto, e tutta la sua ricchezza di carta [oggi di bit] sarà buona sì e no ad accendere un fuoco. Il multimilionario moderno è l’essere meno indipendente del mondo e, di conseguenza, il più facile a manovrarsi”, E. Malynski, Fedeltà feudale, Edizioni di Ar, Padova 2010, p. 114, corsivi miei; si tratta della ristampa anastatica dell’edizione del 1976. Tra l’altro, nell’Introduzione dell’epoca, di Marco Tarchi, si facevano anche molte critiche della “destra” dell’epoca – che potrebbero essere riprodotte oggi, però elevandole al quadrato -, la quale faceva seguire ad analisi molto “pessimistiche” delle cure risibili: ma questo potrebbe oggi esser riprodotto e diffuse praticamente dovunque. Non sentiamo analisi “apocalittiche” seguite da terapie ridicole? Vi è un cancro sociale!, si sente dire: curatelo come un raffreddore! I problemi “ecologici” sono terribili: e mo’ questo, e mo’ quello, “dunque” un po’ di tecnologie rivista, e tutto andrà poi a posto. Ma state scherzando? No, non stano scherzando: è che non capiscono cosa stanno dicendo, per loro è tutto “virtuale”, ma, direi ed aggiungerei, ben poco virtuoso …
Ma torniamo a Malynski, che aggiungeva: “Ora, le città sono e sempre sono state […] i crogioli in cui l’uomo geloso della sua […] personalissima indipendenza, ed imbevuto del sentimento della sua proprietà sovrana, si trasforma senza alcun sforzo in cittadino. Quest’ultimo rivendica soltanto la libertà di gridare, come una pecora che bela con il gregge e la cui lana finisce in città, andando cioè a coloro che la finanziano e l’hanno presa in appalto”, ivi, p. 115, corsivo in originale. “In queste condizioni, possiamo soltanto ammettere che noi, grandi e piccoli, ricchi e poveri, uomini di città e uomini dei campi, proprietari e proletari, siamo tutti, presi sia individualmente che corporativamente o socialmente, servi de capitalismo. Servi travestiti da cittadini uguali nelle democrazie parlamentari, affinché le personalità intelligenti ed eventualmente in grado di ribellarsi al giogo siano soffocate dal cumulo delle mediocrità grigie, passive ed incapaci di discernimento. Se lo comprendiamo, e vogliamo gridarlo per chiarire le idee ai nostri contemporanei, la nostra voce non sarà udita, perché tutti gli organi che la trasmettono rimangono sotto la sferza del capitalismo: incontreremo solo dei sordi, e saremo costretti a starcene muti. […] Se, per un caso straordinario, uno Stato potesse pagare il suo debito, ne farebbe u altro, o presterebbe ad altri: tutto, purché non si sia nei panni di chi non ‘deve’ e a cui non si ‘deve’. Chiunque siamo, ovunque ci troviamo, qualunque cosa possediamo, non possiamo uscire per strada senza denaro, e neppure restare nella nostra stanza. Senza denaro non possiamo produrre e neppure consumare, né nascere né morire, o mangiare, dormire, respirare – ed il peggiore dei mali è che tutto questo è finito per sembrare affatto normale. Sì, noi siamo tutti, tanti quanti siamo […] –, i servi del capitalismo”, ivi, p. 116, corsivi in originale.
Le classiche obiezioni sono che “il denaro è di ‘tutti’” e che è lo stato “a battere moneta”: Malynski non ritiene nemmeno il caso di rispondere a tali “obiezioni”, che si fermano solo alla superficie: si sa benissimo che anche le “Banche centrali” sono in gran parte istituti privati e che il debito pubblico è una creazione del System. Uno stato non può indebitarsi con se stesso, infatti. “Ma un’altra domanda, molto interessante, si pone a questo punto: com’è possibile che anche i gradi capitalisti rientrino in tale ipotesi? Come possono essere i servi del capitalismo, dato che essi ne sono la sostanza? Ne sono, in effetti, la sostanza ed eventualmente i co-beneficiari economici, senza formare necessariamente le cellule direttrici […]. Questi grandi capitalisti costituiscono, per la maggior parte, soltanto le articolazioni mediante le quali si agisce e talvolta si strangola. La loro partecipazione ai profitto dell’organismo – il cui piano d’insieme è loro generalmente sconosciuto – è legata all’espressa condizione di obbedienza. Il che essi non mancano di fare, senz’alcuna particolare perfidia, grazie al loro disinteressamento materialistico verso quel che non li tocca immediatamente. Con adeguate epurazioni dei ranghi, si è d’altronde provveduto a dimostrare loro come, nel caos in cui il desiderio d’indipendenza superasse certi limiti, essi rischierebbero di essere prontamente ‘giustiziati’. Un granello di sabbia negli ingranaggi dei loro affari, una scadenza mancata e ciò è sufficiente a stroncare la fiducia e i prestigio su cui si basa i loro credito [ecco la chiave, il credito; nota mia]: spesso non c’è bisogno d’altro per abbattere questi esseri così vulnerabili che la folla guarda come dei giganti. Ma dove si trovano allora le cellule di comando e di unificazione? Tutta la forza del capitalismo rientra in questo circolo cabalistico, la cui circonferenza si trova ovunque, come possiamo osservare sez difficoltà, ma i cui centro sembra non essere da alcuna parte. Siamo tuttavia costretti a dedurre la sua esistenza oggettiva ed effettiva con certezza matematica. In ogni tempo e in ogni luogo ne constatiamo gli effetti molteplici e […] coordinati, con una precisione nei dettagli e una coerenza […] da escludere […] ogni ipotesi di coincidenze. Con nostro grande dispiacere, non siamo in grado di fornire a questo proposito rivelazioni inedite. Tutto quel che rientra nel nostro potere si esaurisce nella osservazione che il sistema capitalistico è, grazie a ciò, la più universale società segreta per eccellenza, la più formidabile, la più universale società segreta mai esistita. Noi tutti, infatti – compresi quanti si sforzano di segnalare il fenomeno [dunque anche l’autore citato come pure l’autore che sta scrivendo … e compresovi l’eventuale gentil lettore; nota mia] –, siamo costretti, direttamente o indirettamente [forse questa è l’unica, vera differenza; nota mia], a contribuire all’esaltazione di questa potenza che neppure conosciamo”, ivi, p. 117, corsivi in originale. L’autore citato, nelle frasi finali, è sincero, né, poi, è agevole o facile individuare tali “gangli” perché non sono meramente “economici”, ecco il punto vero. Ricordo, a tal proposito, dei “meccanismi cogenti”, la frase di un professore che spiegava certi meccanismi riguardo ad alcuni fondi europei a dei giovani aspiranti imprenditori. Diceva: “Io so perché siete qui: perché volete esser liberi. L’imprenditore non è libero. Ha il più spietato dei padroni: il mercato”. E il suo assistente alla lezione, così glossava: “Eh sì, perché forse puoi anche impietosire un padrone umano, ma non un meccanismo”. Come si vede, sono cose, a livello di percezione, molto più diffuse di quel che non si pensi usualmente il punti – vero – sta nel fare “inferenza” dall’evento e dal “fatto” che si esperisce concretamente, al piano più generale della legge di funzionamento sistemica. Ma questo è sempre stato il passo più difficile.
[8] M. Paggi, La spada e il labirinto, cit., p. 69, corsivi in originale. Tra l’altro, i membri della Compagnia sono “liberi”; “Ciascuno dei ‘liberi compagni’ mantiene […] la sua libertà di giudizio e di scelta; l’unico legame è con se stessi: il legame della lealtà nei confronti dei compagni (che Boromir tradirà, ma riscattandosi dando la vita per Mary [Merry] e Pipino)”, ivi, p. 66.    
[9] Ivi, pp. 70, corsivi in originale. “La svalutazione della weberiana autorità ‘burocratica’, o ‘razionale’, assume tinte comiche con le ridicole Regole [degne dell’italica burocrazia …, nota mia] che dovrebbero ordinare la vita civile nella Contea, finita in mano a Sharkey, e a cui si contrappone la forza salutare della spada sguainata, mossa dalla virtù [ma dove trovarle, oggi: domanda retorica; nota mia]. Materialismo e razionalismo, dello spirito e della società, comportano dunque una vita di relazione non tra persone, ma tra individui, atomi umani indifferenziati e vicendevolmente sostituibili che non hanno né il desiderio né la capacità di dominare le pulsioni istintuali più primordiali. Il mondo psichico dei soggetti si fa angusto e squallido: scomparsa la virtù, l’uomo non sa più imporsi a se stesso o alle forze che governano il mondo delle bestie; diviene bestia egli stesso, bestia triste che non conosce altro che i due poli del piacere banale o del dolore volgare”, ivi, p 71.
Eh già … Piaceri banali, dolori volgari? Ma non è il nostro presente? 
[10] R. S. Noel, La mitologia di Tolkien. I miti antichi nel mondo fantastico della Terra-di-mezzo, Rusconi Libri, Milano 1984, pp. 146-149, corsivi in originale, i miei corsivi aggiunti son segnalati fra parentesi quadre. En passant, va ricordata, a tal proposito, la nota opera di Stravinkij, “Stravinsky Conducts Firebird”: Finale,
https://www.youtube.com/watch?v=KD6OKfnB34E.
Sull’ “uccello di fuoco”, ch’è immagine dell’ “Uccello di Tuono” – fulmine con tuono son legati, Guénon docêbat - quest’immagine è interessante, tratta da: N. Bancroft-Hunt, Popoli dei Totem. Gli Indiani della costa americana nordoccidentale, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1979, immagine del retro di copertina, legenda: “Maschera Kwakiutl dell’Uccello di Tuono”,

Questi sono i popoli del potlatch (ivi, pp. 51-67), ovvero la redistribuzione che fa salire sulla cala sociale, non come da noi la “carità”, che lascia l’ordine sociale così com’è. Tant’è che questi popoli vissero una stagione molto felice nella fase del commercio con gli europei, perché potevano accumulare molte ricchezze, finché la troppa vicinanza li portò a scontrarsi con la società occidentale, venendone sconfitti, anche se non del tutto. Ed è quel che ne facevano, di tale ricchezza, la “specificità” di questi popoli, studiati anche da Baudrillard, ma pure da tanti antropologi, come una risposta originale al problema dell’accumulo diseguale delle ricchezze: essi la redistribuivano, e chi la redistribuiva di più, tanto più salive nell’ordine sociale, cosicché i più ex-poveri erano i più potenti – nell’ordine sociale, intendo. Nella prima fase, dunque, dovevi accumulare, con logica “economica” classica, mentre nella seconda, invece, dovevi redistribuire, sennò eri ricco sì, ma nella società non contavi: quale differenza con il nostro presente! Che differenza con noi, schiavi dei plutocrati!
Tra l’altro, interessante quel che si dice in quest’ultimo testo relativo ai, da me molto amati, “Popoli dei Totem”, a riguardo dell’ “uccello di fuoco”: “Gli spiriti totemici. Le cui origini erano mitiche, non avevano niente a che fare con gli spiriti soprannaturali, che erano costantemente manifesti agli uomini. […] L’Uccello del Tuono, un uccello gigante che provocava tuoni nel muoversi e che teneva con sé lampi dalla forma di serpenti, proprio ‘come un uomo tiene un cane’, era ritenuto al causa soprannaturale delle tempeste e veniva avvistato regolarmente durante gli acquazzoni e i temporali che imperversavano sulla costa”, ivi, p. 73, corsivi miei. L’antropologo in questione, andato fra i “Popoli dei Totem”, ha correttamente appreso che una cosa son gli “spiriti totemici”, altra i “poteri soprannaturali della natura”, alias: il lato “sottile” della Natura, diremmo noi, nel “nostro” linguaggio, che non è solo nostro … Tra l’altro, “l’Uccello di Tuono” non è solo proprio dei “Popoli dei Totem”: anche quelli delle Pianure vi erano legati, e, nel loro sistema simbolico, era ricollegato ai Guerrieri “contrari” e all’ovest. “Oggi la divinità più popolare tra gli ultimi Winnebago [popolo parlante lingua sioux] che vivono nelle riserve è l’Uccello del Tuono, da loro chiamato Wakandja, ‘colui che è divino’. Un dio per eccellenza, quindi, le cui avventure, nei miti degli Indiani di mezza America, sembrano assumere le immagini e il ritmo di un decadentismo avanzato; ridotte nelle lingue occidentali, le sue avventure non sono che il pallido riflesso di un fraseggiare a volta drammaticamente espressivo, a volte dolce e poetico, ma pur sempre frammentario. Mai considerato come segna della collera divina, né come manifestazione in sé di una natura eccezionale o di un accadimento raro e insolito, ma esso stesso un eroe culturale, l’Uccello del Tuono rappresenta senza dubbio un personaggio o un avvenimento storico: quasi certamente si tratta dello scontro fra due diverse civiltà e religioni. Infatti, gli uomini che condussero la guerra vittoriosa contro gli Algonchini per aprirsi una via verso i fertili territori del Wisconsin nord-occidentale, appartenevano al clan dell’Uccello del Tuono”, R. Tosi, Indiani d’America. Storia, miti e leggende deiPellerossa”, Convivio-Nardini Editore, Firenze 1992, p. 156, corsivo in originale. Qui l’interpretazione è come se fosse il riflesso di una lotta storica.
Sui “Popoli dei Totem”, cf. “La gesta di Asdiwal”, in C. Lèvi-Strauss, Razza e storia e altri studi di antropologia, Einaudi editore, Torino 1967 [ben 50 anni fa …], pp. 195-243; ovviamente, il punto di vista dell’autore citato è molto limitato, “strutturalista”, come si dice, ma ciò non toglie l’interesse delle informazioni.
Interessante pure quel che ne dice – dello Oiseu de Tonerre – M. Schneider, i già citato (molto importante) antropologo musicale: “Secondo i Mattole (California) e i Sakai (Malacca), una coppia di gemelli divini ha creato il mondo per mezzo d’un vento turbinante. Credenza simili si trovano anche presso i nomadi mongoli. Ma la voce creatrice più popolare è quella del tuono: i Cheyenne americano rappresentano nelle loro pantomime il gran Manitù che dà origine al mondo per mezzo della voce del tuono. La natura duplice del dio del tuono (creatore + transformer) si manifesta soprattutto nella distinzione tra i differenti rumori che gli sono attribuiti. A Timor, si distingue il tuono secco, chiaro e celeste da un altro tuono la cui voce è grave, rombante e terrestre. Gli Zulu non temono il tuono celeste, ma hanno molta paura di quello della terra. Per i Masai il tuono è buono e nero allorché si fa sentire da lontano; è rosso e malvagio quando è vicino. Gli Ewè (Africa) chiamano maschile il tuono violento e improvviso e femminile il rimbombo prolungato. Tuia-futuna, il dio del tuono dei Polinesiani, gridando si divide in due parti (Tonga). Per i Mbowamb (Nuova Guinea) il tuono è una coppia di gemelli chiamati Ngakukl e Ngalka. Nella Cina antica, il tuono che segnava l’inizio della vita cosmica e ogni suo rinnovo primaverile era considerato come una risata delle nubi”, M. Schneider, La musica primitiva, cit., pp. 26-27.
Interessante il sottocapitolo dedicato all’ “eroe civilizzatore”: “Come tutti gli imperatori, Yü il Grande era un fabbro. Creò il tamburo a calice (‘la porta del tuono’) e i nove paioli sonori corrispondenti alle nove parti della terra. Introdusse la fusone dei metalli e costruì dei ‘tamburi di bronzo’. Sconfisse il drago della siccità [interessante che il drago sia il fiume, la pioggia, ma pure la siccità; nota mia, considerazione da farsi, appunto, soprattutto in tempi di siccità, come i “nostri”, in tutti i sensi di siccità …] emettendo con il suo corno il suono del drago dell’acqua. Danzava piegando una gamba, per imitare l’uccello della pioggia o il dio del tuono  che danza su un solo piede. Poiché aveva ‘una voce intonata’ corrispondente all’essenza degli oggetti che imitava, poté diventare egli stesso il fagiano che, con il fruscio delle ali, porta il tuono. ‘Nel primo mese dell’anno [cinese] vi sono necessariamente dei tuoni; ma non necessariamente il tuono viene udito. Sono i fagiani a fare in modo che necessariamente lo si oda’”, ivi, pp. 60-61, corsivi miei. Interessante il legame fra drago e coccodrillo (Tuono > Drago, quest’ultimo, nel Cristianesimo, essendo l’aspetto negativo del Verbum il cui lato positivo è spesso simbolizzato dal Leone), cf. ivi, p. 62, e che, a proposito del legame drago > coccodrillo, si dica: “In seguito, lo sforzo degli imperatori [cinesi] si rivolse alla trasformazione della musica naturale in musica artistica e alla creazione di un buon repertorio musicale. […] Il coccodrillo T’o (tamburo) fu incaricato di segnare il ritmo  con i suoni yang […]. Ma si cercava anche di usare quella nuova musica per fini magici. Il re Wu fece comporre alcuni canti e costruire alcuni canti e costruire numerosi strumenti musicali il cui suono obbligava il fagiano a regolare il suo volo sui ritmi dell’orchestra imperiale. Yü il Grande arrivò persino a mettere la musica al servizio della propaganda. Quando ebbe incanalato i grandi fiumi, ordinò al musicista An-yao di comporre le nove parti dello Hsiao Yüeh, che celebra le imprese […] dell’imperatore”, ivi, pp. 62-63, corsivi in originale. Questo introduce all’ultimo capitolo di quest’importante libretto, intitolato: “Il pensiero magico sopravvive parzialmente nelle idee estetiche” (ivi, pp. 127-135, maiuscoletto in originale), il che è verissimo nella cultura dell’Asia orientale, ma se ne possono trovar echi anche nel cosiddetto Rinascimento, in certe “rocce animate” di Leonardo e in certi suoi dipinti, per esempio. In realtà, il “Rinascimento” non esiste, esso è la “fase acuta” di passaggio tra “l’ Autunno del Medioevo” e la “prima fase dei tempi moderni”. Sulle “rocce animate”, cf. J. Baltrušaitis, Il Medioevo fantastico, Adelphi editore, Milano 1973, pp. 228-238. In questo stesso testo si parla degli “esseri del tuono”, fra cui il Lei-kung [Leigong], il Duca-Tuono cinese, ivi, pp. 182-185, esseri considerati negativi, responsabili del fatto che il diavolo romanico aveva ancora le ali, mentre il diavolo gotico aveva le ali di pipistrello, come gli esseri del tuono estremorientali, ovviamente considerati neutri o ambivalenti, se non positivi, in Asia orientale, mentre considerati negativamente nell’Occidente medioevale. Di nuovo, si riparla del Lei-kung in ivi, pp. 210-211.
Per chi s’interessi della “genesi della ‘modernità’” e di quel “qualcosa”, cui s’è fatto cenno in altri post precedenti, che ha presieduto a quel che ha impiantato la “deviazione” dentro lo sviluppo della scienza moderna, la quale dopo, sarebbe divenuta la tecno-economia coordinata – il System -, questo passo potrebbe risultare interessante: “Così il talismano contro il Lei-Kung ha preso, come la divinità, il cammino dell’Ovest. Servirà, infatti, a proteggere il re di Francia contro le sue devastazioni. […] Comunque stiano le cose, il diavolo-folgore aveva il suo posto nella gerarchia dei demoni, ed è sopravvissuto al Medioevo. Secondo Cornelio Agrippa (1530) e il suo allievo Jean Wier (1560), i teologi lo annettono al sesto ordine degli spiriti malvagi: ‘le potenza aeree che si mescolano fra i tuoni, i fulmini e i lampi’. De Lancre, che condusse nel 1609 i processi di stregoneria nella regione di Bordeaux, lo prende egualmente in considerazione, e il suo trattato comprende un’informazione assai curiosa sui ‘demoni e gli Spiriti maligni che sono stati scacciati dall’India e dal Giappone’, con la seguente precisazione ‘Si sono trasferiti in massa nella Cristianità e, avendo qui trovato favorevoli sia i luoghi sia le persone, ne han fatto la loro dimora principale e a poco a poco si sono resi padroni del paese’. Viaggiatori inglesi e scozzesi li hanno visti al tempo del loro passaggio in Francia, in grandi truppe, sotto forma di uomini spaventosi. Senza dubbio si tratta solo di una favola che rivaleggia per fantasia con tante altre, ma riflette ancora il ricordo dell’epopea asiatica del Diavolo”, ibid., corsivi miei. Vi sarebbe molto da dire …
Vuolsi costì concluder questo momento di riflessione tornando a Schneider, dove, parlando di Yü il Grande, diceva che imitava il fagiano il cui “fruscio delle ali” – passo riportato qui sopra – poteva portare la pioggia = legame fra “Uccello di Fuoco” – il fagiano n’è simbolo – e “Uccello di Tuono”, dove il tuono sta per manifestazione del Verbum. Ebbene, lo stesso Schneider riporta un dato interessantissimo: “Le cosmogonie vediche, indù e persiane ci riferiscono che, già nei tempi mitici, dèi e demoni, conoscendo la potenza del sacrificio sonoro, si batterono con accanimento per il possesso della forza. In certe occasioni non esitarono persino a farne cattivo uso. La offuscarono con la menzogna. Il Tândya Mâha Brâhman riferisce che, a causa di quell’insostenibile situazione, la Parola un giorno sfuggì parzialmente agli dèi e andò a stabilirsi nelle acque e negli alberi, nelle cetre e nei tamburi. La Chândogya Upanishad espone gli stessi fatti in modo più filosofico. Narra che il mondo fu generato dalla sillaba om, che costituisce l’essenza del sâman (canto) e del soffio. Elenca poi le differenti tappe che segnano la progressiva materializzazione del mondo […]. Secondo il trattato Il fruscio delle ali di Gabriele di Shihâboddin Yahyâ Sohrwardî, Dio possiede alcune parole maggiori che fanno parte delle parole luminose emananti dal fulgore del suo volto. Dall’irraggiamento di quelle parole procede tutta la creazione. L’ultima di queste parole si manifesta nel fruscio delle ali di Gabriele: quella destra è la luce pura e assoluta, ed è in rapporto soltanto con Dio; dall’ala sinistra, sulla quale si stende una impronta tenebrosa, proviene il nostro mondo di miraggi ed illusione. Il mondo non è altro che un’eco o un’ombra di quest’ala. Secondo i Dogon (Africa), il signore della parola ha preso una parte della propria parola e l’ha introdotta nella pietra, la materia più antica del mondo. Ciò significa che al momento della creazione fisico una parte della forza del sacrificio sonoro si rivestì di materia. In quello stesso momento comincia già la parziale decadenza del mondo acustico, poiché le ‘immagini’ materiali (gli oggetti) elaborate durante questa seconda fase della creazione non sono più che riflessi delle antiche immagini acustiche.  Sebbene un gran numero di quella immagini materializzate sino ormai prive di ogni sorta di voce,  tutti gli esseri e tutti gli oggetti rivestiti di materia continuano tuttavia a racchiudere una certa quantità delle propria sostanza acustica originale. Tale sostanza si manifesta nella loro voce, o nel suono che da loro si può trarre, o semplicemente nel nome che portano. Si costituisce così, fra l’uomo e l’oggetto più inanimato e muto, tutta una gerarchia di valori, stabiliti secondo il grado o l’intensità con la quale ogni essere, […] ogni oggetto, è capace di realizzare la sostanza acustica della propria materia. A seguito di quest’evoluzione provocata dal demiurgo gli uomini persero i loro corpi sonori, luminosi e trasparenti, e cessarono di librarsi nell’aria. Divennero pesanti e opachi e, allorché cominciarono a mangiare i prodotti della terra,  la loro natura acustica si attutì a tal punto che rimase loro solo la voce. […] Per attuare questa materializzazione del mondo acustico, fu necessaria la collaborazione di tutta una gerarchia di dèi, di demiurghi e di spiriti, i quali si trassero di bocca in bocca e di grado in grado le loro forze sonore, al fine di tessere il velo di mâyâ offuscando il suono-sostanza con la materia”, M. Schneider, La musica primitiva, cit., pp. 35-37, corsivi e maiuscoletto in originale. In questo processo di discesa e materializzazione, si manifesta infine il “rivale primordiale” la forza demiurgica, che Schneider chiama “transformer”, ivi, p 37, corsivo in originale, che porta la morte nel mondo.
Sempre in relazione al “perdurare”, in civiltà “superiori”, dell’aspetto “magistico”, vi è un interessante passo dove Ouspensky riporta queste parole di Gurdjìeff: “Stavamo parlando, in un’altra occasione, del Buddismo di Ceylon. Io avevo espresso l’opinione che i buddisti devono avere una magia, della quale non riconoscono l’esistenza e la cui stessa possibilità è negata dal buddismo ufficiale. Senza alcun rapporto con quest’osservazione e mentre, se ben ricordo, stavo mostrando la mi fotografia a G. [Mister G. = Gurdjieff], gli parlai di un piccolo reliquiario che avevo visto in una casa di amici a Colombo [capitale di Ceylon, come si chiamava in quell’epoca l’attuale Sri Lanka], dove vi era, come di consueto, una statua del Budda [sic] e, ai piedi di questo Budda, un piccola ‘dagoba’ in avorio a forma di campana, ossia una piccola riproduzione cesellata di un vero dagoba [reliquiario buddhista in forma di campana, nota mia], vuoto all’interno. I miei ospiti lo aprirono in mia presenza e mi mostrarono qualcosa che era considerato una reliquia: una pallina rotonda della misura di una palla di fucile di grosso calibro, cesellata, mi pareva, in una specie di avorio o di madreperla. G. mi ascoltava attentamente. ‘Non vi hanno spiegato il significato di questa pallina?’ domandò. ‘Mi hanno detto che si trattava di un frammento di ossa di uno dei discepoli di Budda; che era una reliquia sacra molto antica’. ‘Sì e no disse G. L’uomo che vi ha mostrato il frammento di osso, come voi dite, non sapeva nulla o non voleva dirvi nulla. Infatti, non era un frammento osseo ma una formazione ossea particolare che appare intorno al collo come una specie di collana, in seguito a certi esercizi speciali. Avete già sentito l’espressione “collana di Budda”?’. ‘Sì, dissi, ma il senso è tutto diverso. E’ la catena delle reincarnazioni del Budda che viene chiamata “collana di Budda”’. ‘E’ vero, disse, questo è uno dei significati di tale espressione, ma io parlo di un altro significato. Questa collana ossea che circonda il collo, sotto la pelle, è direttamente legata a ciò che viene chiamato “corpo astrale”. Il corpo astrale vi è in qualche modo collegato, o per esser più precisi, questa “collana” collega il corpo fisico al corpo astrale. Ora, se il corpo astrale continua a vivere dopo la morte del corpo fisico, la persona che possiede un osso di questa “collana” potrà sempre comunicare con il corpo astrale del morto. Questa è la loro magia. Ma non ne parlano mai apertamente. Voi avete dunque ragione di dire che essi hanno una magia, e ne abbiamo qui un esempio. Ciò non significa che l’osso che avete visto sia veramente un osso. Ne troverete altri quasi in ogni casa, vi parlo soltanto della credenza che è alla base di questa usanza’. E dovevo ammettere ancora una volta di non aver mai incontrato una tale spiegazione. G. abbozzò per me un disegno indicando la posizione degli ossicini sotto la pelle; essi formavano, alla base della nuca, un semicerchio che cominciava un po’ prima delle orecchie. Questo disegno mi ricordò immediatamente la solita rappresentazione schematica dei gangli linfatici del collo, così come si possono vedere sulle tavole anatomiche. Ma non riuscii a saperne di più”, P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma 1976, pp. 73-74, corsivi in originale.
[11] Il che non potrà avvenire senza l’aiuto di forze ben superiori anche alle religioni attuali, G. Bilancioni, Architettura esoterica. Geometria e teosofia in Johannes Ludovicus Mattheus Lauweriks, Sellerio editore, Palermo 1991, pp. 32-40, dove si parla lungamente del Re del Mondo e dell’ Agarthi, citando soprattutto Guénon.
A parte la differenza fra “Agartha” (o “Agarthi”) e Shamballah – pur essendo due facce della stessa medaglia, tuttavia –, va precisato che “L’ Agarttha, si dice, non fu sempre sotterranea, né lo rimarrà per sempre […]. Prima della sua scomparsa dal mondo visibile, il centro portava un altro nome perché, a quell’epoca, quello di Agarttha, che significa ‘impenetrabile’ o ‘inaccessibile’ (e anche ‘inviolabile’, poiché è il ‘soggiorno della Pace’, Salem), non sarebbe stato adatto: Ossendowski precisa che il centro è divenuto sotterraneo ‘più di seimila anni fa’, data che corrisponde con sufficiente approssimazione all’inizio del Kali-Yuga o ‘età nera’, l’ ‘età del ferro’ degli antichi Occidentali, l’ultimo dei quattro periodi nei quali si divide il Manvantara; la sua ricomparsa deve coincidere con la fine di tale periodo”, R. Guénon, Il Re del Mondo, Adelphi Edizioni, Milano 1977, p. 79, corsivi in originale; la discussione continua nelle pp. 80-84.
Sorvolo sulla “localizzazione dei centri secondari”, per quanto interessantissima, storicamente parlando, perché questa è cosa secondaria, dal punto di vista qui espresso. In ogni caso, con la debolezza di tutti i centri spirituali “secondari” – come li chiamava Guénon –, davvero “dove” siano e dove, dal punto di vista storico, siano stati, è la minore delle nostre preoccupazioni. Veniamo a come termine il libro succitato succintamente. Prima di riportare il passo, dove Guénon, a sua volta, cita de Maistre che usava il termine “oracolo”, proprio in relazione all’uso di de Maistre, di tal termine, in nota Guénon precisava: “E’ quasi superfluo, per evitare ogni apparenza di contraddizione con la cessazione degli oracoli cui alludevamo prima, e che Plutarco aveva già osservato, far notare che la parola ‘oracolo’ è intesa da Joseph de Maistre in senso molto ampio, come si fa spesso nel linguaggio corrente, e non nel senso proprio e preciso che aveva nell’antichità”, ivi, p. 111, corsivi miei.
Detto ciò, veniamo a come termina Il Re del Mondo, con la citazione del passo di de Maistre: “Vogliamo astenerci da tutto ciò che, in qualche modo, possa somigliare a una ‘profezia’; veniamo a citare tuttavia, per concludere, una frase di Joseph de Maistre, che è ancor più vera oggi che un secolo fa: ‘Bisogna tenerci pronti per un avvenimento immenso nell’ordine divino, verso il quale procediamo a una velocità accelerata che deve colpire tutti gli osservatori. Temibili oracoli annunciano che i tempi sono giunti’”, ivi, pp. 111-112. Se si osserva che le frasi di de Maistre erano di un secolo circa prima di quando Guénon scriveva – l’edizione originale del testo di Guénon è del 1927 … – , se ne deve dedurre che “i tempi son giunti” con estrema lentezza, con grave scorno dei “tradizionalisti” à la de Maistre, per i quali, la fine dell’ “alleanza fra trono ed altare”, era “la fine ‘del mondo’” tout court, cosa che non è stata. Non solo, ma neppure gli anni Venti e Trenta del secolo scorso lo sono stati: c’era sì stata la Prima Guerra Mondiale, che, nessun dubbio al riguardo, aveva già segnato un taglio”, una coupure netta. E tuttavia, non aveva però ancora “segnato” che “i tempi son giunti” irreversibilmente. La “reversibilità” c’è stata, eccome, essa è rimasta, ed è stata pure usata ed applicata. Insomma, il “ganglio” – o “i gangli” – è rimasto, intatto. Gli “oracoli” del caso si riferivano a tempi molto ma molto futuri, rispetto a quando furono detti: i tempi non erano giunti affatto, anzi, avrebbero latitato, e a lungo, al punto che oggi, pur con tutto quel ch’è successo nel frattempo, e non è poco affatto, pur con tutti i disastri e le “catastrofi” d’ogni genere accadute nel frattempo – e davvero c’è l’imbarazzo della scelta –, pur tuttavia “i tempi non sono giunti”. Per lo meno, non ancora, al punto che quasi tutti, ormai, dubitano che possano mai venire, dimenticando, però, che spesso è quando non ci si attende che qualcosa possa succedere che quel qualcosa succede, obliando che la via sulla quale s’incontra il destino è spesso quella che si è presa per evitarlo. Nondimeno, non si eluda il problema. Il punto è che lo “sblocco” della situazione può avvenire solo e soltanto se quel punto centrale, intuito – ma non veramente compreso – da Malynski, le cui frasi sono state brevemente riportate qui su, non sia per lo meno gravemente intaccato. Questo punto centrale oggi è in crisi, per lunghi motivi che si è in parte analizzati nel blog, ma, come s’è detto in altri post, l’analisi delle debolezze strutturali del System è insufficiente a farlo collassare, nemmeno nella versione “rivista” di Marx che Baudrillard sviluppò negli anni Settanta, comunque l’unica analisi che abbia veramente sviluppato Marx, pur criticamente, Marx, per cercare di ricostruire uno schema che ponesse il System di fronte al suo scacco (cf.
Tutto quel che scrisse Baudrillard è vero, ma insufficiente. Ci vuole una “causa scatenante”, fin ora non ritrovata, perché il System è una costruzione cibernetica – ha cioè dei kybernetes, dei piloti, come intuiva Malynski illo tempore – che si autoregola e fa fuori chiunque possa uscire dal “cerchio”, in questo applicando la tattica che avrebbe reso Sauron invincibile, ne Il Signore degli Anelli. In questo testo, invece, Sauron attacca, ad un certo punto attacca, quel che ha sempre in tanti decenni accuratamente evitato di fare, nona caso. Attaccherà dunque solo e soltanto quando vi sarà costretto e cioè quando non potrà farne a meno, ecco perché individuare il punto in cui “non ci sono più mosse” diventa decisivo … E probabilmente siamo al termine del numero di mosse possibili: cf.
http://www.superzeko.net/doc_incanus/IncanusSriAurobindoELaTrasformazioneDelMondo.pdf.
Tornando a de Maistre (1753-1821), la frase citata da Guénon nelle frasi finali de Il Re del Mondo provengono dall’ Undicesima conversazione: “Più che mai, signori, dobbiamo occuparci di queste elevate speculazioni, perché dobbiamo tenerci pronti per un avvenimento immenso nell’ordine divino, verso il quale marciamo a velocità accelerata che deve colpire tutti gli osservatori. Non c’è più religione sulla terra: il genere umano non può rimanere in questo stato. Temibili oracoli annunciano del resto che i tempi sono arrivati”, J. de Maistre, Le serate di San Pietroburgo, Fede & Cultura, Verona 2014, p. 172, corsivi in originale. Infatti, che fossero “arrivati”, s’è visto: né disastri né guerre sanguinose o crisi sociali sono, di per se stessi, “l’” Apocalisse, questo è il punto dirimente.
Seguiva una discussione sull’interpretazione dell’ Apocalisse di Giovanni come riferita ai tempi moderni (della prima metà del XIX secolo), dove de Maistre presentava questi temi in un dialogo, e l’attenzione dell’autore citato è tutta da un’altra parte: sulla “diabolicità” della Rivoluzione francese, siamo, cioè, in presenza di quel “tradizionalismo” che vuol difendere un determinato assetto della società concepito come unico possibile, e tratta della “catena degli errori del mondo moderno”, critica in parte giustissima, ma che cade sempre sul punto essenziale: la difesa di una determinata fase storica come unica, il che è un punto debolissimo, per cui ogni tradizionalismo, alla fin fine, serve gli interessi dominanti di un determinato periodo né a alcun’altra possibilità. Alla fin fine, le religioni sono tornate sulla scena sociale, il “ritorno al ‘sacro’” è stato soprattutto il ritorno all’aspetto sociale della religione, religione e politica, di nuovo unite seppur con delle modalità un tempo pensate come “eretiche”, ed ecco che da un lato la via no è cambiata e, dall’altro, i famoso “i tempi son giunti” di cui de Maistre paventava, con desiderio, il pericolo non sono potuti accadere proprio perché quella cosa che lui vedeva, il “non c’è più religione”, non si è realizzato, per lo meno non nelle modalità che lui paventava: qualcosa non torna nel ragionamento di de Maistre come in quello di tutti i “tradizionalisti”. Ma perché volete quanto negate? E negate quanto volete? Volete “la modernità” e l’influenza pubblica che ne deriva, ma la negate; non potendo averla, paventate di “fini” che, a parole, solo a parole, volete, quando l’attenzione se ne va, invece, in politica, alla ricerca di una politica, peraltro sparita, che il sistema da solo ha reso polpetta o polpettone: entrate nelle sale dei bottoni” dove, però, i bottoni non ci sono più o, se rimangono, sono quelli per i vestiti, non le “leve” del comando. Una delle tipiche manifestazioni, insomma, di quella “mentalità contraddittoria” che, secondo Guénon, è una delle caratteristiche dello sviluppo moderno, che accumula “nodi” senza poterli, diceva lui, – manco volerli, aggiungerei io … – risolvere.
Non vi è alcuna traccia, in queste frasi di de Maistre, peraltro del tutto staccate” dal contesto dell’intero suo libro, non vi è traccia della “radicalità” di Guénon, il quale si riferiva a cosa di tutt’altra “amplitudine” della difesa di una fora religiosa. La spia di questa mentalità sono le frasi di de Maistre: “non vi è più religione”, e questo ritornello di ogni conservatorismo, sentito e risentito nel corso del Novecento e in quest’inizio del XXI secolo, niente ha potuto contro la caduta dell’umanità in un budello strettissimo. Mi accorsi, leggendo con attenzione questi passi sull’Isola tiberina quest’anno, quanto de Maistre e Guénon, apparentemente simili, fossero invece differenti: essi parlano di due cose diverse, di amplitudine assolutamente non comparabile: “l’avvenimento immenso” di de Maistre rimane assolutamente sullo sfondo, è una brevissima pennellata in un libro che si focalizza su tutt’altro; ben diversa la visione di Guénon, a tal proposito. Questo “avvenimento immenso” era il “non c’è più religione”, per quanto giustificabile all’epoca, il pericolo era il modernismo o, al massimo, il socialismo: ormai quest’ultimo non c’è più come sistema, e il modernismo, realizzatosi, fa parte del passato. Tutto ciò già è avvenuto, ma “la fine”, come poteva concepirla un de Maistre – e tutto l’Ottocento “tradizionalista” con lui, e la stragrande maggioranza del Novecento tradizionalista appresso a costoro – non è venuta. Probabilmente, si è scambiato effetti per cause …
Detto ciò, e cioè che Guénon, di fatto, reinterpreta de Maistre, noi oggi siamo nella situazione di dover reinterpretare a nostra volta Guénon, a restringerne il campo, per poi poter allargarlo, come Guénon allargò – e di molto – il “campo visuale” di de Maistre (fondamentalmente, a Guénon non interessava difendere un determinato stato e stop, cosa che, al contrario, era sia nel centro che a cuore dell’interesse di de Maistre). Fermo restando che la visuale di Guénon è superiore, che tutto ridurre a “non c’è più religione” è un grosso errore di prospettiva, rimane vero che solo dalla risoluzione del “passaggio stretto” – del “budello storico” – in cui siamo, sarà possibile, poi, fuoriuscire dalla storia. La cosa è paradossale, nondimeno vera. E, perché ciò accada, le contraddizioni all’interno del sistema, ed anche la loro esplosione, sono insufficienti.
[12] M. Rostaing, I segreti degli uomini blu. Alla scoperta del misterioso mondo dei Tuareg, Mondadori Editore Oscar, Milano 1992, p. 252, corsivi in originale. Tra l’altro, quest’autrice scriveva ben venticinque anni fa, quando i Tuareg erano meno “islamizzati” di quanto poi non lo sarebbero divenuti. Va poi precisato che la “maga” – o strega – in questione non è una Tuareg, non è una “targhi”, ma è parte della bassa casta dei neri che l’autrice chiama “sudanesi”, ovvero del “Niger” (storico, che non coincide con l’attuale nazione che porta questo nome, pur essendo quest’ultima una parte d’esso), terra dalla quale “provenivano stregoni [e stregone] tra i più pericolosi”, secondo Guénon.